domenica 2 dicembre 2007

Cosa significa la bellissima enciclica di Benedetto XVI sulla speranza

Un testo bellissimo da leggere e meditare…
Antonio Socci, "Libero" 1 dicembre 2007

Una bomba. E' la nuova enciclica di Benedetto XVI, "Spesalvi" dove non c'è neanche una citazione del Concilio (scelta di enorme significato), dove finalmente si torna a parlare dell'Inferno,del Paradiso e del Purgatorio (perfino dell'Anticristo, sia pure in una citazione di Kant), dove si chiamano gli orrori col loro nome (pere sempio "comunismo", parola che al Concilio fu proibito pronunciare econdannare), dove invece di ammiccare ai potenti di questo
mondo siriporta la struggente testimonianza dei martiri cristiani, le vittime, dove si spazza via la retorica delle "religioni" affermando che uno solo è il Salvatore, dove si indica Maria come "stella di speranza" e dove si mostra che la fiducia cieca nel (solo) progresso e nella (sola) scienza porta al disastro e alla disperazione. Benedetto XVI, del Concilio, non cita neanche la "Gaudium et spes",che pure aveva nel titolo la parola "speranza", ma spazza via proprio l'equivoco disastrosamente introdotto nel mondo cattolico da questa che fu la principale costituzione conciliare, "La Chiesa nel mondocontemporaneo". Il Papa invita infatti, al n. 22, a "un'autocritica del cristianesimo moderno". Specialmente sul concetto di "progresso". Per dirla con Charles Péguy, "il cristianesimo non è la religione delprogresso, ma della salvezza". Non che il "progresso" sia cosanegativa, tutt'altro e moltissimo esso deve al cristianesimo comedimostrano anche libri recenti (penso a quelli di Rodney Stark, "Lavittoria della Ragione" e di Thomas Woods, "Come la Chiesa Cattolicaha costruito la civiltà occidentale"). Il problema è l' "ideologia delprogresso", la sua trasformazione in utopia. Il guaio grave della "Gaudium et spes" e del Concilio fu quello dimutare la virtù teologale della "speranza" nella nozione mondanizzatadi "ottimismo". Due cose radicalmente antitetiche, perché, comescriveva Ratzinger, da cardinale, nel libro "Guardare
Cristo": "loscopo dell'ottimismo è l'utopia", mentre la speranza è "un dono che ciè già stato dato e che attendiamo da colui che solo può davveroregalare: da quel Dio che ha già costruito la sua tenda nella storiacon Gesù". Nella Chiesa del post-Concilio l' "ottimismo" divenne un obbligo e unnuovo superdogma. Il peggior peccato diventò quello di "pessimismo". Adare il là fu anche l'
"ingenuo" discorso di apertura del Conciliofatto da Giovanni XXIII, il quale, nel secolo del più grande macellodi cristiani della storia, vedeva rosa e se la prendeva con icosiddetti "profeti di sventura": "Nelle attuali condizioni dellasocietà umana" disse "essi non sono capaci di vedere altro che rovinee guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con isecoli passati,
risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al puntodi comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia… ANoi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti disventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo". Roncalli fu ritenuto, dall'apologertica progressista, depositario diun vero "spirito profetico", cosa che si negò – per esempio – allaMadonna di Fatima la quale invece, nel 1917, metteva in guardia da orribili sciagure, annunciando la gravità del momento e il pericolomortale rappresentato dal comunismo in arrivo (dopo tre mesi) inRussia. Si verificò infatti un oceano di orrore e di sangue. Ma 40anni dopo, nel 1962, allegramente – mentre il Vaticano assicurava Mosca che al Concilio non sarebbe stato condannato esplicitamente ilcomunismo e mentre si "condannavano" a mille
vessazioni santi comepadre Pio – Giovanni XXIII annunciò pubblicamente che la Chiesa del Concilio preferiva evitare "condanne" perché anche se "non mancano dottrine fallaci… ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensia condannarli". E infatti di lì a poco si ebbe il massimo dell'espansione comunista nel mondo, non solo con regimi che andavano da Trieste alla Cina e
poiCuba e l'Indocina, ma con l'esplosione del '68 nei Paesi occidentali che per decenni furono devastati dalle ideologie dell'odio. Pochi annidopo la fine del Concilio Paolo VI tirava il tragico bilancio, per laChiesa, del "profetico" ottimismo roncalliano e conciliare: "Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole perla storia della Chiesa. È venuta invece una
giornata di nuvole, ditempesta, di buio, di ricerca, di incertezza…L'apertura al mondo èdiventata una vera e propria invasione del pensiero secolare nellaChiesa. Siamo stati forse troppo deboli e imprudenti", "la Chiesa è inun difficile periodo di autodemolizione", "da qualche parte il fumo diSatana è entrato nel tempio di Dio". Per questa leale ammissione, lo stesso Paolo VI fu isolato
come"pessimista" dall'establishment clericale per il quale la religionedell'ottimismo "faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione"(oltre a far dimenticare l'enormità dei pericoli che gravanosull'umanità e dogmi quali il peccato originale e l'esistenza diSatana e dell'inferno). Ratzinger, nel libro citato, ha parole di fuoco contro questa sostituzione della "speranza" con l' "ottimismo". Dice che "questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa, con il mantello dicopertura della riforma", "il pubblico ottimismo era una specie ditranquillante… allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa e acquisire così dominio su di essa". Ratzinger faceva anche un esempio personale. Quando esplose il casodel suo libro intervista con Vittorio Messori, "Rapporto sulla fede",dove si illustrava a chiare note la situazione della Chiesa e delmondo, fu accusato di aver fatto "un libro pessimistico. Da qualche parte" scriveva il cardinale "si tentò perfino di vietarne la vendita, perché un'eresia di quest'ordine di grandezza semplicemente non potevaessere tollerata. I detentori del potere d'opinione misero il libroall'indice. La nuova inquisizione fece sentire la sua forza. Vennedimostrato ancora una volta che non esiste peccato peggiore contro lospirito dell'epoca che il diventare rei di una mancanza di ottimismo". Oggi Benedetto XVI, con questa enciclica dal pensiero potente (che valorizza per esempio i "francofortesi"), finalmente mette in soffitta il burroso "ottimismo" roncalliano e conciliare, quell'ideologismofacilone e conformista che ha fatto inginocchiare la Chiesa davanti almondo e l'ha consegnata a una delle più tremende crisi della suastoria. Così la critica implicita non va più solo al post concilio,alle "cattive interpretazioni" del Concilio, ma anche ad alcuneimpostazioni del Concilio. Del resto già un teologo del Concilio comefu Henri De Lubac (peraltro citato nell'enciclica) scriveva aproposito della Gaudium et spes: "si parla ancora di oncezionecristiana', ma ben poco di fede cristiana. Tutta una corrente, nelmomento attuale, cerca di agganciare la Chiesa, per mezzo delConcilio, a una piccola mondanizzazione". E persino Karl Rahner disseche lo "schema 13", che sarebbe divenuto la Gaudium et spes, "riducevala portata soprannaturale del cristianesimo". Addirittura Rahner !Ratzinger visse il Concilio: è l'autore del discorso con cui il cardinale Frings demolì il vecchio S. Uffizio che non pochi danniaveva fatto. E oggi il pontificato di Benedetto XVI si staqualificando come la chiusura della stagione buia che, facendo tesoro delle cose buone del Concilio, ci ridona la bellezza bimillenaria della tradizione della Chiesa. Non a caso nell'enciclica non è citato il Concilio, ma ci sono S. Paolo e Gregorio Nazianzeno, S. A
gostino e S. Ambrogio, S. Tommaso e S. Bernardo. Un'enciclica bella, bellissima. Anche
poetica, che parla al cuore dell'uomo, alla sua solitudine e ai suoi desideri più profondi. E' consigliabile leggerla e meditarla attentamente.

see u,

Giangiacomo

11 commenti:

etendard ha detto...

mi ero perso quest'articolo di Socci. grazie

etendard

Michel ha detto...

L’enciclica ‘Spe Salvi’ è una straordinaria lezione capace di arrivare al cuore di tutti gli uomini. Il documento papale è ricco di risposte chiare e profonde capaci di illuminare e fare riflettere l’uomo moderno, credente o laico, sempre più disorientato in una società che ha perso la fede e la speranza. La perfetta analisi degli effetti provocati sull’umanità dal marxismo e delle ideologie, dai rischi di una scienza fine a è stessa, da una Europa che non crede più in sé stessa, rappresentano uno straordinario patrimonio di riflessione che Papa Benedetto XVI è riuscito a rendere accessibile a tutti

Flavio Felice ha detto...

Sono tornato ieri sera da un lungo viaggio di studio in Perù e ho dedicato le primissime ore dell’interminabile viaggio alla lettura della nuova enciclica di Benedetto XVI Spe salvi. L’ho trovata oltremodo stimolante, scritta con il consueto stile lineare, una forma che le attribuisce il carattere di una lettura fortemente accattivante. Non avendo potuto svolgere un’analisi sistematica, la mia breve riflessione non ha la pretesa di rappresentare alcunché se non la personalissima, immediata e spontanea reazione alle sollecitazioni dovute ad una semplice, ma interessata ed approfondita lettura.

L’enciclica andrebbe letta a partire da categorie rigorosamente teologiche, i riferimenti a Rothbard e a Nozick che alcuni amici in questi giorni hanno tentato di intrecciare con le argomentazioni dell’enciclica credo non possano che rivelarsi fuorvianti, in quanto nascondono le ragioni, la specificità ed oltretutto non rilevano lo statuto epistemologico dell’enciclica. Solo a partire da considerazioni di ordine teologico e dal ripensamento dei suddetti elementi in chiave anche sociale (delle scienze sociali) possiamo tentare di cogliere il significato che le argomentazioni di Benedetto XVI avrebbero sulle realtà politiche ed economiche.

Inviterei il lettore a riflettere sulla critica all’individualismo, e si noti quanto essa sia distante dalla spesso incomprensibile analisi che celebri economisti cattolici e non del passato e del presente svolgono sul famigerato homo oeconomicus, raffigurazione di un archetipo antropologico che già autorevoli interpreti come Mises ed Hayek non esitarono a definire “fantoccio” o “fantasma. Dicevamo, dunque, rappresentazione pagliaccesca dell’individualismo metodologico confusa con il becero egoismo che nulla avrebbe a che fare con un rispettabilissimo e disputabilissimo metodo di analisi scientifica, come appunto l’individualismo metodologico. Anzi, sarà proprio Benedetto XVI a definire teologicamente che cosa i cattolici intendono per individualismo, liberandolo dalla secolare accusa proveniente da tutti coloro che hanno colpevolmente confuso (si tralasci pure il “dolo”) l’individualismo metodologico con l’egoismo, entrambi con il capitalismo ed il tutto con il liberalismo.

Tutto ciò è assente dall’esposizione classica ed estremamente formale dell’enciclica. Sia chiaro una volta per tutte, la teologia non si prefigge questo compito, ma le categorie teologiche adottate da Benedetto XVI ci autorizzano a continuare l’opera epistemologica iniziata da Giovanni Paolo II. Qualcuno forse ricorderà ancora il paragrafo 42 della Centesimus annus? In quel paragrafo Papa Wojtyla distingueva tra capitalismo e capitalismo, ebbene da quel punto non si torna indietro e Benedetto XVI ne è ben consapevole. Le condizioni (pilastri epistemologici) perché si possa parlare un capitalismo rettamente inteso sono state elencate da Giovanni Paolo II e resteranno un pilastro per tutti i pontefici che lo seguiranno.

Benedetto XVI con questa enciclica ha semmai rafforzato quella posizione, individuando nel materialismo l’errore del marxismo: “L’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli” (n. 21), nel giustificazionismo (conservatorismo metodologico) l’errore di ogni autoritarismo e totalitarismo: “L’incontro invece con Dio risveglia la mia coscienza, perché essa non mi fornisce più un’autogiustificazione…” (n. 33) e nella cinica indifferenza la morte stessa dell’umanità: “Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, è certamente un motivo importante per credere che l’uomo sia fatto per l’immortalità; ma solo in collegamento con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nostra vita” (n. 43). ( A tal proposito consiglio di leggere l’emozionante prefazione del libro di D. Antiseri Credere, Armando Editore). Infine, Benedetto XVI individua un ulteriore elemento concettuale che egli analizza sotto il profilo squisitamente teologico e che solo teologicamente può essere compreso, sebbene, sempre sotto il profilo teologico, possa gettare luce sull’analisi sociale, si tratta dell’antiperfettismo, da non confondere – per carità – con il pessimismo sociale: “La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona condizione del mondo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone” (n. 24).

Mi sono permesso di indicare alcuni elementi teorici, la cui coerenza è rintracciabile all’interno di un percorso teologico che spesso viene trascurato dagli scienziati sociali vuoi per ragioni di opportuna coerenza epistemologica ovvero per opportunistica strumentalizzazione politica. Materialismo, giustificazionismo, indifferentismo cinico e perfettismo sociale sono i grandi mali che la teologia di Benedetto XVI individua come ostacoli alla virtù della Speranza, ostacoli che allontanano l’uomo da Dio. Teologicamente, il metodo è quello personalistico (un salto dimensionale rispetto all’individualismo e alll’olismo), Benedetto XVI non entra (Deo gratias!) nella secolare disputa sulle scuole politiche, poiché vuole comunicarci qualcosa che le scuole politiche non possono e non vogliono dirci: che il rapporto con Dio si stabilisce attraverso la comunione con Gesù. Da soli non saremmo in grado di incontrare l’amore di Dio. L’incontro con Gesù avviene lì dove l’asse orizzontale delle fatiche e delle gioie della vita quotidiana incontra l’asse verticale dell’anelito trascendente. Gli economisti parlerebbero di punto di equilibrio, i teologi di “caso serio”, il popolo di Dio da due mila anni parla di “Croce”. Scrive Benedetto: “L’essere in comunione con Gesù Cristo ci coinvolge nel suo essere ‘per tutti’, ne fa il nostro modo di essere. Egli ci impegna per gli altri, ma solo nella comunione con Lui diventa possibile esserci veramente per gli altri, per l’insieme” (n. 28).

Già, proprio la Croce è la situazione così umana che Dio ha scelto per assomigliarci e renderci simili a Lui. Non è la presunta grandezza della nostra ragione, né la convinzione di essere in possesso di una conoscenza superiore, ma la capacità di “offrire” i piccoli e i grandi dolori a colui che sulla Croce ha urlato, con dolore, “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato” e prima di spirare ha sussurrato con Carità, la Speranza che dona la Fede: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”. La Speranza di cui parla la Chiesa cattolica attraverso la penna – la pastorale – di Benedetto XVI e l’opera di missionari che vivono agli antipodi è la roccia della Fede impressa nella Croce, una Croce impregnata del sangue di Cristo, dei martiri e delle nostre quotidiane tribolazioni.

Sarà proprio l’ancoraggio della Speranza alla Fede, la quale marca la distanza dall’ottimismo, anche il più o meno tristemente utopistico, a distinguere la fisionomia della Speranza cristiana, esprimibile attraverso una funzione superadditiva, poiché la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre rinnovarsi in modo inedito, dalla speranza fondata sull’uomo, la quale contrariamente alla prima è una funzione meramente additiva; che abita il mondo materiale e confinabile nell’infinito desiderio di aggiungere appagamento ad appagamento, in una aritmetica sommatoria che non potrà mai aver fine. Non c’è nulla di male, è parte della nostra stessa natura, benché redenta, ferita dal peccato: desiderare sempre di più. Tuttavia, non è la Speranza di cui ci parla il Vangelo (l’originalità della Redenzione), essa non dipende da quanto possediamo, ma da come e per Chi decidiamo di spendere i nostri giorni, i nostri talenti e le nostre aspettative; in definitiva, dal loro quotidiano ancoraggio alla Fede impressa nella Croce.

La teologia, allora, incontra le scienze sociali non tanto nella disputa tra nobili scuole politologiche: chi è più liberale, libertario, anarchico, socialista, comunista, socialdemocratico, riformista o conservatore, e chi più ne ha più ne metta, ma sul terreno della prospettiva antropologica. Su questo punto, l’enciclica programmatica di Giovanni Paolo II, la Redemptor Hominis, tutto il magistero e la pastorale di Giovanni Paolo II, la Deus Caritas Est e l’attuale Spe salvi, nonché l’infaticabile opera pastorale di Benedetto XVI, delineano la continuità con il percorso conciliare nel quale viene espresso che Dio, manifestando se stesso in Gesù, manifesta non solo Dio all’uomo, ma anche l’uomo all’uomo. Si consideri come puro esempio la vicenda di San Massimiliano Kolbe e le ragioni teoriche, politiche ed economiche che fecero di un miniscolo gruppo di operai polacchi, in una anonima città sul Baltico il centro nevralgico di una nuova era, al centro della quale – forse per un breve periodo – si è pensato con originalità e con senso cristiano alla “Speranza che salva”; come nel caso di Padre Massimilaiano Kolbe, anche per gli operai di Solidarnosch, neppure la più triviale e menzognera delle potenze poté reggere l’onda d’urto della Speranza salvifica.

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