lunedì 15 ottobre 2007

Tasse, tasse, tasse

Le tasse? “sono una cosa bellissima”
Parola del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa (7.10.2007)
La pressione fiscale mai così alta in Italia

La legittimazione del prelievo fiscale nello Stato moderno è lo strumento perfezionato del totalitarismo: grazie al suo aumento, al tempo stesso, si sviluppano gli apparati dello Stato, cresce la capacità di controllo sulla società e si riducono le libertà delle famiglie e delle persone (perché sempre più dipendenti dallo Stato e sempre più espropriate dei loro beni). Storicamente, è di sinistra l'aumento della pressione fiscale come mezzo per accrescere le funzioni dello Stato (e il relativo potere). E', invece, di destra il proposito di restituire libertà economica con la riduzione del prelievo fiscale (e il relativo ridimensionamento della invadenza della iniziativa statale). Il binomio sinistra-tasse è storicamente inscindibile, tanto che la tassazione è il termometro per misurare il grado di spostamento o di collocazione a sinistra di una compagine governativa.

see u,
Giangiacomo

2 commenti:

G. ha detto...

Carlo LOTTIERI
L'assolutismo fiscale, ecco il nuovo nemico
tratto da: Il Giornale, 27.6.2007.

È certamente penoso che una questione cruciale quale è quella del rapporto tra il fisco e i cittadini venga spesso affrontata in termini del tutto superficiali, come sta ora accadendo in Italia.

Lo scontro tra quanti vorrebbero ridurre il peso dello Stato e quanti invece si entusiasmano ad ogni incremento delle entrate pubbliche non può essere però compreso se non si coglie come tutto ciò rinvii alla questione della centralità della società civile, uscita assai penalizzata da un secolo (il Ventesimo) che ci ha consegnato un Occidente dove più della metà della ricchezza viene legalmente sottratta a quanti la producono.

In questi giorni vi è chi ha giustamente rilevato che i Paesi liberi sono quelli che di tanto in tanto sanno ribellarsi. L'Inghilterra non avrebbe saputo contrastare l'avvento dell'assolutismo se non si fosse opposta ad una pressione fiscale spropositata, e lo stesso vale per gli Stati Uniti, che recisero i legami con la Madrepatria esattamente perché volevano difendere le loro libertà tradizionali.

Tutto questo è vero ed è giusto ricordarlo a quanti vorrebbero far coincidere la morale con la legge, e la giustizia con le decisioni prese dal Parlamento. È però egualmente importante sottolineare che tali episodi luminosi nella storia occidentale (si tratti della gloriosa rivoluzione inglese del XVII secolo come di quella americana del secolo seguente) videro all'opera uomini culturalmente consapevoli della necessità morale di dover resistere di fronte ad un potere sempre più oppressivo.

Questo, forse, è ciò che più manca oggi in Italia. Da noi si trova con facilità chi evade le tasse e chi le elude, ma molto meno chi ha compreso l'esigenza di modificare in profondità il rapporto tra noi e le istituzioni. Quanto era chiaro ai coloni americani di metà Settecento non è lo certo nell'Italia di oggi.
L'idea che l'uomo possegga diritti naturali inviolabili, che nessun potere (democratico o no) può mettere in discussione, è totalmente al di fuori del nostro dibattito pubblico, mentre continua ad essere in qualche modo presente nella cultura anglosassone, tanto segnata dal lascito di John Locke. Uno dei maggiori esponenti del liberalismo di secondo Novecento, l'americano Robert Nozick, ha messo in risalto che quando si tassa un operaio, un professionista o un imprenditore, quel prelievo forzoso di risorse rappresenta una forma di «lavoro forzato». Un linguaggio così duro non sorprende entro una civiltà che ritiene che le istituzioni debbano vivere del diretto consenso di quanti vi prendono parte. Ma da noi questa consapevolezza è quasi assente, com'è confermato dalle polemiche di questi giorni.

Al di là delle discussioni sulla «casta» e sull'antipolitica, al di là della pur più che giustificata insofferenza di fronte all'accoppiata Prodi-Visco e ben oltre l'esigenza stessa di avere al più presto un governo meno vampiresco dell'attuale, bisognerebbe che la controversia estiva sulla rivolta fiscale non si riducesse a un semplice invito a boicottare i «gratta e vinci».

Quanti hanno a cuore la libertà della persona e quindi ritengono che non ci sia giustizia dove un uomo usa violenza su un proprio simile dovrebbero iniziare a prendere sul serio taluni temi della tradizione più coerentemente antistatalista. Eliminiamo, quindi, sprechi e privilegi, facendo pure il possibile per dare un po' di respiro alla nostra economia, asfissiata dalle imposte. Ma non dimentichiamo di porci domande più radicali e d'interrogarci seriamente sulla natura dello Stato moderno.

see u,
Giangiacomo

Silvio Berlusconi ha detto...

Silvio BERLUSCONI
La nostra ricetta: meno tasse
tratto da: L'Italia che ho in mente, Mondadori, Milano 2000.

Il nostro progetto: meno tasse e meno Stato

Qual è il nostro progetto? E' che ci siano meno tasse. Ma come fa allora lo Stato a far fronte ai propri impegni? Bene, sembra un paradosso, ma ciò che è successo negli altri Paesi sta lì a dimostrare che tasse giuste, aliquote giuste, fanno contribuenti onesti. In America il Presidente Reagan, arrivato al governo, trovò che le persone erano tassate con delle aliquote che, per i redditi più alti, erano addirittura del 72 per cento. Bene, con due interventi successivi, scambiò il due e il sette, fece diventare la tassazione massima sulle persone del 27 per cento. Quale fu il risultato? Raddoppiarono le entrate nelle casse dell'erario e, ancor di più, il 50 per cento delle intere entrate nelle casse dell'erario risultò pagato dagli americani più ricchi. Cosa significa? Che quando lo Stato ti chiede una cosa che senti giusta, sei il primo a voler restare in pace con lo Stato e con la tua coscienza. La tua coscienza ti dice che lo Stato ti può e ti deve chiedere delle imposte, ma te le deve chiedere da Stato liberale, ti deve chiedere delle imposte giuste commisurate ai servizi che ti dà. Guardate che nello Stato di «lor signori», lo Stato autoritario, le imposte si chiedono. E non si dice: io sono obbligato a darti servizi che funzionino. No, io sono lo Stato, tu sei il cittadino, io ti chiedo le imposte, le decido io, le impongo io, tu devi solo pagare. Questo non è un rapporto da Stato liberale, questo è un rapporto da schiavitù, da sudditanza fiscale. In uno Stato liberale, le imposte altro non sono che ciò che il cittadino paga in cambio di servizi. Allora domandatevi tutte voi se ciò che le vostre famiglie o le vostre imprese pagano è commisurato ai servizi che questo Stato ci ammannisce. La risposta è sicuramente negativa.

Ricordate la nostra politica fiscale, ricordate il lavoro che facemmo al governo in quei pochi mesi con il ministro Tremonti: detassando completamente quegli utili che gli imprenditori si impegnavano a investire nello sviluppo delle imprese, nei nuovi posti di lavoro! Nel '94 sorsero trecentomila nuove imprese. La legge rimase in vigore anche dopo di noi, e sorsero altre trecentomila nuove imprese nel '95.

Vi ricorderete che volevamo ridurre anche tutte le imposte sulla casa (che credo siano più di dieci) a una sola, tutte le imposte sulle automobili a una sola, volevamo portare le oltre cento imposte a otto imposte principali soltanto, volevamo delegificare, abrogare le oltre tremila leggi fiscali che rendono impossibile a un cittadino districarsi in una simile giungla. Volevamo fare un solo codice fiscale con norme chiare, comprensibili, e naturalmente uguali per tutti. Questo è ciò che faremo come primo obiettivo quando saremo di nuovo al governo! Vi ricordo anche la nostra ferma intenzione - prossimamente presenterò ancora un disegno di legge, non perché spero che il Parlamento lo approvi ma perché deve restare lì a testimonianza del nostro impegno e della nostra volontà - per abolire quella imposta odiosa che è la tassa di successione! Non si capisce perché quando qualcuno, dopo una vita di lavoro e di sacrifici, vuole trasmettere il risultato del suo lavoro, i suoi risparmi ai figli, a chi porterà il suo nome nel futuro, non si capisce perché lo Stato debba metterci le mani sopra.

In definitiva per le imposte noi non vogliamo fare altro che trasformare in legge positiva una norma del diritto naturale che è nella nostra mente e nel nostro cuore. Se lo Stato ti chiede un terzo di ciò che con tanto sudore, tanta fatica e tanto sacrificio hai guadagnato, ti sembra una cosa giusta. Se ti chiede, come oggi chiede normalmente, il 50 per cento, ti sembra un furto. Se ti chiede il 60 per cento, come è la situazione di quei commercianti, di quei professionisti, che vogliono essere in regola e rispettano tutte le leggi, è una rapina di Stato!

Ecco allora che nella nostra ricetta ci sono meno Stato e meno tasse sulle imprese, sul lavoro, sulle persone. Tutto questo deve essere accompagnato da una spesa più ragionevole dei fondi pubblici: devono essere aboliti gli sprechi, i privilegi, le inefficienze, ci deve essere attenzione a tutte le spese che lo Stato fa. Devono essere eliminate tutte quelle centinaia di enti inutili e tutti quei privilegi che troppo spesso continuiamo a vedere. Presenteremo anche delle leggi sulle auto blu, sulle scorte a tanti funzionari di partito, a tanti politici, a qualcuno che ha la scorta non perché ne abbia realmente bisogno in quanto corre un rischio ma soltanto perché è uno status di cui vantarsi, per affermare una propria autorità o una propria autorevolezza nei confronti degli altri cittadini. (p. 149-152)

L'intimidazione dei singoli cittadini


Poi c'è l'anagrafe patrimoniale, la schedatura del patrimonio, dei nostri beni, ultimamente la schedatura dei conti correnti che è prodromica, preparatoria per un'imposta sul patrimonio di ciascuno di noi. [applausi] Infine quell'ignominia del numero telefonico per scaricare la propria bile, la propria invidia, la propria gelosia verso gli altri: il 117, dove tu puoi andare a denunciare il tuo prossimo affinché si apra un'inchiesta nei suoi confronti. E' la fiera dell'invidia sociale, è il trionfo dell'odio di classe!

Poi c'è la Finanza che può fare incursioni e indagini a fini intimidatori contro chi non si adegua, contro chi non ci sta, contro chi manifesta simpatia per l'opposizione, contro gli oppositori, contro chi testimonia a favore degli oppositori. Io ne so qualcosa, molti di noi ne hanno fatto e fanno esperienza diretta sulla loro pelle.

Per i signori della sinistra lo Stato deve arrivare dappertutto, deve occupare tutto, deve controllare tutto, informarsi su tutto, sapere tutto, regolamentare tutto. E' lo Stato come grande fratello, o meglio come Stato padrone. E tutto questo noi dovremmo sopportarlo senza protestare, senza denunciarlo, senza dirci preoccupati di ciò che sta succedendo - noi che siamo stati eletti dai cittadini per difendere i loro diritti, per garantire la loro libertà, noi che sediamo in Parlamento e che in Parlamento assistiamo a cose incredibili? (p. 193-194)

La nostra ricetta per il fisco

Abbiamo detto: lo Stato può pretendere al massimo il 33 per cento per i lavoratori autonomi, per le imprese, al massimo il 20 per cento per i lavoratori dipendenti. E i lavoratori dipendenti devono finalmente trovare nella busta paga l'intero corrispettivo, l'intera contropartita del loro lavoro e poi devono essere loro a pagare le tasse e i contributi, rendendosi così finalmente conto di quello che lo Stato chiede loro in cambio di quei servizi che fornisce.

La fiscalità di uno Stato liberale non è la servitù, non è la schiavitù fiscale: mi dai i soldi perché te lo impongo. No, mi dai i soldi come pagamento, come corrispettivo dei servizi che io, Stato, do a te libero cittadino!

Tutti voi ricordate certamente le altre nostre proposte per quanto riguarda la materia fiscale. L'abolizione di quella tassa odiosa che è l'imposta di successione, la riduzione a sole otto imposte principali delle oltre cento attuali, il ritorno alla pratica dell'accordo preventivo per le piccole imprese, l'adozione di un codice unico con norme chiare, semplici, comprensibili e l'abrogazione delle tremila e più leggi fiscali oggi in vigore. (p. 209-210)