domenica 28 ottobre 2007

Lo Stato liberale di Zagrebelsky è illiberale

di Flavio Felice, 27 Ottobre 2007
In un articolo apparso su “la Repubblica” il 17 ottobre 2006, il prof. Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte Costituzionale, ha sostenuto una tesi tanto discussa quanto controversa. Riflettendo a margine dell’affermazione del costituzionalista Ernst W. Böckenförde, in merito alla necessità che lo stato liberale e secolarizzato cerchi, oltre le procedure che lo determinano, i presupposti che esso stesso non può garantire, Zagrebelsky sostiene l’inconciliabilità di tale assunto con la tradizione liberale.
In primo luogo, pur evidenziando la rilevanza della distinzione operata da Zagrebelsky tra asserti "descrittivi" e asserti "normativi", non si comprende come e perché egli la usi per negare rilevanza pubblica alla prospettiva cristiana, la quale, contrariamente a come recita il titolo dell’articolo, non intende “dettare” legge allo stato. Invero, si tratta di una distinzione molto importante che aiuta a comprendere le ragioni della società libera e che contribuisce a porla al riparo dalle derive totalitarie di ogni sorte e genere. È noto, infatti, che nella tradizione liberale tale distinzione è posta a fondamento della società libera, affinché quest’ultima non cada vittima della “presunzione fatale” di considerare un particolare convincimento un dover essere necessario. Come negare che, storicamente, le filosofie politiche che hanno maggiormente ceduto alla deriva totalitaria, negando la distinzione operata da Zagrebelsky, sono state proprio quelle che, in nome della presunta conoscenza del destino ultimo della storia, hanno finito per calpestare la libertà politica, economica e religiosa, tentando di cancellare l'esperienza religiosa dalla scena pubblica: multa exempla docent. In secondo luogo, per la tradizione del cattolicesimo politico, almeno quello di matrice sturziana e degasperiana, gli aggettivi "liberale" e "secolarizzato" non sono necessariamente un binomio e, comunque, non è necessario che tali aggettivi siano coniugati in termini antireligiosi. Dopo tutto, è stato l'avvento del cristianesimo a produrre (per via inintenzionale) quella rivoluzione nella storia degli ordinamenti politici che ha comportato la desacralizzazione dell'autorità politica e la sua sottomissione al regno inviolabile della coscienza. Suggerisco al prof. Zagrebelsky di porsi la seguente domanda: che cosa saremmo noi europei senza il Cristianesimo? Si tratta di un’esperienza che, storicamente, passando per errori ed orrori, ha saputo sviluppare una continua
pressione sulla forza coercitiva del potere costituito. La lapidaria sentenza di Gesù: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” - al di là di una coerente analisi esegetica -, fa notare il prof. Antiseri, rappresenta una svolta decisiva che ha favorito il processo di democratizzazione e la pietra angolare delle moderne democrazie. Con ciò, una volta per tutte ed in modo travolgente, è stato introdotto nella storia il principio che “Káisar” non è “Kyrios” - la definitiva desacralizzazione del potere politico, la sua sottomissione al regno inviolabile della coscienza ed il rispetto per la trascendente dignità della persona umana. Ed allora, conclude Antiseri, affermare che “Káisar” non è “Kyrios” significa innanzitutto mettere sotto scacco il potere politico con le sue pretese onnivore e riconoscere le conseguenze politiche di questo principio religioso: esso è alla base del principio di sussidiarietà orizzontale che esalta la realizzazione del progetto della società civile, ossia, il paradigma dell’autogoverno. Dopo tutto, come può negare il prof. Zagrebelsky che proprio la ricerca di un fondamento nella sfera meramente procedurale che potesse restituire omogeneità all'ordine politico, dopo il dissolvimento dell'unità religiosa (è questa la storia dell'Europa all'indomani della riforma protestante), abbia trovato il suo punto massimo nella sacralizzazione dello “Stato” o di qualche altra forma di divinizzazione che via via ha assunto il nome di “Razza”, di “Nazione”, di “Classe” e via dicendo? L'esperienza vissuta e l'elaborazione culturale prodotta dalla riflessione cristiana hanno consegnato un principio sul quale la cultura politica, giuridica ed economica da tempo hanno fatto i conti. Si tratta del principio di sussidiarietà. Tale cardine della dottrina sociale della Chiesa disegna la giusta articolazione tra i soggetti che compongono il variegato corpo sociale. Se la persona e la famiglia hanno una fondazione ed una legittimazione autonoma dallo “Stato” e, di conseguenza, lo precedono e, in un certo senso, lo pongono in essere, ne consegue che lo “Stato” deve in primo luogo rispettare e promuovere queste dimensioni, senza alcuna pretesa egemonica. Tutto ciò significa che lo “Stato” dovrà astenersi sempre dal promuovere azioni che siano di competenza delle comunità che lo precedono. Ignoranza, fallibilità e limitatezza fisica e morale sono le ragioni in forza delle quali da sempre la dottrina sociale della Chiesa propone tale principio. Non si tratta, allora, di pensare ad un nuovo fondamento, quanto di riconoscere la rilevanza dell’esperienza: una cultura, un sentire comune ed un ethos di popolo che assumono la forma di società civile, intesa non come massa informe, ma come l’ordine spontaneo di comunità poste in essere da persone libere con il proposito di perseguire un obiettivo di interesse sociale. È questo anche l'antidoto più potente contro le pretese onnivore dello “Stato” onnipotente. Ciò che a mio modestissimo parere appare incomprensibile nell'articolo di Zagrebelsky è il modo in cui egli darebbe per scontato l'assunto che i principi religiosi siano un fattore esterno al vivere sociale. Questi, al contrario, sono percepiti da chi li testimonia come il motore stesso del proprio vivere sociale. La lezione di un liberale come Tocqueville dovrebbe insegnare! Se si assume - come fa Zagrebelsky - che l’esperienza di fede rappresenta un elemento esterno allo stato liberale, vuol dire semplicemente che si è scelto di assumere una ben determinata scala valoriale, una specifica istanza antropologica, assegnando a questa, e negandola ad altre, il ruolo egemone di fattore interno; e allora mi domando: non è forse questa un'operazione lucidamente illiberale? L'operazione di Zagrebelsky è quella di espellere la proposta antropologica cristiana dalla scena pubblica, accompagnata dalla subdola presunzione che esistano una cultura e un'antropologia eticamente neutre. Ma non c'è nulla di più insensato della pretesa neutralità delle prospettive antropologiche! In quanto tutti gli assunti sono eticamente orientati. Non si capisce perché mai i cristiani dovrebbero auto-censurarsi (o comunque farsi da parte) e scomparire dalla scena pubblica, dal momento che la loro prospettiva infastidirebbe altre proposte antropologiche. Mi dispiace per Zagrebelsky, ma i cristiani sono convinti di poter offrire un contributo significativo all'edificazione di un ordine sociale tutt’altro che perfetto, ma che abbia nel proprio DNA gli antidoti contro la deriva totalitaria. Nessuno pretende di imporlo e non si dica che ciò significherebbe la fuoriuscita dalla tradizione liberale - ovvero, se proprio si è convinti di ciò, lo si motivi meglio. Non è forse stato un laico non credente come Hayek a parlare di necessario incontro tra liberalismo e cristianesimo per
il consolidamento delle stesse istituzioni liberali? Forse, e del tutto legittimamente, per Zagrebelsky Hayek aveva torto, così come avrebbero torto tutta una serie di grandi autori liberali. Tuttavia, la storia ci insegna che lì dove le istanze religiose sono state soffocate o rese irrilevanti sono emersi idoli feroci per la cui demolizione è stata necessaria la testimonianza fino al martirio di tanti cristiani: preti e laici.
see u,
Giangiacomo

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