martedì 4 settembre 2007

L'egiziano e la fatwa negata

Lo scorso 20 Agosto ero presente all'incontro di Magdi Allam presso il Meeting dell'Amicizia tra i popoli, a Rimini.
Siccome lo scrittore di "Salviamo i cristiani" aveva presentato il caso di un giovane egiziano, oggi vi ripropongo l'articolo dello scorso Venerdì su Il Corriere della Sera sullo stesso caso. Sconcertante la situazione egiziana!

"Il caso del giovane egiziano Mohamed Hegazi condannato a morte perché convertito al cristianesimo che vi ho raccontato sul Corriere lo scorso 20 agosto sarebbe dunque un falso. E lui sarebbe solo un «mitomane prezzolato». Un «mitomane prezzolato» che avrebbe venduto la sua anima a una «organizzazione criminale» dedita a sobillare la guerra religiosa in un Paese, l'Egitto, dove musulmani e cristiani andrebbero d'amore e d'accordo. Lei, Suad Saleh, preside della Facoltà di studi islamici e arabi dell'Università islamica di Al Azhar, non avrebbe mai emesso alcuna fatwa, un responso giuridico islamico, legittimante la morte dell'apostata. Sono rimasto incredulo nel leggere, riportato integralmente da due siti italiani di spiccata simpatia islamica, l'articolo pubblicato il 22 agosto dal Riformista con il titolo «Caso Higazi. Ma la fatwa dov'è?», a firma di Paola Caridi, che inizia così: «Al Cairo cadono dalle nuvole. Studiosi d'islamismo e persone della maggioranza silenziosa che segue l'islam politico moderato. Nessuno sa nulla della fatwa di Al Azhar contro Mohammed Hegazy, il 25enne egiziano convertitosi al cristianesimo nove anni fa, che ha richiesto la modifica della sua appartenenza religiosa sui documenti d'identità. Perché, finora, nessuna fatwa è stata emessa. E cadono dalle nuvole anche quando si spiega che sui giornali italiani, invece, il caso sta montando come panna. Sulla stampa egiziana, anche su quella indipendente — invece — poco si legge. E quello che si legge, a dire il vero, è decisamente moderato ». Bene. Cominciamo dai fatti. Hegazi, 25 anni, è un militante politico dell'opposizione, rappresentante a Port-Said del movimento Kifaya (Basta!). Ha rilasciato delle dichiarazioni pubbliche, raccolte anche dal corrispondente del quotidiano francese Le Figaro, Tangi Salaun, in cui denuncia che «ricevo delle minacce di morte sul mio cellulare».
Quanto alla Saleh, piaccia o meno, le viene riconosciuto il titolo di «mufti», giureconsulto abilitato a rilasciare dei responsi legali islamici, così come è formalizzato sul sito islam-online.net, legato ai Fratelli Musulmani, in data 21 febbraio 2007, che pubblica una sua fatwa in cui prescrive che «la donna può accedere alla carica di capo dello Stato ma a condizione che non sia in contrasto con il suo ruolo fondamentale in seno alla società, ovvero di essere madre e moglie ». Ed è proprio l'alto incarico che detiene in seno all'università-moschea, che viene considerata una sorta di «Vaticano dell'islam sunnita», che accredita i suoi responsi giuridici e li trasforma in sentenze per coloro che prestano obbedienza cieca e assoluta alla sharia, la legge islamica. Ebbene il responso giuridico con cui la Saleh legittima la condanna a morte di Hegazi, a condizione che la pena venga attuata dallo Stato e non dai singoli, è stato reso noto nel corso di un suo incontro pubblico con delle militanti islamiche pubblicato dal quotidiano indipendente Al Dostour lo scorso 14 agosto. La stessa fatwa di condanna a morte di Hegazi è stata da lei reiterata in una dichiarazione rilasciata al quotidiano Al Quds Al Arabi del 20 agosto. Suffragata da fatwe simili emesse da altri esponenti di primo piano di Al Azhar, tra cui Abdel Sabbur Shahine, Youssef Al Badri, Mohammad Hosam, Amina Nasir. Questi stessi personaggi avevano sostenuto la condanna a morte dell'apostata in dichiarazioni raccolte dal quotidiano indipendente Al Masri Al Youm l' 11 agosto. Così come il caso Hegazi è stato al centro di inquietanti inchieste dei settimanali Rose El Yossef del 25 agosto e Al Ahram Al Arabi del 18 agosto. Come si fa a sostenere che nessuna fatwa di condanna a morte di Hegazi sarebbe stata emessa quando ce ne sono diverse, tutte di autorevoli esponenti di Al Azhar, pubblicate dalla stampa egiziana? E come si fa a sostenere che il regime egiziano sarebbe moderato dal momento che è lui che designa gli alti gradi di Al Azhar e paga gli stipendi a tutti i suoi dipendenti? E come si fa a negare la persecuzione e l'esodo a cui sono sottoposti i cristiani in Egitto, documentato da fatti e da cifre incontestabili? Evidentemente nell'era del negazionismo dell'Olocausto, del genocidio armeno e dell'11 settembre, non ci si fa scrupoli a negare l'evidenza e a mistificare la realtà, anche quando la posta in gioco è la sacralità della vita di tutti noi".

Magdi Allam


see u,
Giangiacomo

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