giovedì 27 settembre 2007

Le verità nascoste sugli italiani a Kabul

di Massimo Introvigne, Il Giornale, 27 settembre 2007

La vicenda dei due agenti del Sismi rapiti da banditi alleati dei talebani ha riportato sulle
prime pagine l’Afghanistan, un tema che il governo Prodi ha tutto l’interesse a far dimenticare perché si tratta precisamente della buccia di banana su cui già una volta è scivolato. Purtroppo per Prodi, i talebani e i loro amici non aspettano di conoscere le ultime posizioni di Dini o Mastella e continuano a fare quello che hanno sempre fatto:
coltivano droga, rubano, torturano e uccidono sia i civili afghani sia (quando possono) i soldati della coalizione internazionale, italiani compresi. La vicenda ha dato
l’occasione al solito Diliberto per chiedere il ritiro immediato dei nostri soldati dall’Afghanistan. Rifondazione è invece tornata sulla vecchia idea di D’Alema di una conferenza di pace, senza chiarire se - dal momento che hanno le milizie più attive e meglio armate - si debbano invitare anche i trafficanti di droga, che non sono solo buoni amici dei talebani ma anche della mafia italiana e di quella colombiana. A questo punto, perché limitarsi ai manutengoli e non invitare direttamente qualche pezzo da novanta di Cosa Nostra, i cui interessi nell’oppio afghano sono diretti e cospicui?
Al di là delle sciocchezze, non sono solo Diliberto e Giordano a chiedersi perché stiamo in
Afghanistan. Le risposte di Prodi e D’Alema sul punto sono piuttosto vaghe, e descrivono la nostra missione come una via di mezzo fra la Croce Rossa e la costruzione di scuole, per cui però a rigore non servirebbero i militari, ma basterebbero i boy-scout. La paura di dire qualcosa che faccia votare contro il governo tre o quattro senatori dell’ultra-sinistra induce Prodi a non rivendicare neppure quel poco di buono che si fa. In Afghanistan tutti sanno che per localizzare i nostri agenti rapiti sono stati impiegati gli aerei senza pilota Predator. Il segreto, se c’è, è di Pulcinella. Sarebbe stata una buona occasione per far
notare al Paese che, contrariamente a quanto sostiene l’opposizione, si sta finalmente equipaggiando la missione italiana come si conviene. Peccato, però, che Prodi non possa dirlo pubblicamente. Perché Rifondazione e Comunisti Italiani, al momento di non far cadere il governo sul rifinanziamento alla missione afghana, avevano detto chiaro e tondo che dei Predator non volevano neppure sentir parlare. Del resto a che servono aerei da
guerra se lo scopo della missione è far fare ai militari le crocerossine o i boy-scout?
Qualche giornale ha scritto che è ipocrita Prodi ma è ipocrita anche il centrodestra, il quale tornando al governo non manderebbe certo i nostri soldati in Afghanistan a combattere in prima linea come gli inglesi o gli americani, a un ritmo di due o tre morti alla settimana. No, in effetti: ma non è questo che la coalizione ci chiede. All’Italia si chiede quello che sa fare meglio, come ha dimostrato in modo eccellente e anche eroico a Nassirya: un’azione di alta polizia militare in zona di guerra, e di contrasto alla criminalità comune che è legata a filo triplo al terrorismo. Non è la guerra in prima linea, ma neanche la Croce Rossa. Le milizie al servizio dei trafficanti di droga di tutto il mondo che percorrono l’Afghanistan non possono essere affrontate offrendo viveri o medicinali. D’altro canto anche lottando contro Cosa Nostra in Italia ci si presenta armati e si rischia la pelle. Si spieghi dunque agli italiani per che cosa in Afghanistan i nostri soldati (e agenti del Sismi) combattono, rischiano e muoiono. Senza aspettare il permesso di Diliberto.

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Giangiacomo

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