domenica 26 agosto 2007

Il corporativista cattolico di J.A. Schumpeter

LA SVOLTA CORPORATIVISTA DEL PENSIERO DI J.A. SCHUMPETER
Quando l'economista austriaco si schierò, a sorpresa, a favore di un sistema economico fondato sul corporativista cattolico
di Carmelo Ferlito

Ho letto con grande interesse il contributo di Giampiero Ricci sul Secolo d'Italia dell'8 luglio a proposito del grande economista austriaco Joseph A. Schumpeter, mio primo amore nell'ambito del pensiero economico, conosciuto grazie agli insegnamenti del prof. Sergio Noto, dell'Università di Verona. Al pensiero del più dandy degli economisti ho dedicato diversi anni, potendomi confrontare a tal proposito anche con Paolo Sylos Labini, che fu suo allievo ad Harvard tra il 1949 ed il 1950. Quando si parla di Schumpeter si sottolineano sempre alcune cose: il ruolo innovatore dell'imprenditore, la teoria dei cicli, la visione secondo cui il capitalismo sarebbe crollato per il clima ostile ad esso maturato in seno alla borghesia. Eppure è poco noto al grande pubblico il testo di una conferenza in cui l'economista austriaco, cinque anni prima di morire, stupendo tutti gli studiosi del suo pensiero, si schierò a favore di una svolta corporativa del sistema economico. Si tratta di conferenza tenuta da Schumpeter a Montréal nel 1945 (L'avenire de l'enterprise privée devant les tendances socialistes modernes), durante la quale egli giunse ad auspicare l'instaurarsi di un sistema economico fondato sul corporativismo cattolico, così come delineato dalla enciclica Quadragesimo anno di Papa Pio XI (1941). Ma andiamo con ordine. Schumpeter parte smentendo le analisi negative sul capitalismo: i Paesi capitalistici dimostrano avere saggi di crescita importanti e l'incremento globale del prodotto non è maturato in modo sfavorevole alla classe operaia. Ne segue che il progresso materiale della classe operaia è legato ai successi dell'impresa privata: la lotta di classe non è dunque una buona teoria dei rapporti industriali. La riflessione dell'economista austriaco prosegue nella sottolineatura che è errato parlare di lotta delle classi, perché il «fascio delle forze che fanno funzionare l'organismo sociale contiene elementi di solidarietà e di antagonismo». Per il procedere di ogni gruppo e dell'intera società, secondo Schumpeter, gli elementi di cooperazione e di antagonismo devono necessariamente convivere. Il Nostro aggiunge che in una società normale questi elementi si integrano in modo armonioso nel quadro di una cultura e di una fede comuni, le quali impediscono l'accentuarsi degli antagonismi. Pertanto egli sottolinea come la crisi del capitalismo che ha sotto gli occhi non sia altro che un ambito di manifestazione di una più grave crisi sociale, le cui cause non devono essere ricercate nell'ambito strettamente economico; piuttosto le «famiglie, le officine, le società non funzionano se nessuno accetta i propri doveri, se nessuno sa farsi accettare come leader e se ciascuno è intento a tracciare il bilancio dei propri vantaggi e svantaggi personali e immediati ad ogni istante». Quindi, la crisi economico-sociale è una crisi strutturale, che affonda le radici proprio nella mentalità classista e conflittuale: viene a mancare la percezione di appartenenza ad uno stesso corpo (che è culturale e spirituale prima che economico), integrato nel cammino comune verso il medesimo Destino. Tale crisi va ricercata, a detta del Nostro, nella filosofia utilitaria dell'Ottocento: e, a ben guardare, è proprio da essa che il classismo marxista attinge la propria linfa scientifica. Cosa propone Schumpeter? «Bisognerà ricorrere all'organizzazione corporativa nel senso auspicato dall'enciclica Quadragesimo anno. […] Tale dottrina […] riconosce tutti i fatti dell'economia moderna. […] Il principio corporativo organizza ma non irregimenta. Si oppone a ogni sistema sociale a tendenza centralizzatrice e a ogni irregimentazione burocratica; in effetti, è il solo modo per rendere impossibile quest'ultima». Ma ciò non è sufficiente. Il «Papa non parlava «delle nuvole». Ci mostrava un metodo pratico per la soluzione di problemi pratici e di urgenza immediata. Sono precisamente i problemi che, a causa dell'incapacità di risolverli del liberalismo economico, richiedono l'intervento del potere politico. […] Non si può negare che per riuscire bisognerà per prima cosa risolvere il problema organizzativo. Ma c'è inoltre una difficoltà molto più grave. In una società in via di decomposizione lo statalismo centralista e autoritario tende a realizzarsi da solo. Sopraggiunge come risultato logico di tale decomposizione, semplicemente sostituendo con il meccanismo burocratico i meccanismi del laisser-faire a mano a mano che essi smettono di funzionare. Basta non far nulla per assicurarne non il successo ma la vittoria. Ora, il corporativismo associativo non è una cosa meccanica. Non può essere imposto o creato dal potere legislativo. Non tende a realizzarsi da solo. Può nascere soltanto dall'azione degli uomini liberi e da una fede che li ispiri. Per fondarlo e garantirne il successo ci vogliono volontà, energia, un senso nuovo di responsabilità sociale. Dovrà lottare contro ostacoli formidabili e questo in un mondo la maggior parte del quale è già dominata da un dittatore bolscevico. Ma il suo problema fondamentale, nonché la sua gloria, si riassume nel fatto che, più ancora che una riforma economica e sociale, esso implica una riforma morale». A ben guardare, il passo citato ci mostra che si cercano delle soluzioni economiche ma si colgono tutte le implicazioni extra-economiche del caso. Ecco che il corporativismo viene ad essere per Schumpeter una magnifica realizzazione: concretamente, supera la contrapposizione di classe, riorganizzando la società in modo orizzontale, in antitesi al sistema verticale in vigore. Ma l'economista austriaco, essendo uomo acuto, coglie i limiti di un'imposizione verticistica della soluzione e coglie, forse inconsciamente, la grandezza di un'epoca unitaria come il Medioevo. Come delineato da Attilio Mordini (Il cattolico ghibellino, Roma, Settimo Sigillo, 1989 e Il Tempio del Cristianesimo. Per una retorica della Storia , Rimini, Il Cerchio, 2006), il Medioevo, nella sua mistica unità imperiale, manifesta un ordine finalisticamente impostato: ogni persona è orientata al rapporto col Mistero, e ciò è vero anche nelle edificazioni temporali dell'uomo, anche in ciò che è economico e sociale. L'impero in politica e le corporazioni in economia sono un segno di questo. È con l'umanesimo che inizia quel processo di disarticolazione culturale che porterà l'uomo a rifiutare gradualmente il suo rapporto con il Mistero. Il processo culminerà nella Rivoluzione Francese, nello scardinamento delle strutture tradizionali, nel modernismo. Come evidenziato da Evola ( Nazionalismo e collettivismo, in Europa una: forma e presupposti, Roma, Fondazione Julius Evola, 1996, pp. 14-16), dopo la bufera napoleonica, con la Santa Alleanza, Metternich ed il Congresso di Vienna, l'Europa avrebbe potuto voltare pagina e restaurare il proprio orientamento tradizionale, ma mancarono soprattutto i presupposti spirituali e uomini all'altezza del compito. Schumpeter lo aveva capito. Nel riferirsi al corporativismo non a caso si rifà agli insegnamenti di Pio XI, che affondano direttamente nella tradizione medievale. Il centro della questione, dunque, non è di matrice strettamente economica: perché le dinamiche cooperative superino con efficacia quelle di antagonismo è necessario che un popolo condivida una struttura spirituale. Non una morale od un'etica, ma una coscienza, la consapevolezza di un'appartenenza comune e di un Destino condiviso.
"RINASCITA", 7 agosto 2007, p. 15

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Giangiacomo

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