domenica 8 luglio 2007

Pensioni e tensioni: trema il governo Prodi

Quando Berlusconi ha detto che Veltroni è la controfigura di Prodi, vale a dire un potenziale moderato, impossibilitato ad agire come vorrebbe perchè ostaggio della sinistra dell’Unione e della CGIL, si è levato il consueto coro di critiche e di attacchi. Il punto vero è che non è possibile governare l’Italia facendo le riforme che servono per affrontare le sfide di oggi se al governo ci sono forze che hanno una visione anacronistica della società, dell’economia, della religione, della politica estera.
Lo dimostrano le polemiche dentro il governo sull’abolizione del cosiddetto "scalone", introdotto dalla nostra riforma delle pensioni con tre anni di anticipo proprio per dare modo ai cittadini di prepararsi, di fare i propri conti e di essere consapevoli di quanto li attendeva.

Ne vedremo delle belle. E lo stesso accadrà con la prossima Finanziaria e lo stiamo già vedendo con la riforma della giustizia (dove Di Pietro e Mastella non perdono occasione per litigare anche sui giornali).

see u,
Giangiacomo

2 commenti:

G. ha detto...

Riformare le pensioni oggi per garantirle a tutti anche domani
Una piccola scheda riassuntiva...

La riforma delle pensioni si inserisce in un disegno che comprende il nuovo mercato del lavoro, la riforma della scuola e le nuove regole sui flussi migratori. Con queste riforme il governo punta ad una società con alti tassi d'occupazione e di scolarizzazione, una società competitiva ma anche giusta.
La riforma delle pensioni varata dal governo Berlusconi non tocca chi oggi è in pensione. I pensionati di oggi continueranno a percepire la loro pensione per tutta la vita, senza che nulla cambi per loro.
La riforma offre ai padri e ai figli le stesse opportunità, garantendo la pensione ai lavoratori di oggi e anche ai giovani che stanno per cominciare a lavorare.
La riforma si è resa necessaria: a causa dell'aumento della durata della vita, dell'invecchiamento della popolazione e del calo demografico, chi lavora dovrà "pagare la pensione" per un numero di pensionati superiore al numero dei lavoratori.
Senza riforma si rischiava di non poter pagare le pensioni future e di ridurre pesantemente la spesa per la salute, per la scuola e per la sicurezza. I risparmi generati consentiranno invece di mantenere un sistema equilibrato per la sanità, la scuola, l'assistenza ai più bisognosi.
Sono sempre di più le persone che oggi continuano a lavorare raggiunta l'età della pensione, perché sono in condizioni di farlo e possono mettere a frutto la loro esperienza.
La riforma offre il più cospicuo aumento di stipendio di tutta la storia d'Italia. Da 6 ottobre 2004 chi, pur avendo maturato il diritto alla pensione, decide di continuare a lavorare, può avere lo stipendio aumentato del 32,7%, totalmente esentasse.
La riforma si applicherà solo a partire dal 2008. Ciò dimostra che il governo si fa carico di una responsabilità futura e non intende "fare cassa" con le pensioni, perché per altri tre anni il sistema sarà lo stesso di oggi.
La riforma è in linea con l'Europa: Francia, Germania, Gran Bretagna hanno approvato in questi mesi una riforma del loro sistema delle pensioni simile alla nostra.
A differenza dei governi precedenti, il governo Berlusconi, con questa riforma delle pensioni per il futuro, compie un atto di coraggio e di responsabilità nell'interesse dei nonni, dei padri e dei figli.
La riforma delle pensioni
Fino al 31 dicembre 2007 si potrà andare in pensione con le regole attuali:

35 anni di contributi e 57 anni di età (58 per artigiani e commercianti)
38 anni di contributi a prescindere dall'età (2004-2005)
39 anni di contributi indipendentemente dall'età (2006-2007)
Chi avrà maturato il diritto alla pensione prima del 31 dicembre 2007 avrà diritto al trattamento pensionistico, a prescindere dalle modifiche future.

Il dipendente del settore privato che decide di rinviare il pensionamento pur avendo raggiunto i requisiti potrà scegliere di ricevere la totalità dei contributi in busta paga, il cosiddetto superbonus, con un aumento della retribuzione del 32,7% esentasse

Sono previsti incentivi anche per coloro che, pur avendo raggiunto i requisiti, scelgono di continuare a lavorare part-time.

Dal 2008
Requisiti per andare in pensione:

65 anni d'età per gli uomini, 60 per le donne
40 anni di contributi indipendentemente dall'età
35 anni di contributi e 60 d'età (61 per gli autonomi)
35 anni di contributi e 57 di età per le donne (la rendita sarà calcolata soltanto con il metodo contributivo)
Regimi particolari saranno previsti, d'intesa con le parti sociali, per:

chi ha esercitato un lavoro usurante o precoce
le lavoratrici madri
chi assiste disabili
Dal 2010
Requisiti per andare in pensione:

40 anni di contributi a prescindere dall'età
35 di contributi e 61 anni di età (62 per gli autonomi)
Per le donne restano i 60 anni di età
Nel 2013
Verifica degli effetti finanziari della riforma. Se non saranno sufficienti scatterà un aumento a 62 anni d'età.

Pensioni d'oro
Prelievo del 4% sulle pensioni che superano i 516 euro al giorno.

see u,
Giangiacomo

Michel ha detto...

Il governo ha investito nel futuro
Intervista al sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi di Gian Battista Bozzo, "Il Giornale", 29 luglio 2004, p. 2

La riforma delle pensioni e quella del mercato del lavoro sono le due facce della stessa medaglia: «Sono riforme pensate per il futuro, quelle su cui si misura la capacità di leadership di un governo», dice il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi. A completare il quadro, manca la riforma degli ammortizzatori sociali, e Sacconi anticipa che la prossima legge finanziaria conterrà un finanziamento da 780 milioni di euro (oltre 1.500 miliardi di vecchie lire) per l'indennità di disoccupazione, «un bel segnale».

Il voto conclusivo sulle pensioni chiude simbolicamente una fase riformista, incominciata con il nuovo mercato del lavoro.
«Non solo. Comprendo nella stessa logica anche le riforme della scuola e le nuove regole sui flussi migratori. La visione complessiva è quella della società attiva, quella della strategia di Lisbona. Una società con alti tassi d'occupazione e di scolarizzazione, una società competitiva ma anche giusta: a questo fine hanno concorso tutte le riforme, anche quella delle pensioni. Finora la previdenza era «riparatrice», prepensionava le persone espulse dalla produzione; oggi abbiamo approvato una legge che al contrario consente di restare al lavoro anche dopo aver maturato i requisiti per la pensione. La riforma Biagi esalta il cosiddetto «welfare to work»: per gli esuberi non dobbiamo pensare quanto manca alla pensione, ma dobbiamo dare loro il diritto di restare sul mercato del lavoro. Ma c'è un altro rapporto fra pensioni e nuovo mercato del lavoro: con più alti tassi d'occupazione aumentano anche i finanziatori dello stato sociale».

Era davvero necessario intervenire con una nuova riforma delle pensioni, dopo la Dini?
«Giuliano Cazzola parla di una generazione scappata con la cassa, riferendosi a pensionati e pensionandi di oggi. Senza modifiche alla riforma Dini, avremmo avuto nel 2033 un picco di spesa previdenziale pari al 16% del pil, con rischi di crac. E se succede il crac, saltano anche i diritti acquisiti. I giovani che oggi entrano nel mercato del lavoro avranno, secondo la Dini, una pensione che è la metà di quella dei loro padri. Con la riforma approvata oggi, facciamo decollare la previdenza integrativa attraverso il Tfr, che deve partire subito. Ai più giovani, che nella loro vita lavorativa cambieranno spesso attività, magari anche da dipendente ad autonomo, daremo un sistema di «conto corrente» che consenta di cumulare i versamenti. E poi intendiamo svuotare il bacino dei co.co.co. (i lavoratori impegnati in collaborazioni coordinate e continuative, ndr)».

A completare il quadro mannca la riforma degli ammortizzatori sociali.
«Ora è questo il nostro obiettivo primario, lo ha ribadito in Parlamento anche il presidente del Consiglio. Un impegno che emergerà nel Dpef, e che certamente troverà traduzione in fatti nella legge finanziaria. Ho proposto di accelerare l'iter della riforma, e di inserire in finanziaria l'aumento dell'indennità di disoccupazione, che passa dagli attuali sei mesi a dodici mesi, con un assegno pari al 60% dell'ultima retribuzione (oggi è il 40%) per i primi sei mesi, che poi passa al 40% ed al 30% nei due successivi trimestri. Un intervento che costa 780 milioni di euro all'anno, e che entrerà in vigore il i gennaio 2005».

E più difficile fare la riforme quando l'economia cresce poco, in questo il governo non è stato favorito.
«Abbiamo fatto le riforme in un periodo di bassa crescita anche per liberare energie al fine di aumentare il tasso di sviluppo del Paese. L'esempio concreto è quello della riforma Biagi: pur con crescita bassa, l'occupazione è aumentata».

Come giudica l'atteggiamento negativo del sindacato?
«Ci sono stati atteggiamenti diversi da parte delle tre organizzazioni, chiunque li ha potuti vedere. Le proposte di Cisl e Uil sono state spesso recepite dal governo, mentre la Cgil ha impedito che il sindacato potesse presentare proposte alternative unitarie sul mercato del lavoro. Quanto alle pensioni, è difficile - dappertutto, non solo in Italia - ottenere il consenso sindacale a una riforma che comporta, nell'immediato, decisioni impopolari. Ma sono decisioni che hanno un ritorno positivo, proiettato nel tempo. Esse misurano la capacità di leadership di un governo. Gli inglesi chiedono «are we ready for the future», siamo pronti per il futuro? Non possiamo chiedere troppo al sindacato. Registro tuttavia che, proprio nelle ore in cui si è votata la fiducia sulle pensioni, a Palazzo Chigi governo e sindacati decidevano l'apertura di un tavolo di confronto sui prezzi e l'inflazione. Mi pare un buon segnale».

see u,
Giangiacomo