domenica 13 luglio 2008

Appello per la difesa del diritto alla vita di Eluana Englaro

Insieme agli amici dell'Associazione Due minuti per la vita, Vi invito a firmare e a far firmare l'appello in difesa del diritto alla vita di Eluana Englaro presente al link www.firmiamo.it/eluanaenglaro.

Il nostro intervenire come Associazione anche sul tema dell'eutanasia non é fuori luogo ed é anzi espressamente previsto dallo Statuto, laddove all'art. 2, co. 2 si precisa che l'Associazione Due minuti per la vita puó, «promuovere ed aderire a qualsivoglia iniziativa finalizzata alla diffusione e affermazione della "cultura della vita", in particolare della sacralità ed inviolabilità della vita umana in ogni sua fase dal concepimento al termine naturale».

see u,

Giangiacomo

5 commenti:

Anonimo ha detto...

«Salvatore Crisafulli sentiva, ma nessuno lo capiva»

La testimonianza di Pietro Crisafulli: suo fratello è rimasto in coma per oltre due anni Per i sanitari non sentiva più nulla, invece ...

Salvatore Crisafulli è tornato a soffrire alla notizia del decreto della Corte d’Appello di Milano che permette di interrompere ali­mentazione e idratazione a Eluana Englaro. Sente ancora vivo il ricor­do di quando lui stesso si trovava in stato vegetativo e nessun medico voleva credere che si sarebbe ripreso: «Lo davano per spacciato – rac­conta il fratello Pietro – ma noi familiari vedevamo che piangeva, a­vevamo il sospetto che potesse ca­pire, ma venivamo regolarmente ca­tegoricamente disillusi dai medici. Ma quando si è svegliato, Salvatore ha potuto rivelare che sentiva tutto, e che poteva solo piangere per farsi capire».

Il caso di Salvatore venne alla ribal­ta mentre il mondo assisteva impo­tente alla vicenda di Terri Schiavo, la donna statunitense in stato vegeta­tivo che nel 2005 fu lasciata morire dopo una serie di ricorsi giudiziari. «Salvatore conosceva la vicenda per­ché vedeva i notiziari televisivi – continua il fratello Pietro –. Era in stato vegetativo dal settembre 2003, dopo un incidente stradale quando aveva 38 anni. E tutti i medici ci di­cevano che non c’era nulla da fare, persino i luminari da cui lo abbiamo fatto visitare (anche all’estero) era­no concordi. Ricordo in particolare un viaggio in Austria, da cui evidentemente Salvatore si attendeva mol­to: quando il professore stabilì che non avrebbe avuto più di 3-4 anni di vita, non solo pianse, ma cominciò a star male, gli venne la febbre».
Tuttavia passata l’emozione del ca­so Terri, i riflettori tornarono a spegnersi. «Non ce la facevamo più a reggere l’angoscia e la solitudine in cui come famiglia eravamo abban­donati – racconta ancora Pietro Cri­safulli –. Fu allora che per protesta­re dissi che gli avrei “staccato la spi­na” se non avessimo trovato aiuto. Sono parole di cui poi mi sono pen­tito, ma per capire bisogna cono­scere il grado di disperazione cui possono giungere i familiari di que­ste persone » . Tuttavia qualcosa si mosse: «L’allora ministro della Salute Francesco Storace si attivò e tro­vammo un ricovero in una struttu­ra attrezzata per una vera riabilita­zione. E per tre mesi Salvatore ot­tenne quell’assitenza che nessuno gli aveva mai dato prima: lì col tem­po hanno capito che era cosciente e nell’ottobre è uscito dal coma».

Iniziava un nuovo percorso, aperto alla speranza anche se ancora difficoltoso: «Per i primi 18 mesi l’assi­stenza è stata buona, poi è andata scemando, tra intoppi burocratici e carenze di fondi. Ma Salvatore con­tinua a migliorare: ora muove an­che le spalle e le dita dei piedi. E so­prattutto può comunicare». Al mat­tino, quando è più fresco, «riesce a parlare con la sua voce. Nel pome­riggio, di solito, utilizza due diffe­renti sistemi elettronici per trasmetterci il suo pensiero. Adesso per esempio sta scrivendo un comunicato proprio sul caso di Eluana». Un caso che non può non colpire chi è passato attraverso un percorso a­nalogo: «Parlando di Terri Schiavo, Salvatore ci ha detto che si rendeva conto di essere in una situazione simile ».
Ora Salvatore «ha una voglia di vi­vere incredibile, ha fiducia di poter migliorare ancora – aggiunge Pietro Crisafulli –. Stiamo preparando un viaggio in Florida, perché abbiamo saputo che c’è una terapia iperbari­ca che potrebbe fargli recuperare un 30% delle sue capacità. Dobbiamo sempre avere fiducia nelle possibi­lità della scienza medica nel futu­ro ».

Dalla vicenda del fratello, Pietro Crisafulli ha ormai tratto molta esperienza:
«Conosco 837 casi di per­sone in stato vegetativo, credo di po­ter affermare che almeno 350 di questi sono in grado di capire quel che succede loro intorno ma non riescono a comunicare in alcun mo­do. Proprio oggi (ieri, ndr) so che un uomo di 36 anni, in stato vegetativo dopo un incidente stradale da nove anni, si è svegliato e ha mosso le di­ta per scrivere. è fuori di dubbio che la ripresa di questi malati è lunga e incerta, ma la speranza non va mai abbandonata. E le famiglie vorreb­bero che la politica non fosse orien­tata verso una cultura di morte, ma a garantire i sostegni cui le persone disabili gravi hanno diritto».

ENRICO NEGROTTI (Avvenire)

Medicina e Persona ha detto...

CI SONO GIUDICI IN ITALIA CHE VANNO OLTRE IL LORO COMPITO: CREANO E STRAVOLGONO LA LEGGE ANZICHE’ LIMITARSI AD APPLICARLA

La Corte di Appello di Milano ha autorizzato da poche ore la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione per Eluana Englaro: questa decisione significa morte certa della ragazza per fame e disidratazione, la morte peggiore che possa essere inflitta ad un essere umano Da medici avevamo già ribadito in precedenza che:
- non è compito di un giudice stabilire criteri clinici in base ai quali dichiarare non più assistibile un paziente
- la condizione di “stato vegetativo permanente” non è mai identificabile con uno stato di “coma irreversibile” dal quale si differenzia per la presenza di risveglio spontaneo o stimolato, di attività elettrica cerebrale presente e variabile, di movimenti di apertura degli occhi spontanei o sotto stimolo ambientale
- in medicina, il giudizio di irreversibilità di una condizione patologica, qualunque essa sia, non è criterio sufficiente per richiedere la sospensione delle cure: con questa sentenza viene data priorità assoluta a una selezione della persona, in base al solo criterio della qualità della vita
- il paziente in stato vegetativo persistente non è un paziente terminale e per questo è inappropriato e antiscientifico legare la sua “idoneità a vivere” ad una eventuale condizione di reversibilità
- questa decisione su Eluana è una condanna a morte perpetrata per legge in nome della pietà
OGGI NON POSSIAMO NON DENUNCIARE CHE
- La sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione a una persona in condizioni generali stabili, in stato di coma permanente da anni, senza l’evidenza di alcun peggioramento clinico che ne indichi l’approssimarsi della fine, è eutanasia (cioè atto dal quale deriva la morte del paziente)
- Non esiste oggi una legge in Italia che abbia approvato l’eutanasia, la quale neppure è ammessa dal Codice Deontologico della Professione Medica 2006
La decisione della Corte di Appello di Milano, pertanto, è gravissima ed è la dimostrazione – ancora ce ne fosse bisogno - del modo scorretto di operare in questi ultimi decenni di una parte della magistratura italiana, che si arroga il diritto di stravolgere le leggi, addirittura di crearle, come in questo caso, sostituendosi al livello politico di decisioni sulle quali solo le istituzioni specifiche, in rappresentanza dei cittadini, possono pronunciarsi.

Medicina e Persona

Anonimo ha detto...

Monsignor Fisichella
"Niente giri di parole, questa è eutanasia il Parlamento discuta di testamento biologico"

http://www.clonline.org/articoli/ita/mpLaRep100708.pdf

Il Foglio ha detto...

Solidarietà e confusione: il caso Eluana Englaro. Lettera a Giuliano Ferrara


di Massimo Introvigne (il Foglio, 17 luglio 2008)
Caro Direttore,
voglio esprimerLe, insieme all'adesione all'iniziativa"Acqua per Eluana Englaro", il ringraziamento per avere - insieme a pochi altri, e purtroppo non a tutti coloro che pure si dicono pubblicamente cattolici - fatto finalmente chiarezza sulla natura della questione di cui stiamo parlando.

Il caso di Eluana non c'entra nulla con il diritto a rifiutare cure mediche o forme di accanimento terapeutico, perché l'alimentazione e l'idratazione - mangiare e bere - non sono cure mediche. Anche sul testamento biologico è giusto che ciascuno esponga chiaramente le sue posizioni, ma senza inganni e senza giri di parole. Possiamo discutere sull'esatta natura, giuridica e morale, di un testamento biologico dove si chieda anticipatamente di sospendere talune cure mediche in caso di malattia terminale senza speranza di guarigione. Possiamo anche discutere su un documento dove nel caso di certe malattie si chieda anticipatamente l'interruzione della somministrazione di acqua e cibo. Quello che non dovremmo fare è definire pudicamente il documento, in questo secondo caso, "testamento biologico", perché si tratta a tutti gli effetti di un consenso anticipato all'eutanasia, che - precisamente come temono i vescovi - introdurrebbe nel nostro ordinamento giuridico l'eutanasia senza chiamarla con il suo nome.

Il 1° agosto 2007 la Congregazione per la dottrina della fede nel documento "Risposta a quesiti della Conferenza
Episcopale Statunitense circa l'alimentazione e l'idratazione artificiali" aveva appunto pazientemente spiegato che l'interruzione della somministrazione di cibo e acqua non costituisce interruzione di cure mediche ma soppressione deliberata di una vita umana, cioè eutanasia.

All'epoca del documento alcuni "cattolici adulti" nostrani avevano avanzato la solita obiezione: la Congregazione per la dottrina della fede si occupi dei cattolici ma non pretenda d'ingerirsi negli affari dello Stato. In altre parole - si diceva - i cattolici sono liberi di non chiedere la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione per sé e per i loro cari ma non possono impedire che la chiedano altri, non credenti, che ragionano in base a principi morali diversi.

Ma anche qui - a chiamare le cose con il loro nome - tutto si chiarisce. Basta sostituire le parole "sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione" con la parola "omicidio" (in effetti, si può certamente commettere un omicidio per omissione: se una madre smette di dare da mangiare e da bere a un neonato che non è in grado di procurarsi cibo e bevande da solo, il neonato muore). Neppure il più forsennato dei relativisti sottoscriverebbe una frase come: "I cattolici sono liberi di non commettere omicidi ma non possono impedire che li commettano altri, che ragionano in base a principi morali diversi".

La verità è che quando il Papa, i vescovi e la Congregazione per la dottrina della fede ricordano che somministare cibo e bevande non è una cura medica non desumono questo dato da un versetto della Bibbia ma dalla ragione e dal semplice buon senso. E i dati di ragione e di buon senso fanno parte di quelle regole del gioco su cui si regge la società, e che obbligano tutti: cattolici e buddhisti, credenti e non credenti. Se viene meno questa che il Papa chiama "grammatica della vita sociale" viene meno, propriamente, la società e il diritto della ragione è sostituito dalla semplice violenza del più forte. Che il più forte, qualche volta, sia vestito da giudice non cambia la sostanza delle cose.

Con stima
Massimo Introvigne

Anonimo ha detto...

per sapere educare bisogna credere nella vita

http://www.diesse.org/detail.asp?c=1&p=0&id=2115