La fatica del lavorare bene, di Pietro Ichino, il mio preferito...
Il presidente di Confindustria, Montezemolo, ha rilanciato con forza, in questi giorni, la parola d’ordine della meritocrazia; e il segretario della Cisl, Bonanni, gli ha risposto positivamente: «Il nostro obiettivo è lavorare meglio e di più, per produrre e guadagnare di più». Su questo tema, invece, la Cgil resta abbottonata. Questa sua riluttanza non risponde a ragioni tattiche contingenti: ha radici profonde nella cultura della sinistra. E niente affatto disprezzabili.
A sinistra l’idea dominante è che la produttività non sia un attributo del lavoratore, bensì dell’organizzazione aziendale in cui egli è inserito. «Prendi un ingegnere bravissimo e mettilo a spaccare le pietre: otterrai probabilmente un lavoratore molto meno produttivo di uno spaccapietre analfabeta». Se, poi, nessuno domanda pietre, entrambi stanno fermi e la produttività di entrambi è zero. Nel dibattito di tutto lo scorso anno sui nullafacenti del settore pubblico, questo è stato immancabilmente il concetto che veniva contrapposto all’idea di commisurare le retribuzioni anche ai meriti individuali: «Il risultato penosamente basso di molti uffici — si è detto da sinistra — ma anche il difetto di impegno di molti impiegati dipendono dal pessimo livello di organizzazione e strumentazione ».
C’è del vero in questo argomento; ma a sinistra si cade spesso nell’errore di fermarsi qui. È l’errore che il grande Jacovitti rappresentò con l’indimenticabile vignetta dove una mucca dall’aria torpida e pigra diceva: «Sono una mucca per colpa della società». La realtà è che la produttività del lavoro dipende da entrambe le variabili: sia dall’organizzazione, e talvolta da circostanze esterne incontrollabili, sia dalla competenza e dall’impegno del singolo addetto. E conta anche il suo impegno nel cercare l’azienda dove il proprio lavoro può essere meglio valorizzato.
Commisurare interamente la retribuzione al risultato significa, certo, scaricare sul lavoratore tutto il rischio di un esito negativo che può non dipendere da suo demerito. Ma garantire una retribuzione del tutto stabile e indifferente al risultato significa cadere nell’eccesso opposto: così viene meno l’incentivo alla fatica del far bene il proprio lavoro e del muoversi alla ricerca del lavoro più utile, per gli altri e per se stessi. Questa stabilità e indifferenza della retribuzione è la regola oggi di fatto imperante in tutto il settore pubblico, ma troppo largamente applicata anche in quello privato, per effetto di contratti collettivi che lasciano uno spazio del tutto insufficiente al premio legato al risultato.
E questo è uno dei motivi —insieme, certo, a tanti altri difetti strutturali e imprenditoriali — della bassa produttività media del lavoro nel nostro Paese. Per uno stipendio magari basso, che però matura qualsiasi cosa accada, ci sono sempre i lavoratori che si impegnano a fondo, se non altro per rispetto verso se stessi, e si ribellano alle situazioni di improduttività; ma ce ne sono sempre anche altri che se la prendono comoda, fino al limite del non far nulla. Un’iniezione di meritocrazia nei contratti collettivi e individuali fa certamente bene anche a questi ultimi.
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Giangiacomo
lunedì 31 dicembre 2007
domenica 30 dicembre 2007
“Insegniamo ai giovani il valore della fatica”
Bagnasco intervistato da Alain Elkann. Molto interessante.
Cardinale Angelo Bagnasco, quali sono le sue priorità maggiori in questo fine anno?
«Sul versante ecclesiale c’è urgenza sul compito educativo. Se non si formano le persone in senso completo e si danno solo risposte parziali non va bene. L’educazione coinvolge la responsabilità della Chiesa, della famiglia e delle istituzioni dello Stato che hanno compiti suppletivi a quelli della famiglia. Tre soggetti dunque: la famiglia, lo Stato e la Chiesa, secondo me devono mettere a tema la fiducia nell’educazione, cosa che la Chiesa ha sempre avuto, ma devono pensarci anche i genitori e le istituzioni scolastiche».
Questo tema dell’educazione è stato recentemente evocato in un passaggio romano da personalità laiche come Gorbaciov o religiose come Dalai Lama?
«Anche il Papa ne ha parlato con insistenza alla cerimonia degli auguri della Curia Romana al Santo Padre in cui lui ha trattato il tema dell’emergenza educativa, cosa che aveva già precedentemente fatto alcune settimane orsono».
E le altre priorità?
«Crescere da parte della comunità la passione evangelizzatrice, l’annuncio di Cristo secondo il metodo dei primi cristiani, cioè da persona a persona circondata dal Santo Padre. L’evangelizzazione è un compito motivato, non si può tenere la gioia per sè, una grande gioia, bisogna dividerla con gli altri, comunicarla. Certo, questo non è mai una prevaricazione, ma un atto di amore e di servizio».
Quello che ci circonda, però, è un mondo con molto dolore.
«E’ evidente, tragico e ineluttabile, l’esperienza umana è complessa di luci e ombre. La luce del Vangelo non toglie le croci, ma illumina la croce di significato e dolore e la presenza di Cristo naturalmente aiuta».
Come si fa a tener viva la fede?
«Ognuno si appella alla propria esperienza e può constatare che nella misura in cui l’uomo è fedele alla fede, la fede è fedele all’uomo. Non bisogna mai tirarsi indietro».
Oggi però viviamo in un mondo dell’apparire?
«Si tende a scartare l’impegno, la fatica che sono invece gioia, chi vive l’amore sa che ha un duplice volto, che sono gioia e fatica».
La fatica non è molto di moda?
«Se si veicola un modello di vita fatto solo di piacere e successo facile, quando uno incontra la fatica, la schifa, però invece la vita per giungere a un punto d’arrivo ha bisogno della fatica e qui torniamo al problema educativo».
Quali sono i suoi precetti per una vita serena?
«La serietà, non fuggire da noi stessi e dai compiti della vita, la fatica, l’impegno e il metodo. Una casa si può costruire con un progetto e non nella casualità e bisogna trovare la scoperta di un senso. E’ molto importante trovare lavoro, l’amicizia ha un grande significato, però separatamente queste cose non hanno un senso globale della vita».
Cosa dà un senso globale alla vita?
«Un senso più alto, un senso profondo che è solamente Dio e solo l’eternità dà un senso al tempo, ma noi in questo periodo storico non andiamo molto bene perché le categorie culturali dominanti vanno in senso opposto. Ci si frantuma sempre di più, non c’è la sintesi, sembra che la vita si realizzi con una soddisfazione effimera, le persone invece, in questa ricerca di soddisfazioni effimere si consumano».
E allora cosa bisogna fare?
«Bisogna pregare, uscire per porci di fronte a Dio che può dare senso di sintesi, il gusto della buona lettura, dei grandi pensatori. Pensiamo a Tommaso, Agostino a quei pensatori Greci come Platone, Aristotele e altri anche recenti. E’ un grande aiuto, non bisogna avere paura del silenzio e della solitudine. Si parla di massa e non di compagnia, un ammassamento di solitudini non fa una compagnia però per vivere buone le relazioni è necessario rigustare la capacità del silenzio, della solitudine piena di Dio. Gesù è un ponte tra Dio e l’uomo».
E il potere, il denaro così ricercati oggi?
«Sono miti vuoti, fantasmi che appaiono ma non hanno consistenza e prima o dopo chi vive di questo, si risveglia tragicamente».
Che giudizio dà all’Italia?
«Gli italiani sono un popolo, perché l’umanità degli italiani e la loro capacità di relazione e di non acuire conflitti e di trovare composizione è nota a tutti, sono qualità che ho visto apprezzare moltissimo quando mi sono recato dai militari all’estero. Queste qualità si vedono meno vivendo in casa dove non emerge il meglio».
E la violenza dilagante?
«E’ da condannare ma anche da leggere. La lettura è una richiesta di aiuto, di ordine sociale e di carattere spirituale. Quando c’è il vuoto, quando la vita non ha un senso, l’uomo diventa capace di tutto, anche di violenza. Se non ci sono punti di riferimento autentici per cui valga la pena di morire e di vivere non ci resta che il vuoto».
Cosa pensa di quanto dice il suo concittadino Beppe Grillo?
«Da quello che sento, penso che a suo modo cerca di dare un contributo».
Per Genova, la sua città, che desideri ha?
«Una crescita sempre maggiore nell’amore di Cristo, della Chiesa e questo riguarda tutta l’Italia. Da un punto di vista più locale vorrei che crescesse un orgoglio cittadino, ma non fine a se stesso. Fare una voce unica, creare una squadra. Vorrei che si facesse tutti insieme un grande passo in avanti nella vita sociale e economica. Genova non è una città di confine, ma è un valore per il paese. E’ la finestra sul mare dell’Europa».
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Giangiacomo
Cardinale Angelo Bagnasco, quali sono le sue priorità maggiori in questo fine anno?
«Sul versante ecclesiale c’è urgenza sul compito educativo. Se non si formano le persone in senso completo e si danno solo risposte parziali non va bene. L’educazione coinvolge la responsabilità della Chiesa, della famiglia e delle istituzioni dello Stato che hanno compiti suppletivi a quelli della famiglia. Tre soggetti dunque: la famiglia, lo Stato e la Chiesa, secondo me devono mettere a tema la fiducia nell’educazione, cosa che la Chiesa ha sempre avuto, ma devono pensarci anche i genitori e le istituzioni scolastiche».
Questo tema dell’educazione è stato recentemente evocato in un passaggio romano da personalità laiche come Gorbaciov o religiose come Dalai Lama?
«Anche il Papa ne ha parlato con insistenza alla cerimonia degli auguri della Curia Romana al Santo Padre in cui lui ha trattato il tema dell’emergenza educativa, cosa che aveva già precedentemente fatto alcune settimane orsono».
E le altre priorità?
«Crescere da parte della comunità la passione evangelizzatrice, l’annuncio di Cristo secondo il metodo dei primi cristiani, cioè da persona a persona circondata dal Santo Padre. L’evangelizzazione è un compito motivato, non si può tenere la gioia per sè, una grande gioia, bisogna dividerla con gli altri, comunicarla. Certo, questo non è mai una prevaricazione, ma un atto di amore e di servizio».
Quello che ci circonda, però, è un mondo con molto dolore.
«E’ evidente, tragico e ineluttabile, l’esperienza umana è complessa di luci e ombre. La luce del Vangelo non toglie le croci, ma illumina la croce di significato e dolore e la presenza di Cristo naturalmente aiuta».
Come si fa a tener viva la fede?
«Ognuno si appella alla propria esperienza e può constatare che nella misura in cui l’uomo è fedele alla fede, la fede è fedele all’uomo. Non bisogna mai tirarsi indietro».
Oggi però viviamo in un mondo dell’apparire?
«Si tende a scartare l’impegno, la fatica che sono invece gioia, chi vive l’amore sa che ha un duplice volto, che sono gioia e fatica».
La fatica non è molto di moda?
«Se si veicola un modello di vita fatto solo di piacere e successo facile, quando uno incontra la fatica, la schifa, però invece la vita per giungere a un punto d’arrivo ha bisogno della fatica e qui torniamo al problema educativo».
Quali sono i suoi precetti per una vita serena?
«La serietà, non fuggire da noi stessi e dai compiti della vita, la fatica, l’impegno e il metodo. Una casa si può costruire con un progetto e non nella casualità e bisogna trovare la scoperta di un senso. E’ molto importante trovare lavoro, l’amicizia ha un grande significato, però separatamente queste cose non hanno un senso globale della vita».
Cosa dà un senso globale alla vita?
«Un senso più alto, un senso profondo che è solamente Dio e solo l’eternità dà un senso al tempo, ma noi in questo periodo storico non andiamo molto bene perché le categorie culturali dominanti vanno in senso opposto. Ci si frantuma sempre di più, non c’è la sintesi, sembra che la vita si realizzi con una soddisfazione effimera, le persone invece, in questa ricerca di soddisfazioni effimere si consumano».
E allora cosa bisogna fare?
«Bisogna pregare, uscire per porci di fronte a Dio che può dare senso di sintesi, il gusto della buona lettura, dei grandi pensatori. Pensiamo a Tommaso, Agostino a quei pensatori Greci come Platone, Aristotele e altri anche recenti. E’ un grande aiuto, non bisogna avere paura del silenzio e della solitudine. Si parla di massa e non di compagnia, un ammassamento di solitudini non fa una compagnia però per vivere buone le relazioni è necessario rigustare la capacità del silenzio, della solitudine piena di Dio. Gesù è un ponte tra Dio e l’uomo».
E il potere, il denaro così ricercati oggi?
«Sono miti vuoti, fantasmi che appaiono ma non hanno consistenza e prima o dopo chi vive di questo, si risveglia tragicamente».
Che giudizio dà all’Italia?
«Gli italiani sono un popolo, perché l’umanità degli italiani e la loro capacità di relazione e di non acuire conflitti e di trovare composizione è nota a tutti, sono qualità che ho visto apprezzare moltissimo quando mi sono recato dai militari all’estero. Queste qualità si vedono meno vivendo in casa dove non emerge il meglio».
E la violenza dilagante?
«E’ da condannare ma anche da leggere. La lettura è una richiesta di aiuto, di ordine sociale e di carattere spirituale. Quando c’è il vuoto, quando la vita non ha un senso, l’uomo diventa capace di tutto, anche di violenza. Se non ci sono punti di riferimento autentici per cui valga la pena di morire e di vivere non ci resta che il vuoto».
Cosa pensa di quanto dice il suo concittadino Beppe Grillo?
«Da quello che sento, penso che a suo modo cerca di dare un contributo».
Per Genova, la sua città, che desideri ha?
«Una crescita sempre maggiore nell’amore di Cristo, della Chiesa e questo riguarda tutta l’Italia. Da un punto di vista più locale vorrei che crescesse un orgoglio cittadino, ma non fine a se stesso. Fare una voce unica, creare una squadra. Vorrei che si facesse tutti insieme un grande passo in avanti nella vita sociale e economica. Genova non è una città di confine, ma è un valore per il paese. E’ la finestra sul mare dell’Europa».
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Giangiacomo
sabato 29 dicembre 2007
Bipolarismo...
Rassegniamoci. L'Italia non è e non sarà mai un Paese normale. Ne prendano atto tutti quelli che, in questi mesi, hanno invocato un bipolarismo maturo, meno rissoso e basato sull'alternanza. Un bipolarismo che abbia a cuore, soprattutto, il bene comune. Ne prendano atto: questo è possibile ovunque, ma non in Italia. La colpa, però, non è della politica. O perlomeno non è di quella parte della politica che, responsabilmente, in queste settimane ha deciso di mettersi seduta attorno ad un tavolo per cercare di stilare, insieme, le regole del gioco. Una novità che molti, troppi, hanno letto come un'anomalia. Evidentemente qualcuno ha temuto di dover rimettere in discussione le proprie rendite di posizione. Così, immediatamente, da destra e da sinistra si è gridato all'inciucio. Strana concezione della politica. Se in Germania Schroder e la Merkel decidono di governare insieme si tratta di un esempio da seguire, se in Italia dialogano i leader dei due principali partiti è un inciucio. Poco male. La denigrazione è un'ottima arma per chi non ha argomenti politici validi. Un'arma che, però, si è rivelata insufficiente. Così ecco, puntuale, arrivare la magistratura. Il film è quello già visto mille volte. Si comincia a parlare di elezioni. I sondaggisti danno in consistente vantaggio uno schieramento ed ecco, puntuale, la macchina della giustizia che si mette in moto. Un grande quotidiano, senza che il diretto interessato sappia niente, anticipa indiscrezioni su fantomatiche ipotesi di reato e indagini. Il tutto, ovviamente, condito dalle solite intercettazioni. Il gioco è semplice. Fin troppo. Difficile non notare la coincidenza dei fatti. E difficile non sottolineare come, ancora una volta, la politica abbandoni le aule del Parlamento per entrare in quelle di un tribunale. Poco importa se, come sempre successo in passato, dopo anni di indagini e spreco di risorse pubbliche, tutte le accuse di dimostreranno infondate, l'importante è denigrare l'avversario, metterlo in cattiva luce, tagliarlo fuori dal dibattito pubblico. C'è già chi, dal suo piccolo podio, punta il dito contro la "cattiva politica". Ma non sa che la "cattiva politica", quella che gli italiani vorrebbero smettere di vedere, è quella che fa del sospetto, dell'indiscrezione, dell'intercettazione, della chiacchiera, il fulcro della propria azione. La cosa peggiore è che tutto ciò avviene mentre il Paese è immobile. Immobile negli investimenti, immobile nello sviluppo. L’Italia non cresce e, ogni giorno, esplodono problemi. Quello che sta succendendo nel settore dell’autotrasporto è emblematico. La politica non può rimanere immobile a guardare. Ma, soprattutto, non può continuare a ragionare con vecchie logiche. Serve un rinnovamento. Servono forze politiche capaci di rispondere ai bisogni dei cittadini. Capaci di assumersi responsabilità. Quello che sicuramente non servono sono i veleni, le procure che decidono chi vince e chi perde, la giustizia ad orologeria. Per una volta dimostriamo che anche l’Italia è un Paese normale.
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Giangiacomo
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Giangiacomo
giovedì 27 dicembre 2007
Un fisco family-friendly e le leggi regionali sulla famiglia
Il popolo del Family day torna a far sentire la propria voceed a reclamare l’attenzione della politica e delle Istituzioni sulla famiglia.
Parte infatti una grande mobilitazione nazionale con un duplice obiettivo: un fisco giusto per le famiglie e le politiche regionali per la famiglia. La mobilitazione coinvolgerà nei prossimi mesi le cinquanta associazioni del Forum, i venti Forum regionali e le altre associazioni che lavorarono per l’evento del 12 maggio in piazza San Giovanni.
Alla petizione sul fisco è possibile aderire on line (www.forumfamiglie.org/PETIZIONE/PETIZIONEFIRMA.html) o, in alternativa, approfittare di una delle opportunità che saranno offerte localmente nei prossimi mesi dai Forum regionali e dalle associazioni che aderiscono alla mobilitazione.
Per quanto riguarda invece le leggi regionali sulla famiglia la situazione è più complessa. Alcune Regioni già hanno una legge buona, altre hanno approvato pessime normative, altre ancora sono prive di leggi (vedi la situazione). Di conseguenza sarà ogni singolo Forum regionale, in accordo con le associazioni che aderiscono alla mobilitazione a fissare il livello e le modalità di intervento.
Per maggiori informazioni: http://www.forumfamiglie.org/
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Giangiacomo
Parte infatti una grande mobilitazione nazionale con un duplice obiettivo: un fisco giusto per le famiglie e le politiche regionali per la famiglia. La mobilitazione coinvolgerà nei prossimi mesi le cinquanta associazioni del Forum, i venti Forum regionali e le altre associazioni che lavorarono per l’evento del 12 maggio in piazza San Giovanni.
Alla petizione sul fisco è possibile aderire on line (www.forumfamiglie.org/PETIZIONE/PETIZIONEFIRMA.html) o, in alternativa, approfittare di una delle opportunità che saranno offerte localmente nei prossimi mesi dai Forum regionali e dalle associazioni che aderiscono alla mobilitazione.
Per quanto riguarda invece le leggi regionali sulla famiglia la situazione è più complessa. Alcune Regioni già hanno una legge buona, altre hanno approvato pessime normative, altre ancora sono prive di leggi (vedi la situazione). Di conseguenza sarà ogni singolo Forum regionale, in accordo con le associazioni che aderiscono alla mobilitazione a fissare il livello e le modalità di intervento.
Per maggiori informazioni: http://www.forumfamiglie.org/
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Giangiacomo
mercoledì 26 dicembre 2007
Con la gente delle chiese
Intervista a Marco Respinti
Gli amici lo chiamano “lo zio d’America”. Nel mondo cattolico italiano, Marco Respinti (nato a Milano del 1964), redattore del settimanale di cultura il Domenicale diretto da Angelo Crespi, da anni è una sorta di ambasciatore non ufficiale che fa conoscere presso le grandi fondazioni conservatrici americane, dove è di casa, il nuovo mondo cattolico italiano delle associazioni e dei movimenti, e diffonde in Italia la cultura americana religiosa e vicina al centrodestra, che non è quella dei film di Hollywood. Studioso di fama internazionale del pensiero conservatore anglo-americano, Respinti è Senior Fellow presso il Russell Kirk Center for Cultural Renewal di Mecosta, nel Michigan,e fa parte del consiglio direttivo della sezione italiana dell’Acton Institute.Inizio la conversazione con Respinti da un libro sul conservatorismo appena uscito negli Stati Uniti, L’ascesa dei conservatori di Donald Critchlow, pubblicato dalla prestigiosa Harvard University Press. Il testo ci ricorda che è scontato che tra gli aventi diritti al voto negli Stati Uniti ci sia una maggioranza che noi chiameremmo di centrodestra. Ma il centrodestra non vince sempre perché molti si astengono e non vanno a votare. Ed è proprio nel “popolo delle chiese”, quella maggioranza di americani che è religiosa e praticante, che molti diffidano della politica e delle elezioni. E in Italia? “Anche da noi – risponde Respinti – il problema è portare a votare il popolo delle chiese, dove si annida in gran parte un’astensione fondata sullo scetticismo verso la politica. Se votasse, questo popolo voterebbe in gran parte il centrodestra, ma è diffidente, e indisponibile a compromessi sui principi”.Mentre molti italiani pensano che le elezioni USA siano decise dalla politica estera, Critchlow dimostra che è vero il contrario. Bush padre, che aveva vinto la prima guerra in Iraq, perse le elezioni del 1992 sulla politica economica. Bush figlio nel 2004 era impantanato nella seconda guerra in Iraq ma ha vinto perché ha saputo portare al centro delle elezioni la campagna sui valori morali, in particolare la lotta contro l’aborto e le unioni omosessuali. E da noi? Secondo Respinti “c’è una certa differenza. Negli Stati Uniti i cristiani conservatori sono riusciti a trasformare l’aborto in una grande questione politica, in Italia non è così. Tuttavia su temi come la fecondazione artificiale e il riconoscimento delle unioni omosessuali qualcosa sta cambiando, e il ‘popolo delle chiese’ ha lanciato dei segnali evidenti, con il referendum sulla legge 40 e con il Family Day”.Però – obietto –, mentre da noi c’è chi pensa che il bipartitismo elimini le coalizioni eterogenee, la storia del Partito Repubblicano americano mostra che grandi partiti sono in realtà contenitori al cui interno ci sono idee molto diverse. Per esempio, i repubblicani vogliono meno tasse. Ma dall’altra chiedono una politica estera forte e più sicurezza nelle strade. Dal momento che esercito e polizia costano, le due esigenze entrano in conflitto. Anche da noi nel centrodestra c’è chi insiste sul principio di sussidiarietà e vuole far dimagrire lo Stato e chi accetterebbe uno Stato meno magro purché s’investa nella sicurezza e nella giustizia. Come farli stare insieme? “La cosa curiosa – secondo Respinti – è che le due posizioni sono incarnazioni storiche diverse di princìpi comuni.. Il pensatore irlandese Edmund Burke, padre settecentesco di tutti i conservatori, diceva che cambiare è il segreto per conservare. Il conservatorismo all’antica che insiste sullo ‘Stato minimo’ e il neoconservatorismo che chiede investimenti sulla sicurezza possono e devono trovare un punto di compromesso in un’analisi moderna e condivisa dei problemi nazionali e internazionali”.Critchlow parla di una seconda divisione tra i conservatori: ci sono i “libertari” per cui fra le libertà ci sono quelle di abortire, di drogarsi, di vedersi riconosciuto pubblicamente uno stile di vita omosessuale; e i “conservatori morali” per cui invece aborto, droga e unioni omosessuali sono desideri individuali e non vere libertà. Per vincere in America bisogna che queste due anime, tanto diverse, votino lo stesso partito. E da noi? Si possono tenere insieme Capezzone e i cattolici? “La domanda – mi risponde Respinti – andrebbe posta all’amico Capezzone, il quale sa bene che nella cultura americana ci sono i libertari di destra e quelli di sinistra. Alla fine, quando arrivano le elezioni, bisogna scegliere: l’esperienza americana dimostra che un pensiero antistatalista, favorevole al mercato libero in economia e ai diritti umani può vincere solo stando insieme a chi difende la vita e la famiglia. Con Capezzone abbiamo fatto insieme tante battaglie sui diritti umani, a partire da quella per i montagnard cattolici del Vietnam perseguitati dai comunisti. Posso solo invitarlo a continuare il cammino, in direzione di quello che in America chiamano ‘fusionismo’: mettere insieme le diverse anime del mondo conservatore e di centrodestra per sconfiggere la sinistra. Insomma, torniamo a Burke”.Negli Stati Uniti si dice già che un eventuale candidato repubblicano abortista e tiepido sui principi religiosi come Giuliani potrebbe non convincere il popolo delle chiese ad andare a votare, con il risultato paradossale di consegnare il paese ai democratici, le cui idee pure sono minoritarie. E in Italia, Respinti, come si portano i cattolici tentati dall’antipolitica a votare? “Invitandoli. Ma quando s’invita qualcuno a cena, poi non lo si mette a tavola con la tovaglia sporca, le posate unte e servendogli minestre riscaldate. È quanto ha fatto il centrosinistra, generando enorme delusione nei cosiddetti teodem, invitati a gran voce e poi trattati come i classici utili idioti. Un errore che il centrodestra non dovrebbe ripetere. Aggiunga un posto a tavola per i cattolici degno del ruolo storico e sociale che hanno nel Paese. Dopo tante delusioni, verranno volentieri”.
see u,
Giangiacomo
Gli amici lo chiamano “lo zio d’America”. Nel mondo cattolico italiano, Marco Respinti (nato a Milano del 1964), redattore del settimanale di cultura il Domenicale diretto da Angelo Crespi, da anni è una sorta di ambasciatore non ufficiale che fa conoscere presso le grandi fondazioni conservatrici americane, dove è di casa, il nuovo mondo cattolico italiano delle associazioni e dei movimenti, e diffonde in Italia la cultura americana religiosa e vicina al centrodestra, che non è quella dei film di Hollywood. Studioso di fama internazionale del pensiero conservatore anglo-americano, Respinti è Senior Fellow presso il Russell Kirk Center for Cultural Renewal di Mecosta, nel Michigan,e fa parte del consiglio direttivo della sezione italiana dell’Acton Institute.Inizio la conversazione con Respinti da un libro sul conservatorismo appena uscito negli Stati Uniti, L’ascesa dei conservatori di Donald Critchlow, pubblicato dalla prestigiosa Harvard University Press. Il testo ci ricorda che è scontato che tra gli aventi diritti al voto negli Stati Uniti ci sia una maggioranza che noi chiameremmo di centrodestra. Ma il centrodestra non vince sempre perché molti si astengono e non vanno a votare. Ed è proprio nel “popolo delle chiese”, quella maggioranza di americani che è religiosa e praticante, che molti diffidano della politica e delle elezioni. E in Italia? “Anche da noi – risponde Respinti – il problema è portare a votare il popolo delle chiese, dove si annida in gran parte un’astensione fondata sullo scetticismo verso la politica. Se votasse, questo popolo voterebbe in gran parte il centrodestra, ma è diffidente, e indisponibile a compromessi sui principi”.Mentre molti italiani pensano che le elezioni USA siano decise dalla politica estera, Critchlow dimostra che è vero il contrario. Bush padre, che aveva vinto la prima guerra in Iraq, perse le elezioni del 1992 sulla politica economica. Bush figlio nel 2004 era impantanato nella seconda guerra in Iraq ma ha vinto perché ha saputo portare al centro delle elezioni la campagna sui valori morali, in particolare la lotta contro l’aborto e le unioni omosessuali. E da noi? Secondo Respinti “c’è una certa differenza. Negli Stati Uniti i cristiani conservatori sono riusciti a trasformare l’aborto in una grande questione politica, in Italia non è così. Tuttavia su temi come la fecondazione artificiale e il riconoscimento delle unioni omosessuali qualcosa sta cambiando, e il ‘popolo delle chiese’ ha lanciato dei segnali evidenti, con il referendum sulla legge 40 e con il Family Day”.Però – obietto –, mentre da noi c’è chi pensa che il bipartitismo elimini le coalizioni eterogenee, la storia del Partito Repubblicano americano mostra che grandi partiti sono in realtà contenitori al cui interno ci sono idee molto diverse. Per esempio, i repubblicani vogliono meno tasse. Ma dall’altra chiedono una politica estera forte e più sicurezza nelle strade. Dal momento che esercito e polizia costano, le due esigenze entrano in conflitto. Anche da noi nel centrodestra c’è chi insiste sul principio di sussidiarietà e vuole far dimagrire lo Stato e chi accetterebbe uno Stato meno magro purché s’investa nella sicurezza e nella giustizia. Come farli stare insieme? “La cosa curiosa – secondo Respinti – è che le due posizioni sono incarnazioni storiche diverse di princìpi comuni.. Il pensatore irlandese Edmund Burke, padre settecentesco di tutti i conservatori, diceva che cambiare è il segreto per conservare. Il conservatorismo all’antica che insiste sullo ‘Stato minimo’ e il neoconservatorismo che chiede investimenti sulla sicurezza possono e devono trovare un punto di compromesso in un’analisi moderna e condivisa dei problemi nazionali e internazionali”.Critchlow parla di una seconda divisione tra i conservatori: ci sono i “libertari” per cui fra le libertà ci sono quelle di abortire, di drogarsi, di vedersi riconosciuto pubblicamente uno stile di vita omosessuale; e i “conservatori morali” per cui invece aborto, droga e unioni omosessuali sono desideri individuali e non vere libertà. Per vincere in America bisogna che queste due anime, tanto diverse, votino lo stesso partito. E da noi? Si possono tenere insieme Capezzone e i cattolici? “La domanda – mi risponde Respinti – andrebbe posta all’amico Capezzone, il quale sa bene che nella cultura americana ci sono i libertari di destra e quelli di sinistra. Alla fine, quando arrivano le elezioni, bisogna scegliere: l’esperienza americana dimostra che un pensiero antistatalista, favorevole al mercato libero in economia e ai diritti umani può vincere solo stando insieme a chi difende la vita e la famiglia. Con Capezzone abbiamo fatto insieme tante battaglie sui diritti umani, a partire da quella per i montagnard cattolici del Vietnam perseguitati dai comunisti. Posso solo invitarlo a continuare il cammino, in direzione di quello che in America chiamano ‘fusionismo’: mettere insieme le diverse anime del mondo conservatore e di centrodestra per sconfiggere la sinistra. Insomma, torniamo a Burke”.Negli Stati Uniti si dice già che un eventuale candidato repubblicano abortista e tiepido sui principi religiosi come Giuliani potrebbe non convincere il popolo delle chiese ad andare a votare, con il risultato paradossale di consegnare il paese ai democratici, le cui idee pure sono minoritarie. E in Italia, Respinti, come si portano i cattolici tentati dall’antipolitica a votare? “Invitandoli. Ma quando s’invita qualcuno a cena, poi non lo si mette a tavola con la tovaglia sporca, le posate unte e servendogli minestre riscaldate. È quanto ha fatto il centrosinistra, generando enorme delusione nei cosiddetti teodem, invitati a gran voce e poi trattati come i classici utili idioti. Un errore che il centrodestra non dovrebbe ripetere. Aggiunga un posto a tavola per i cattolici degno del ruolo storico e sociale che hanno nel Paese. Dopo tante delusioni, verranno volentieri”.
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Giangiacomo
Appello, ora la moratoria per l’aborto
C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani. Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti
Giuliano Ferrara
Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con lasua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486. Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio.La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri.Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica. Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.
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Giangiacomo
Giuliano Ferrara
Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con lasua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486. Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio.La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri.Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica. Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.
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Giangiacomo
martedì 25 dicembre 2007
Contro il Natale buonista (e veltroniano)
No alle esecuzioni per chi ha solo richiesto libertà (perchè non se ne parla?)
Sì alla pena di morte per i criminali (perchè si tende a giustificare i violenti??)
see u,
Giangiacomo
Sì alla pena di morte per i criminali (perchè si tende a giustificare i violenti??)
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Giangiacomo
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