Far pagare i danni alla polizia sarebbe un precedente molto poco serio
La sezione regionale del Piemonte della Corte dei conti sta chiudendo un’inchiesta per i danni subiti dallo stato, a Venaus, in Val Susa, con riguardo all’invasione, da parte di dimostranti, dei cantieri Tav.
Il tribunale di Torino ha in corso un processo per lesioni, devastazione e saccheggio, contro i dimostranti. Ma il procuratore della Corte dei conti del Piemonte non intende chiedere a loro i danni erariali causati mediante l’invasione e il danneggiamento dei cantieri.
Invece procede a carico della polizia, per danni causati all’immagine dello stato, mediante sue cariche, che ritiene eccessive. Non è chiaro se vi sia qualche procedimento penale, contro agenti, che abbiano usato violenza e causato lesioni personali immotivate. In tale caso, le vittime potrebbero chiedere un risarcimento.
Ma la tesi per cui gli agenti di polizia o il loro comandante possano essere chiamati a rispondere di danni all’immagine dello stato, in quanto hanno usato la forza, nei confronti di occupanti violenti di cantieri è assurda.
L’immagine dello stato italiano è stata danneggiata dall’occupazione violenta dei cantieri, cui è seguito lo stop al progetto. Ciò ha dato la sensazione di un governo che si piega pavidamente di fronte ai localismi e a dimostranti dotati di armi improprie.
Le azioni di sgombero dei cantieri da parte della polizia hanno ricostituito parzialmente l’immagine dello stato, facendo vedere che vi sono ancora autorità capaci di far rispettare le leggi e i diritti di proprietà. Ma gli operatori internazionali rimangono scettici sulla convenienza di investire in Italia, con riguardo alla tutela della libertà di iniziativa privata.
Se la tesi del procuratore regionale del Piemonte della Corte dei conti fosse accolta, la polizia sarebbe resa imbelle contro i violenti e s’ingenererebbe l’idea che la nostra forza pubblica non faccia parte di uno stato normale, ma di un musical in cui i ruoli fra le guardie e i ladri sono invertiti.
Paradossalmente, contro il magistrato regionale della Corte dei conti si potrebbero chiedere i danni per lesione dell’immagine dello stato, perché la sua azione impropria toglie credibilità alla polizia. Ma non è il caso di giocare sulle cose serie.
see u,
Giangiacomo
domenica 29 luglio 2007
mercoledì 25 luglio 2007
Salviamo i turchi dall'Iran
Le elezioni turche sono andate come prevedevano i sondaggi. Bush e Condi Rice lo sapevano da tempo, e per questo non hanno fatto neppure una telefonata ai leader dell'opposizione turca nelle settimane precedenti alle elezioni, confermando la loro fiducia all'islam politico di Erdogan, nonostante le perplessità di numerosi ambienti europei. Finita la campagna elettorale si può ora ammettere francamente che l'opposizione non era del tutto presentabile. I kemalisti del Chp candidavano diversi reduci dagli scandali di corruzione degli anni 1990. L'estrema destra nazionalista del Mhp - che entra in Parlamento superando il severo sbarramento del dieci per cento, ed è la vera sorpresa delle elezioni - ha portato in Parlamento un buon numero di figuri legati ai Lupi Grigi, nostalgici del Führer che in campagna elettorale hanno denunciato «complotti giudeo-massonici» e del cui movimento faceva parte l'autore dell'attentato del 1981 a Giovanni Paolo II, Ali Agca.
Il fatto che abbiano superato lo sbarramento del dieci per cento tre partiti - l'Akp di Erdogan, i kemalisti e gli ultra-nazionalisti - anziché due come nelle precedenti elezioni politiche fa sì che Erdogan, pure avendo aumentato notevolmente i voti rispetto alle ultime elezioni del 2002, dal 32% al 47%, abbia però perso seggi (340 più alcuni «indipendenti» rispetto ai 363 del 2002). Ha la maggioranza assoluta ma non quella dei due terzi che gli permetterebbe di eleggersi un proprio presidente della Repubblica. Rispetto ai sondaggi, si tratta del migliore tra i risultati possibili. Erdogan vince come era inevitabile, ma non stravince e per la presidenza della Repubblica o modifiche costituzionali dovrà venire a patti con gli altri partiti, mentre attende il referendum di ottobre che dovrebbe affidare al popolo l'elezione diretta del presidente ma probabilmente solo a partire dal prossimo decennio.
In campagna elettorale era certo lecito a molti europei fare il tifo contro Erdogan. Ora si tratta però di non regalare un grande Paese come la Turchia agli ayatollah di Teheran, che da mesi cercano di convincere Erdogan che l'Europa lo ha abbandonato e che un asse con l'Iran è il futuro della politica turca. Perché questo possa avvenire occorre tenere presenti due punti. Il primo è che da quasi mezzo millennio Turchia e Russia sospettano l'una dell'altra. Perché la Turchia non sia sedotta dall'offerta iraniana di costituire con Teheran un polo energetico e politico alternativo a Putin nell'Asia Centro-Occidentale, gli europei (come Washington consiglia) dovranno presentare a Erdogan offerte attraenti che contrastino seriamente il disegno egemonico di Mosca nella regione. Il secondo è che gli elettori di Erdogan - quasi metà dei turchi - non sono certo tutti fondamentalisti, ma sono fermi su alcune rivendicazioni religiose come la possibilità (non l'obbligo) per le donne di indossare il velo, anche negli uffici pubblici e nelle scuole. Intervistando sindaci di piccoli comuni turchi li ho trovati aperti sui diritti delle minoranze religiose e la condanna del terrorismo, ma fermi nella difesa del velo. Proprio su questioni simboliche come quella del velo (del resto già indossato dal 65% delle turche in barba alle leggi), l'Europa dovrà forse mostrare con Erdogan una certa flessibilità, nello stesso tempo vigilando contro ogni violazione dei diritti delle minoranze o deriva fondamentalista. Abbandonare il dialogo sarebbe molto pericoloso, e spingerebbe la Turchia nelle braccia dell'Iran.
see u,
Giangiacomo
Il fatto che abbiano superato lo sbarramento del dieci per cento tre partiti - l'Akp di Erdogan, i kemalisti e gli ultra-nazionalisti - anziché due come nelle precedenti elezioni politiche fa sì che Erdogan, pure avendo aumentato notevolmente i voti rispetto alle ultime elezioni del 2002, dal 32% al 47%, abbia però perso seggi (340 più alcuni «indipendenti» rispetto ai 363 del 2002). Ha la maggioranza assoluta ma non quella dei due terzi che gli permetterebbe di eleggersi un proprio presidente della Repubblica. Rispetto ai sondaggi, si tratta del migliore tra i risultati possibili. Erdogan vince come era inevitabile, ma non stravince e per la presidenza della Repubblica o modifiche costituzionali dovrà venire a patti con gli altri partiti, mentre attende il referendum di ottobre che dovrebbe affidare al popolo l'elezione diretta del presidente ma probabilmente solo a partire dal prossimo decennio.
In campagna elettorale era certo lecito a molti europei fare il tifo contro Erdogan. Ora si tratta però di non regalare un grande Paese come la Turchia agli ayatollah di Teheran, che da mesi cercano di convincere Erdogan che l'Europa lo ha abbandonato e che un asse con l'Iran è il futuro della politica turca. Perché questo possa avvenire occorre tenere presenti due punti. Il primo è che da quasi mezzo millennio Turchia e Russia sospettano l'una dell'altra. Perché la Turchia non sia sedotta dall'offerta iraniana di costituire con Teheran un polo energetico e politico alternativo a Putin nell'Asia Centro-Occidentale, gli europei (come Washington consiglia) dovranno presentare a Erdogan offerte attraenti che contrastino seriamente il disegno egemonico di Mosca nella regione. Il secondo è che gli elettori di Erdogan - quasi metà dei turchi - non sono certo tutti fondamentalisti, ma sono fermi su alcune rivendicazioni religiose come la possibilità (non l'obbligo) per le donne di indossare il velo, anche negli uffici pubblici e nelle scuole. Intervistando sindaci di piccoli comuni turchi li ho trovati aperti sui diritti delle minoranze religiose e la condanna del terrorismo, ma fermi nella difesa del velo. Proprio su questioni simboliche come quella del velo (del resto già indossato dal 65% delle turche in barba alle leggi), l'Europa dovrà forse mostrare con Erdogan una certa flessibilità, nello stesso tempo vigilando contro ogni violazione dei diritti delle minoranze o deriva fondamentalista. Abbandonare il dialogo sarebbe molto pericoloso, e spingerebbe la Turchia nelle braccia dell'Iran.
see u,
Giangiacomo
martedì 24 luglio 2007
Qualcosa che non c’è
Questa mattina pranzo con la mia amica Monica...
vorrei farvi soffermare sulla frase "Ho aspettato a lungo Qualcosa che non c'è Invece di guardare il sole sorgere" e lasciarvi riflettere... è o non è stupenda?
Tutto questo tempo a chiedermi
Cos'è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono
Così
Così un giorno
Ho scritto sul quaderno
Io farò sognare il mondo con la musica
Non molto tempo
Dopo quando mi bastava
Fare un salto per
Raggiungere la felicità
E la verità è
Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c'è
Invece di guardare il sole sorgere
Questo è sempre stato un modo
Per fermare il tempo
E la velocità
I passi svelti della gente
La disattenzione
Le parole dette
Senza umiltà
Senza cuore così
Solo per far rumore
Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c'è
Invece di guardare il sole sorgere
E miracolosamente non
Ho smesso di sognare
E miracolosamente
Non riesco a non sperare
E se c'è un segreto
E' fare tutto come
Se vedessi solo il sole
Un segreto è fare tutto
Come se
Fare tutto
Come se
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole
E non
Qualcosa che non c'è
see u,
Giangiacomo
vorrei farvi soffermare sulla frase "Ho aspettato a lungo Qualcosa che non c'è Invece di guardare il sole sorgere" e lasciarvi riflettere... è o non è stupenda?
Tutto questo tempo a chiedermi
Cos'è che non mi lascia in pace
Tutti questi anni a chiedermi
Se vado veramente bene
Così
Come sono
Così
Così un giorno
Ho scritto sul quaderno
Io farò sognare il mondo con la musica
Non molto tempo
Dopo quando mi bastava
Fare un salto per
Raggiungere la felicità
E la verità è
Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c'è
Invece di guardare il sole sorgere
Questo è sempre stato un modo
Per fermare il tempo
E la velocità
I passi svelti della gente
La disattenzione
Le parole dette
Senza umiltà
Senza cuore così
Solo per far rumore
Ho aspettato a lungo
Qualcosa che non c'è
Invece di guardare il sole sorgere
E miracolosamente non
Ho smesso di sognare
E miracolosamente
Non riesco a non sperare
E se c'è un segreto
E' fare tutto come
Se vedessi solo il sole
Un segreto è fare tutto
Come se
Fare tutto
Come se
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole
Vedessi solo il sole
E non
Qualcosa che non c'è
see u,
Giangiacomo
domenica 22 luglio 2007
Controriforma pensioni, controsenso senza copertura economica
A seguito della cancellazione della riforma delle pensioni del Governo Berlusconi, ritengo che questa riforma sia un controsenso, visto il continuo aumento della capacità di lavoro legato alle condizioni di migliore qualità della vita, ovviamente facendo eccezione per i lavori usuranti.
Questo accordo infatti è un compromesso assai faticoso che non si sa neanche se risolve le contraddizioni interne al centrosinistra e che viene realizzato attraverso un enorme impiego di spesa pubblica che non ha copertura e che quindi e’ destinato a creare dei problemi giganteschi ai conti pubblici.
Lo conferma il senatore Maurizio Sacconi: "L’analisi delle fonti di copertura allarma ancor più circa la assoluta ambiguità e inconsistenza della copertura di bilancio":
1) 3,5 miliardi sarebbero garantiti dalla holding degli enti previdenziali, cui la Ragioneria ha riconosciuto solo oneri aggiuntivi e nessuna economia.
2) 4,4 miliardi verrebbero dall’aumento dei contributi per i parasubordinati. Entrate improbabili perché, come già sperimentato, diminuisce il numero dei lavoratori di questo tipo.
3) 2,1 miliardi dovrebbero venire dai tagli alle pensioni superiori a 3 mila e 300 euro o erogate dai fondi speciali. Questa appare l’unica voce credibile.
A ciò si deve aggiungere che la Ragioneria si è cautelata rispetto agli improbabili risparmi da enti previdenziali con l’automatico aumento dei contributi per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi. Tutto ciò significa che se pochi avranno il modesto vantaggio di un piccolo anticipo dell’età di pensione, molti lo pagheranno in termini di taglio delle prestazioni previdenziali, aumento dei contributi e con ogni probabilita’ incremento del prelievo fiscale.
see u,
Giangiacomo
Questo accordo infatti è un compromesso assai faticoso che non si sa neanche se risolve le contraddizioni interne al centrosinistra e che viene realizzato attraverso un enorme impiego di spesa pubblica che non ha copertura e che quindi e’ destinato a creare dei problemi giganteschi ai conti pubblici.
Lo conferma il senatore Maurizio Sacconi: "L’analisi delle fonti di copertura allarma ancor più circa la assoluta ambiguità e inconsistenza della copertura di bilancio":
1) 3,5 miliardi sarebbero garantiti dalla holding degli enti previdenziali, cui la Ragioneria ha riconosciuto solo oneri aggiuntivi e nessuna economia.
2) 4,4 miliardi verrebbero dall’aumento dei contributi per i parasubordinati. Entrate improbabili perché, come già sperimentato, diminuisce il numero dei lavoratori di questo tipo.
3) 2,1 miliardi dovrebbero venire dai tagli alle pensioni superiori a 3 mila e 300 euro o erogate dai fondi speciali. Questa appare l’unica voce credibile.
A ciò si deve aggiungere che la Ragioneria si è cautelata rispetto agli improbabili risparmi da enti previdenziali con l’automatico aumento dei contributi per tutti i lavoratori dipendenti e autonomi. Tutto ciò significa che se pochi avranno il modesto vantaggio di un piccolo anticipo dell’età di pensione, molti lo pagheranno in termini di taglio delle prestazioni previdenziali, aumento dei contributi e con ogni probabilita’ incremento del prelievo fiscale.
see u,
Giangiacomo
sabato 14 luglio 2007
Il rinvio del rinvio
Non rimandare a domani quel che potresti fare oggi. L’aforisma di Benjamin Franklin non dev’essere popolare nei palazzi romani.
Come sembra dalle ultime notizie dei quotidiani, l’interminabile trattativa sulle pensioni starebbe per concludersi con un colpo ad effetto: il rinvio del rinvio.
Cerchiamo di ricostruire in cosa consiste questo nuovo record nell’arte del procrastinare.
Nel 2004, pressato dall’Europa per i conti pubblici in disordine e incapace di completare la riforma delle pensioni come anche previsto dalla legge approvata nel 1996, il governo Berlusconi lasciò in eredità ai posteri un incremento radicale e improvviso dei requisiti anagrafici per andare in pensione, il cosiddetto scalone. Si passava da 57 a 60 anni in una sola notte, quella del 31 dicembre 2007. Il Capodanno con scalone veniva collocato nella legislatura successiva, per non dovere difendere questo provvedimento draconiano di fronte alle piazze. Sarebbe stato un problema del governo futuro. Ora si sta facendo ancora peggio: arrivati ormai a ridosso dello scalone, si intende sostituirlo con uno scalino di un anno per poi attendere fino al 2010 e decidere cosa fare riguardo agli altri scalini. Insomma lo scalone è stato trasformato in scalini differiti. Come nei film di Walt Disney, questi scalini appariranno d’incanto al momento propizio. Tornando coi piedi per terra, questo rinvio del rinvio può costare fino a 9 miliardi di euro all'anno, che dovranno essere pagati tutti dai lavoratori, più a lungo da quelli più giovani. Non ci sono ragioni tecniche che giustifichino il nuovo rinvio. Non è vero che si avrà tempo di testare i premi che si vorrebbero concedere a chi andrà in pensione più tardi. Questi incentivi (pagati ovviamente anch’essi dai lavoratori più giovani) sono già stati introdotti nella passata legislatura e, a fronte di regali consistenti concessi soprattutto ai lavoratori più ricchi, hanno solo fatto ulteriormente lievitare la spesa previdenziale. La verità è che c'è solo una logica in queste scelte, come nel Dpef varato venerdì scorso, che rimanda ogni aggiustamento dei conti pubblici al 2009: si vuole guadagnare tempo, facendo fare le scelte impopolari a qualche altro politico o sindacalista (che spesso hanno ambizioni di carriera politica). Abbiamo sperimentato ampiamente questa prassi. La riforma previdenziale del 1996 comincerà ad entrare in vigore nel 2012 e si sta facendo di tutto per farla deragliare. I cosiddetti coefficienti di trasformazione (regole di calcolo della pensione sotto il nuovo metodo contributivo) dovevano essere aggiornati nel 2005. Altra patata bollente lasciata a questo governo che la sta «rimbalzando» al prossimo. Il fatto è che c’è un problema di incoerenza temporale in ogni legge o accordo ad attuazione differita. Se si offre domani la possibilità di rinegoziare un accordo sottoscritto oggi, chi rappresenta gli interessi dei lavoratori vicini alla pensione finirà per rinnegare gli impegni già presi, anche quando questi impegni hanno la forza cogente di una legge dello Stato. Leggi o accordi di questo tipo sono pura ipocrisia. Al tavolo il sindacato non ha voluto che si sedessero i giovani. O noi o loro hanno detto i leader sindacali. Capiamo bene perché. Non facendo oggi quel che si può fare domani saranno solo loro, i giovani, a pagare. Come avviene ormai da troppo tempo in questo Paese in cui si è maestri nel disinvestire sul futuro.
see u,
Giangiacomo
Come sembra dalle ultime notizie dei quotidiani, l’interminabile trattativa sulle pensioni starebbe per concludersi con un colpo ad effetto: il rinvio del rinvio.
Cerchiamo di ricostruire in cosa consiste questo nuovo record nell’arte del procrastinare.
Nel 2004, pressato dall’Europa per i conti pubblici in disordine e incapace di completare la riforma delle pensioni come anche previsto dalla legge approvata nel 1996, il governo Berlusconi lasciò in eredità ai posteri un incremento radicale e improvviso dei requisiti anagrafici per andare in pensione, il cosiddetto scalone. Si passava da 57 a 60 anni in una sola notte, quella del 31 dicembre 2007. Il Capodanno con scalone veniva collocato nella legislatura successiva, per non dovere difendere questo provvedimento draconiano di fronte alle piazze. Sarebbe stato un problema del governo futuro. Ora si sta facendo ancora peggio: arrivati ormai a ridosso dello scalone, si intende sostituirlo con uno scalino di un anno per poi attendere fino al 2010 e decidere cosa fare riguardo agli altri scalini. Insomma lo scalone è stato trasformato in scalini differiti. Come nei film di Walt Disney, questi scalini appariranno d’incanto al momento propizio. Tornando coi piedi per terra, questo rinvio del rinvio può costare fino a 9 miliardi di euro all'anno, che dovranno essere pagati tutti dai lavoratori, più a lungo da quelli più giovani. Non ci sono ragioni tecniche che giustifichino il nuovo rinvio. Non è vero che si avrà tempo di testare i premi che si vorrebbero concedere a chi andrà in pensione più tardi. Questi incentivi (pagati ovviamente anch’essi dai lavoratori più giovani) sono già stati introdotti nella passata legislatura e, a fronte di regali consistenti concessi soprattutto ai lavoratori più ricchi, hanno solo fatto ulteriormente lievitare la spesa previdenziale. La verità è che c'è solo una logica in queste scelte, come nel Dpef varato venerdì scorso, che rimanda ogni aggiustamento dei conti pubblici al 2009: si vuole guadagnare tempo, facendo fare le scelte impopolari a qualche altro politico o sindacalista (che spesso hanno ambizioni di carriera politica). Abbiamo sperimentato ampiamente questa prassi. La riforma previdenziale del 1996 comincerà ad entrare in vigore nel 2012 e si sta facendo di tutto per farla deragliare. I cosiddetti coefficienti di trasformazione (regole di calcolo della pensione sotto il nuovo metodo contributivo) dovevano essere aggiornati nel 2005. Altra patata bollente lasciata a questo governo che la sta «rimbalzando» al prossimo. Il fatto è che c’è un problema di incoerenza temporale in ogni legge o accordo ad attuazione differita. Se si offre domani la possibilità di rinegoziare un accordo sottoscritto oggi, chi rappresenta gli interessi dei lavoratori vicini alla pensione finirà per rinnegare gli impegni già presi, anche quando questi impegni hanno la forza cogente di una legge dello Stato. Leggi o accordi di questo tipo sono pura ipocrisia. Al tavolo il sindacato non ha voluto che si sedessero i giovani. O noi o loro hanno detto i leader sindacali. Capiamo bene perché. Non facendo oggi quel che si può fare domani saranno solo loro, i giovani, a pagare. Come avviene ormai da troppo tempo in questo Paese in cui si è maestri nel disinvestire sul futuro.
see u,
Giangiacomo
«La messa in latino unisce i fedeli»
C’è stato chi, dalle colonne di un quotidiano, si diceva certo, anzi certissimo, che il Papa non l’avrebbe mai firmato. Chi, seguendo la dottrina Bush, ha combattuto la sua «guerra preventiva» contro un documento di cui non conosceva il contenuto. Chi ha addirittura detto che Papa Ratzinger liberalizzando l’antico messale avrebbe «sbeffeggiato» il Concilio.
Benedetto XVI, con il Motu proprio e la lettera pubblicati ieri, ha preso una decisione coraggiosa e per certi versi epocale, peraltro in linea con le posizioni che aveva espresso negli ultimi vent’anni su questa materia. Non si torna indietro, non si abolisce il Vaticano II.
I timorosi che hanno paventato un tuffo nell’oscurità del passato - come se i cinque secoli durante i quali si è usato il rito di San Pio V fossero una triste parentesi da dimenticare - possono stare tranquilli. Non ci saranno, almeno in Italia, frotte di fedeli agguerriti a bussare alle parrocchie pretendendo le vecchie celebrazioni, e chi va a messa la domenica non si troverà improvvisamente di fronte a liturgie sconosciute e vetuste.
Con una punta di ironia, lo stesso Ratzinger tranquillizza tutti spiegando che l’antico rito «presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina» che «non si trovano tanto di frequente». A nessuno sarà imposto o impedito alcunché, verrà soltanto impedito di impedire la celebrazione secondo il rito antico.Perché, allora, questa decisione, se in fondo riguarda una minoranza di fedeli, peraltro in qualche caso anche portatori di nostalgiche posizioni socio-politiche in stile ancien régime? «Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura», spiega Benedetto XVI, e «si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa».
Il messale antico non è stato mai proibito né mai abolito. Il Papa apre dunque la porta a tutti i tradizionalisti, compresi i fedeli lefebvriani, il cui mancato ritorno alla piena comunione, dopo questo documento, apparirebbe inspiegabile.
È comunque ben strano che chi invoca un giorno sì e l’altro pure maggiore democrazia nella Chiesa non tenga in alcun conto le richieste provenienti dal basso, dai gruppi di fedeli tradizionalisti. Così come è ben strano che chi quotidianamente combatte contro un certo potere clericale, lo invochi per affermare che i tradizionalisti non hanno il diritto alla celebrazione secondo il vecchio rito. Diciamola tutta: i veri «ispiratori» inconsapevoli del Motu proprio sono quei vescovi i quali negli ultimi anni, disattendendo la richiesta di Giovanni Paolo II che li aveva invitati ad essere generosi nell’autorizzare la vecchia messa, hanno opposto rifiuti e in diversi casi non hanno nemmeno voluto parlare con questi fedeli.
Salvo poi concedere, magari, le chiese della diocesi ai «fratelli separati» dell’ortodossia o ai protestanti, incuranti però di quei fratelli «uniti» nella fede anche se portatori di una diversa sensibilità liturgica. È stato detto che questa decisione papale mette a repentaglio l’unità della Chiesa.
In realtà nella Chiesa le diversità, anche liturgiche, sono state sempre considerate una ricchezza e non si vede perché un rito cattolico usato da grandi santi debba essere oggi considerato alla stregua di una pericolosa bomba ad orologeria. Andrebbe poi ricordato che questa preoccupazione per l’unità liturgica non è stata quasi mai invocata quando si è trattato di intervenire di fronte a certi abusi del postconcilio.
Si può dire messa con i burattini, si possono trasformare le liturgie in show, si può ballare e recitare il Padre Nostro con le melodie dei Beatles, si possono cambiare i testi, si può persino omettere parte del canone senza che qualcuno intervenga.
Solo il messale di San Pio V romperebbe l’unità.Quello del Papa è, invece, un atto in linea con le direttive di Giovanni Paolo II, e l’offerta benevola di una maggiore libertà nell’uso del rito antico per favorire la riconciliazione non può che essere bene accolta anche da quanti, come chi scrive, non sono tradizionalisti e si sentono pienamente a loro agio con la nuova messa ben celebrata.
see u,
Giangiacomo
Benedetto XVI, con il Motu proprio e la lettera pubblicati ieri, ha preso una decisione coraggiosa e per certi versi epocale, peraltro in linea con le posizioni che aveva espresso negli ultimi vent’anni su questa materia. Non si torna indietro, non si abolisce il Vaticano II.
I timorosi che hanno paventato un tuffo nell’oscurità del passato - come se i cinque secoli durante i quali si è usato il rito di San Pio V fossero una triste parentesi da dimenticare - possono stare tranquilli. Non ci saranno, almeno in Italia, frotte di fedeli agguerriti a bussare alle parrocchie pretendendo le vecchie celebrazioni, e chi va a messa la domenica non si troverà improvvisamente di fronte a liturgie sconosciute e vetuste.
Con una punta di ironia, lo stesso Ratzinger tranquillizza tutti spiegando che l’antico rito «presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina» che «non si trovano tanto di frequente». A nessuno sarà imposto o impedito alcunché, verrà soltanto impedito di impedire la celebrazione secondo il rito antico.Perché, allora, questa decisione, se in fondo riguarda una minoranza di fedeli, peraltro in qualche caso anche portatori di nostalgiche posizioni socio-politiche in stile ancien régime? «Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura», spiega Benedetto XVI, e «si tratta di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa».
Il messale antico non è stato mai proibito né mai abolito. Il Papa apre dunque la porta a tutti i tradizionalisti, compresi i fedeli lefebvriani, il cui mancato ritorno alla piena comunione, dopo questo documento, apparirebbe inspiegabile.
È comunque ben strano che chi invoca un giorno sì e l’altro pure maggiore democrazia nella Chiesa non tenga in alcun conto le richieste provenienti dal basso, dai gruppi di fedeli tradizionalisti. Così come è ben strano che chi quotidianamente combatte contro un certo potere clericale, lo invochi per affermare che i tradizionalisti non hanno il diritto alla celebrazione secondo il vecchio rito. Diciamola tutta: i veri «ispiratori» inconsapevoli del Motu proprio sono quei vescovi i quali negli ultimi anni, disattendendo la richiesta di Giovanni Paolo II che li aveva invitati ad essere generosi nell’autorizzare la vecchia messa, hanno opposto rifiuti e in diversi casi non hanno nemmeno voluto parlare con questi fedeli.
Salvo poi concedere, magari, le chiese della diocesi ai «fratelli separati» dell’ortodossia o ai protestanti, incuranti però di quei fratelli «uniti» nella fede anche se portatori di una diversa sensibilità liturgica. È stato detto che questa decisione papale mette a repentaglio l’unità della Chiesa.
In realtà nella Chiesa le diversità, anche liturgiche, sono state sempre considerate una ricchezza e non si vede perché un rito cattolico usato da grandi santi debba essere oggi considerato alla stregua di una pericolosa bomba ad orologeria. Andrebbe poi ricordato che questa preoccupazione per l’unità liturgica non è stata quasi mai invocata quando si è trattato di intervenire di fronte a certi abusi del postconcilio.
Si può dire messa con i burattini, si possono trasformare le liturgie in show, si può ballare e recitare il Padre Nostro con le melodie dei Beatles, si possono cambiare i testi, si può persino omettere parte del canone senza che qualcuno intervenga.
Solo il messale di San Pio V romperebbe l’unità.Quello del Papa è, invece, un atto in linea con le direttive di Giovanni Paolo II, e l’offerta benevola di una maggiore libertà nell’uso del rito antico per favorire la riconciliazione non può che essere bene accolta anche da quanti, come chi scrive, non sono tradizionalisti e si sentono pienamente a loro agio con la nuova messa ben celebrata.
see u,
Giangiacomo
Libertà religiosa a rischio in tutta l'Asia
Medio Oriente
ARABIA SAUDITA(Abitanti: 24.293.844 – Cristiani: 840.000)
Portata più volte ad esempio, negativo, da Giovanni Paolo II come Paese che nega la libertà religiosa, l’Arabia Saudita vieta qualsiasi attività non islamica, anche individuale, ed il semplice possesso di libri e oggetti religiosi. Pur in mancanza di dati ufficiali, sono centinaia i cristiani in prigione, soprattutto per aver guidato riunioni di preghiera.
IRAN(Abitanti:: 65 milioni - Cristiani: 340.000)
I cristiani in Iran sono tollerati come cittadini di seconda classe, come una “minoranza etnica” separata, soggetta a molte limitazioni. Tutte le chiese sono “protette” dalla polizia, ma anche controllate. È proibita la missione. La mancanza di prospettive economiche e di libertà religiosa spinge i cristiani all’emigrazione. Le conversioni dall’Islam avvengono, ma in segreto e fuori dell’Iran. Fra i protestanti si registrano arresti, sequestro di materiale religioso e condanne a morte per musulmani convertiti. Talvolta tali condanne sono trasformate poi in ergastolo. Controlli, violenze, distruzioni, esecuzioni caratterizzano anche la setta dei Baha’i.
IRAQ(Abitanti:: 28 milioni - Cristiani: 1,5 milioni)
Due sacerdoti, uno caldeo, uno ortodosso, sono stati uccisi dopo essere stati fermati e rapiti da gruppi islamici. L’attuale situazione di anarchia e mancanza di sicurezza e di aumento del fondamentalismo, ha generato una totale insicurezza per la vita dei cristiani. In certe zone del Paese essi soffrono per stupri, rapimenti, pagamenti di riscatti, minacce, uccisioni sequestri, tutti perpetrati con moventi religiosi. Decine di chiese hanno subito attentati e distruzioni. Centinaia di migliaia di cristiani stanno fuggendo all’estero. Secondo alcune stime ufficiose, più del 50% dei cristiani ha lasciato il Paese.La mancanza di ordine, sicurezza e le crescenti violenze spingono all’emigrazione anche molte famiglie musulmane. Per tutti i profughi irakeni è emergenza umanitaria; la stragrande maggioranza dei profughi è cristiana.
PALESTINA(Abitanti: circa 2.900.000 – Cristiani: circa 200.000)
Formalmente liberi, i cristiani subiscono vessazioni ed anche attacchi violenti, come quello di metà giugno alle suore del Rosario a Gaza, di fronte ai quali le autorità non reagiscono. La situazione si è aggravata con la crescita dei fondamentalisti, da Hamas alla Jihad. A centinaia di migliaia hanno lasciato il Paese. A Betlemme venti anni fa erano l’80% della popolazione, ora sono il 10%. A Nazareth erano la maggioranza, oggi sono il 15%.
SIRIA(Abitanti: 17.585.540 - Cristiani: 920.000)
Più che di mancanza di libertà religiosa, si può parlare di mancanza di libertà, che accomuna tutti i siriani. La minoranza cristiana è comunque in diminuzione: nel 1973, i cattolici costituivano il 2,8% della popolazione, nel 2005 essi sono scesi all'1,9%.
TURCHIA(Abitanti: 68.109.469 – Cristiani: circa 100.000)
Paese formalmente “laico”, continua a non riconoscere personalità alle Chiese, che non possono neppure essere proprietarie dei loro edifici di culto. La Corte suprema ha di recente negato la qualifica di “ecumenico” al patriarcato di Costantinopoli, che tale è definito da 17 secoli da tutti gli ortodossi. E’ in forte crescita il fondamentalismo, manifestatosi nelle uccisioni di don Andrea Santoro, dei tre cristiani impiegati in una casa editrice protestante, degli attacchi ad altri religiosi.
Asia del Nord
RUSSIA(Abitanti: 141.377.752 - Cristiani: 33.223.771 )
Si può parlare per lo più di discriminazione: l’atteggiamento verso i musulmani è negativo in molte regioni della Federazione, per la facile associazione con il terrorismo ceceno. In aumento gli episodi di anti-semitismo. Un sondaggio del 2006 indicava la Russia come il Paese più antisemita tra quelli a maggioranza cristiana, con aggressioni e minacce alla comunità ebrea. Molti cittadini credono che l’adesione almeno nominale alla Chiesa russo-ortodossa sia il cuore dell’identità nazionale.
Asia del Sud
AFGHANISTAN(Abitanti: 31.889.923 - Cristiani e altri: 605.908)
La Costituzione nazionale si impegna a garantire la libertà di religione salvo poi porre la sharia a fondamento legale. La legge islamica prevede fino alla pena di morte per chi si converte dall’islam. Come ha rischiato Abdul Rahman nel 2006, convertitola cristianesimo, costretto a rifugiarsi in Italia per non essere giustiziato. Non esistono chiese pubbliche, l’unica ammessa è la cappella interna all’ambasciata italiana a Kabul.
BANGLADESH(Abitanti: 150.448.339 - Cristiani: 1.053.138)
Fondamentalismo e terrorismo islamico sono in crescita: sarebbero 50mila gli estremisti pronti ad attaccare anche obbiettivi religiosi, moschee, chiese, templi indù e buddisti. L’ultimo governo del BNP, per mantenere l’appoggio dei gruppi radicali, ha promosso la diffusione di un islam ortodosso, permettendo di fatto la persecuzione di comunità musulmane ritenute eretiche, come gli ahmadi. Sono attive 64mila scuole coraniche, la maggior parte fuori dal controllo statale.
INDIA(Abitanti: 1.075.784.000 - Cristiani: 66.698.608)
Sono almeno 215 gli attacchi subiti dai cristiani in India nel corso del 2006. Gli incidenti vanno dalla profanazione dei luoghi religiosi fino all'omicidio di esponenti della comunità di minoranza. Intense le violazioni alla libertà religiosa negli Stati governati dai nazionalisti indù, in crescita in quelli che si definiscono laici. Sotto tiro anche la comunità musulmana, che ha dovuto affrontare non meno di 70 attacchi violenti nello stesso periodo. Il tutto rientra nel quadro della “zafferanizzazione” dell’India, ovvero il “ritorno alle origini” predicato dai fondamentalisti indù, che usano la violenza per “riconvertire” gli aderenti alle minoranze religiose dell’Unione.
NEPAL(Abitanti: 28 milioni - Cristiani e altri: 600mila)
Dal maggio 2006 è uno Stato laico, dopo 238 anni di teocrazia indù. Ma non sono finite le frequenti persecuzioni contro i cristiani da parte di estremisti indù, con accuse di proselitismo Nell’aprile 2005 un coppia cristiana che dal 1995 gestisce un orfanotrofio è stata arrestata con l’accusa di battezzare bambini indù. Sono esplose bombe nell’aprile 2007 contro un orfanotrofio cristiano e nel luglio 2005 in una scuola gestita da suore.
PAKISTAN(Abitanti: 149.723.000 - Cristiani: 3.743.075)
Il Paese si dichiara sulla carta “di ispirazione musulmana” e garantisce nella Costituzione la libertà religiosa dei singoli. In realtà, è in vigore una legislazione ferocemente contraria ai non musulmani ed alle sette non riconosciute dell’islam. Brilla in negativo la legge sulla blasfemia, introdotta nel 1986, che fino ad ora ha prodotto circa 5.000 denunce. Di queste, 560 sono poi divenute condanne (da un minimo di cinque anni all’impiccagione) mentre altre 30 sono in attesa di giudizio. Inoltre, si sono registrati negli ultimi anni almeno 24 casi di omicidi extragiudiziari di “blasfemi”, per la maggior parte di fede ahmadi. Diversi testimoni parlano di un uso strumentale della legge, usato per eliminare oppositori politici e rivali economici.
Asia Centrale
KAZAKISTANAbitanti: 15 milioni – Cristiani: 1,6 milioni)
C’è una crescente intolleranza verso le minoranze religiose, come protestanti, musulmani Ahmadi, Hare Krisna e Testimoni di Geova, anche con una diffusa propaganda contraria sui media statali. Permane una mentalità “stile sovietico”: lo Stato ha ampi poteri per “combattere l’estremismo” e garantire “l’ordine pubblico”, concetti che la legge lascia indefiniti. Ai gruppi non registrati è proibita qualsiasi attività, anche riunirsi in case private per pregare. Chi lo fa è punito con pesanti multe, arresti e carcere. A molti gruppi l’autorizzazione non è data sebbene richiesta.
KIRGHIZISTAN(Abitanti: 5 milioni – Cristiani: 300mila)
Negli ultimi anni l’estremismo islamico ha operato contro i cristiani, soprattutto protestanti, con aggressioni e percosse, minacce e chiedendo la chiusura delle chiese. Nei villaggi la folla ha aggredito cristiani, intimando loro di andar via. Le autorità non intervengono e invitano i cristiani a essere “meno attivi” e operano uno stretto controllo sui finanziamenti dei gruppi religiosi. Nel dicembre 2005 nel meridione è stato ucciso un islamico convertito al cristianesimo.
TAGIKISTAN(Abitanti: 6,5 milioni - Cristiani e altri: 130mila)
C’è finora stata ampia tolleranza verso ogni fede. Ma desta preoccupazione nelle minoranze religiose una proposta di legge all’esame dei parlamento, che prevede che siano riconosciuti solo i gruppi religiosi con almeno 400 iscritti maggiorenni nel distretto e 800 nelle città (oggi ne bastano 10), proibisce l’insegnamento religioso nelle case e ai bambini fino a 7 anni, prevede il controllo statale su tutti i finanziamenti e le spese dei gruppi, inibisce ai leader religiosi uffici pubblici elettivi.
TURKMENISTAN(Abitanti: 5,5 milioni - Cristiani ortodossi: 129mila)
A dicembre è morto il dittatore Niyazov, autore del Ruhnama, testo “sacro” esposto in tutte le moschee e insegnato a scuola. Ma non ci sono stati miglioramenti e lo Stato pretende il completo controllo su tutte le religioni. I cristiani sono colpiti con multe, carcere, espulsioni, alla comunità cattolica armena è negato il riconoscimento e possono celebrare messa solo in territorio diplomatico. Pesanti gli interventi sugli islamici, con il mufti capo condannato a 22 anni di carcere e lo Stato che vuole scegliere i predicatori delle moschee e limita i visti per partecipare all’haji.
UZBEKISTAN(Abitanti: 26 milioni - Cristiani ortodossi 195mila)
Lo Stato vuole un pieno controllo su tutte le religioni e le loro attività, anche gli islamici e opera una sistematica persecuzione contro cristiani e altre minoranze religiose, puniti con multe e gravi condanne anche se si incontrano in casa per pregare. Chi è in carcere subisce violenze fisiche e mentali affinché abiuri. La polizia segreta istiga i funzionari amministrativi locali a vere campagne di intolleranza contro i cristiani. Colpiti anche i gruppi e i predicatori islamici che vogliano essere autonomi.
Asia dell’Est
CINA (Abitanti:: 1,3 miliardi - Cattolici: 12-15 milioni; protestanti: 35-50 milioni; ortodossi: 13 mila)
Due vescovi non ufficiali dell’Hebei sono scomparsi nelle mani della polizia: mons. Han Dingxian, 67 anni, scomparso da un anno; mons. Giacomo Su Zhimin, 74 anni, da più di 10 anni. Decine di vescovi sono in isolamento o sotto controllo, come anche i sacerdoti. Alcuni preti scontano la pena ai lavori forzati.Distruzione di chiese, arresti, battiture, condanne sono subiti anche da molti gruppi protestanti. Il piccolo gruppo ortodosso non è riconosciuto come religione ufficiale. Una persecuzione molto pesante – con condanne a morte e rischio di genocidio – è vissuta da uighuri del Xinjiang e dai buddisti tibetani.
COREA DEL NORD(Abitanti: 22.776.000 - Cristiani: 159.432)
La situazione della libertà religiosa è drammatica. Dalla fine della guerra civile (1953), l’unica fede ammessa è il culto del Presidente eterno Kim Il-sung e del Caro Leader Kim Jong-il. Si stimano in oltre 300mila i cristiani “scomparsi” durante i primi anni del regime comunista, mentre quasi 80mila buddisti sono stati costretti a fuggire nel Sud. I fedeli di ogni religione, se colti in preghiera, vengono condannati al lager. Ad oggi non vi sono spiragli di nessun genere per la libertà religiosa, se si esclude l’ortodossia russa “beneficiata” dalle pressioni di Mosca su Pyongyang.
Asia Sud Est
FILIPPINE (Abitanti: 84.538.000 - Cristiani: 75.830.586)
Il Paese, a maggioranza cattolica, è teatro di una guerriglia indipendentista musulmana che dura da oltre 30 anni. Nel sud, dove si verificano con più frequenza gli scontri, si sono verificati diversi attacchi ai cristiani locali da parte di milizie islamiche. Tuttavia, spiegano gli esperti, si tratta per lo più di guerriglieri infiltrati dall’estero, che cercano di mantenere aspro lo scontro con il governo.
INDONESIA(Abitanti: 234.693.997 - Cristiani: 22.530.623)
Terrorismo ed estremismo islamico, innestati su locali conflitti politici e interessi personalistici, rappresentano un reale ostacolo per la garanzia della libertà religiosa nel Paese musulmano più popoloso del mondo. Numerosi attentati sono avvenuti in festività religiose e contro obiettivi sacri. Nel 2006 sono stati condannati a morte, dopo un processo sommario, 3 cattolici in merito a scontri interreligiosi per cui nessun musulmano ha ricevuto pena così alta. Nel 2005 un gruppo di terroristi decapita 3 ragazze cristiane a Poso. Costruire un luogo di culto per le religioni di minoranze richiede anni di attesa per i permessi e le chiese domestiche vengono chiuse con la forza dagli estremisti. Solo dal 2004 si registrano 70 casi.
LAOS(Abitanti: 6.068.117 - Cristiani: circa 100.000)
Alla conquista del potere da parte dei comunisti, nel 1975, il governo dichiarò di voler eliminare il cristianesimo, in quanto “religione straniera imperialista”, furono espulsi tutti i missionari e ancora non è possibile entrare e operare per nessun istituto religioso internazionale con membri stranieri. Negli ultimi anni varie decine di cristiani protestanti sono stati arrestati, due ancora nell’agosto dell’anno scorso. Anche la Chiesa cattolica subisce pesanti controlli.
MALAYSIA(Abitanti: 24.821.286 - Cristiani: 2.060.166)
Da anni il governo promuove un’islamizzazione volta a favorire l’etnia maggioritaria dei malay. La libertà religiosa delle minoranze, ma anche dei musulmani, è fortemente limitata dall’ambiguità del sistema giuridico che verte su due legislazioni: quella costituzionale, che garantisce la libertà di religione e la legge islamica, che invece proibisce la conversione dall’islam. Gli “apostati” vengono puniti con la "riabilitazione" forzata, con il carcere e multe salate.
MYANMAR(Abitanti: 47.373.958 - Cristiani: 2.321.323)
La violazione della libertà religiosa è sistematica e legata alla persecuzione delle minoranze etniche. Colpisce indistintamente cristiani, musulmani e in alcuni casi anche i buddisti. La giunta militare usa il buddismo per mera propaganda imbavagliando la libertà d’espressione della comunità. Non sono ammessi missionari stranieri che risiedano stabilmente nel Paese. Il governo limita l’evangelizzazione, la costruzione e la manutenzione di chiese.
TAILANDIA(Abitanti: 62 milioni – Cristiani: 440mila, musulmani 2.850.000)
C’è una generale tolleranza verso tutte le religioni, ma un acceso conflitto nel meridione, zona a maggioranza islamica in un Paese buddista. Gli estremisti musulmani vogliono la secessione e ci sono continui attentanti e uccisioni da entrambe le parti, con più di 2.200 morti e oltre 3mila feriti dal 2003. Molto colpite le scuole statali, dove gli insegnanti buddisti vanno con la scorta dell’esercito. Ad aprile una bomba è esplosa davanti a una moschea.
VIETNAM(Abitanti: 82.689.518 – Cattolici: 6.180.000)
Fortemente perseguitati fin dal 1975, i cristiani, minoranza forte di oltre sei milioni di persone, hanno potuto resistere, malgrado arresti e deportazioni. Nel 2006, il desiderio del governo di entrare nel Wto ha favorito qualche concessione, ma ottenuto l’ingresso nell’Organizzazione, sembra ci sia qualche passo indietro, con nuovi episodi di vessazioni ed arresti, specialmente tra i montagnard. Perseguitati sono anche gli aderenti alla Chiesa unificata buddista del Vietnam.
see u,
Giangiacomo
ARABIA SAUDITA(Abitanti: 24.293.844 – Cristiani: 840.000)
Portata più volte ad esempio, negativo, da Giovanni Paolo II come Paese che nega la libertà religiosa, l’Arabia Saudita vieta qualsiasi attività non islamica, anche individuale, ed il semplice possesso di libri e oggetti religiosi. Pur in mancanza di dati ufficiali, sono centinaia i cristiani in prigione, soprattutto per aver guidato riunioni di preghiera.
IRAN(Abitanti:: 65 milioni - Cristiani: 340.000)
I cristiani in Iran sono tollerati come cittadini di seconda classe, come una “minoranza etnica” separata, soggetta a molte limitazioni. Tutte le chiese sono “protette” dalla polizia, ma anche controllate. È proibita la missione. La mancanza di prospettive economiche e di libertà religiosa spinge i cristiani all’emigrazione. Le conversioni dall’Islam avvengono, ma in segreto e fuori dell’Iran. Fra i protestanti si registrano arresti, sequestro di materiale religioso e condanne a morte per musulmani convertiti. Talvolta tali condanne sono trasformate poi in ergastolo. Controlli, violenze, distruzioni, esecuzioni caratterizzano anche la setta dei Baha’i.
IRAQ(Abitanti:: 28 milioni - Cristiani: 1,5 milioni)
Due sacerdoti, uno caldeo, uno ortodosso, sono stati uccisi dopo essere stati fermati e rapiti da gruppi islamici. L’attuale situazione di anarchia e mancanza di sicurezza e di aumento del fondamentalismo, ha generato una totale insicurezza per la vita dei cristiani. In certe zone del Paese essi soffrono per stupri, rapimenti, pagamenti di riscatti, minacce, uccisioni sequestri, tutti perpetrati con moventi religiosi. Decine di chiese hanno subito attentati e distruzioni. Centinaia di migliaia di cristiani stanno fuggendo all’estero. Secondo alcune stime ufficiose, più del 50% dei cristiani ha lasciato il Paese.La mancanza di ordine, sicurezza e le crescenti violenze spingono all’emigrazione anche molte famiglie musulmane. Per tutti i profughi irakeni è emergenza umanitaria; la stragrande maggioranza dei profughi è cristiana.
PALESTINA(Abitanti: circa 2.900.000 – Cristiani: circa 200.000)
Formalmente liberi, i cristiani subiscono vessazioni ed anche attacchi violenti, come quello di metà giugno alle suore del Rosario a Gaza, di fronte ai quali le autorità non reagiscono. La situazione si è aggravata con la crescita dei fondamentalisti, da Hamas alla Jihad. A centinaia di migliaia hanno lasciato il Paese. A Betlemme venti anni fa erano l’80% della popolazione, ora sono il 10%. A Nazareth erano la maggioranza, oggi sono il 15%.
SIRIA(Abitanti: 17.585.540 - Cristiani: 920.000)
Più che di mancanza di libertà religiosa, si può parlare di mancanza di libertà, che accomuna tutti i siriani. La minoranza cristiana è comunque in diminuzione: nel 1973, i cattolici costituivano il 2,8% della popolazione, nel 2005 essi sono scesi all'1,9%.
TURCHIA(Abitanti: 68.109.469 – Cristiani: circa 100.000)
Paese formalmente “laico”, continua a non riconoscere personalità alle Chiese, che non possono neppure essere proprietarie dei loro edifici di culto. La Corte suprema ha di recente negato la qualifica di “ecumenico” al patriarcato di Costantinopoli, che tale è definito da 17 secoli da tutti gli ortodossi. E’ in forte crescita il fondamentalismo, manifestatosi nelle uccisioni di don Andrea Santoro, dei tre cristiani impiegati in una casa editrice protestante, degli attacchi ad altri religiosi.
Asia del Nord
RUSSIA(Abitanti: 141.377.752 - Cristiani: 33.223.771 )
Si può parlare per lo più di discriminazione: l’atteggiamento verso i musulmani è negativo in molte regioni della Federazione, per la facile associazione con il terrorismo ceceno. In aumento gli episodi di anti-semitismo. Un sondaggio del 2006 indicava la Russia come il Paese più antisemita tra quelli a maggioranza cristiana, con aggressioni e minacce alla comunità ebrea. Molti cittadini credono che l’adesione almeno nominale alla Chiesa russo-ortodossa sia il cuore dell’identità nazionale.
Asia del Sud
AFGHANISTAN(Abitanti: 31.889.923 - Cristiani e altri: 605.908)
La Costituzione nazionale si impegna a garantire la libertà di religione salvo poi porre la sharia a fondamento legale. La legge islamica prevede fino alla pena di morte per chi si converte dall’islam. Come ha rischiato Abdul Rahman nel 2006, convertitola cristianesimo, costretto a rifugiarsi in Italia per non essere giustiziato. Non esistono chiese pubbliche, l’unica ammessa è la cappella interna all’ambasciata italiana a Kabul.
BANGLADESH(Abitanti: 150.448.339 - Cristiani: 1.053.138)
Fondamentalismo e terrorismo islamico sono in crescita: sarebbero 50mila gli estremisti pronti ad attaccare anche obbiettivi religiosi, moschee, chiese, templi indù e buddisti. L’ultimo governo del BNP, per mantenere l’appoggio dei gruppi radicali, ha promosso la diffusione di un islam ortodosso, permettendo di fatto la persecuzione di comunità musulmane ritenute eretiche, come gli ahmadi. Sono attive 64mila scuole coraniche, la maggior parte fuori dal controllo statale.
INDIA(Abitanti: 1.075.784.000 - Cristiani: 66.698.608)
Sono almeno 215 gli attacchi subiti dai cristiani in India nel corso del 2006. Gli incidenti vanno dalla profanazione dei luoghi religiosi fino all'omicidio di esponenti della comunità di minoranza. Intense le violazioni alla libertà religiosa negli Stati governati dai nazionalisti indù, in crescita in quelli che si definiscono laici. Sotto tiro anche la comunità musulmana, che ha dovuto affrontare non meno di 70 attacchi violenti nello stesso periodo. Il tutto rientra nel quadro della “zafferanizzazione” dell’India, ovvero il “ritorno alle origini” predicato dai fondamentalisti indù, che usano la violenza per “riconvertire” gli aderenti alle minoranze religiose dell’Unione.
NEPAL(Abitanti: 28 milioni - Cristiani e altri: 600mila)
Dal maggio 2006 è uno Stato laico, dopo 238 anni di teocrazia indù. Ma non sono finite le frequenti persecuzioni contro i cristiani da parte di estremisti indù, con accuse di proselitismo Nell’aprile 2005 un coppia cristiana che dal 1995 gestisce un orfanotrofio è stata arrestata con l’accusa di battezzare bambini indù. Sono esplose bombe nell’aprile 2007 contro un orfanotrofio cristiano e nel luglio 2005 in una scuola gestita da suore.
PAKISTAN(Abitanti: 149.723.000 - Cristiani: 3.743.075)
Il Paese si dichiara sulla carta “di ispirazione musulmana” e garantisce nella Costituzione la libertà religiosa dei singoli. In realtà, è in vigore una legislazione ferocemente contraria ai non musulmani ed alle sette non riconosciute dell’islam. Brilla in negativo la legge sulla blasfemia, introdotta nel 1986, che fino ad ora ha prodotto circa 5.000 denunce. Di queste, 560 sono poi divenute condanne (da un minimo di cinque anni all’impiccagione) mentre altre 30 sono in attesa di giudizio. Inoltre, si sono registrati negli ultimi anni almeno 24 casi di omicidi extragiudiziari di “blasfemi”, per la maggior parte di fede ahmadi. Diversi testimoni parlano di un uso strumentale della legge, usato per eliminare oppositori politici e rivali economici.
Asia Centrale
KAZAKISTANAbitanti: 15 milioni – Cristiani: 1,6 milioni)
C’è una crescente intolleranza verso le minoranze religiose, come protestanti, musulmani Ahmadi, Hare Krisna e Testimoni di Geova, anche con una diffusa propaganda contraria sui media statali. Permane una mentalità “stile sovietico”: lo Stato ha ampi poteri per “combattere l’estremismo” e garantire “l’ordine pubblico”, concetti che la legge lascia indefiniti. Ai gruppi non registrati è proibita qualsiasi attività, anche riunirsi in case private per pregare. Chi lo fa è punito con pesanti multe, arresti e carcere. A molti gruppi l’autorizzazione non è data sebbene richiesta.
KIRGHIZISTAN(Abitanti: 5 milioni – Cristiani: 300mila)
Negli ultimi anni l’estremismo islamico ha operato contro i cristiani, soprattutto protestanti, con aggressioni e percosse, minacce e chiedendo la chiusura delle chiese. Nei villaggi la folla ha aggredito cristiani, intimando loro di andar via. Le autorità non intervengono e invitano i cristiani a essere “meno attivi” e operano uno stretto controllo sui finanziamenti dei gruppi religiosi. Nel dicembre 2005 nel meridione è stato ucciso un islamico convertito al cristianesimo.
TAGIKISTAN(Abitanti: 6,5 milioni - Cristiani e altri: 130mila)
C’è finora stata ampia tolleranza verso ogni fede. Ma desta preoccupazione nelle minoranze religiose una proposta di legge all’esame dei parlamento, che prevede che siano riconosciuti solo i gruppi religiosi con almeno 400 iscritti maggiorenni nel distretto e 800 nelle città (oggi ne bastano 10), proibisce l’insegnamento religioso nelle case e ai bambini fino a 7 anni, prevede il controllo statale su tutti i finanziamenti e le spese dei gruppi, inibisce ai leader religiosi uffici pubblici elettivi.
TURKMENISTAN(Abitanti: 5,5 milioni - Cristiani ortodossi: 129mila)
A dicembre è morto il dittatore Niyazov, autore del Ruhnama, testo “sacro” esposto in tutte le moschee e insegnato a scuola. Ma non ci sono stati miglioramenti e lo Stato pretende il completo controllo su tutte le religioni. I cristiani sono colpiti con multe, carcere, espulsioni, alla comunità cattolica armena è negato il riconoscimento e possono celebrare messa solo in territorio diplomatico. Pesanti gli interventi sugli islamici, con il mufti capo condannato a 22 anni di carcere e lo Stato che vuole scegliere i predicatori delle moschee e limita i visti per partecipare all’haji.
UZBEKISTAN(Abitanti: 26 milioni - Cristiani ortodossi 195mila)
Lo Stato vuole un pieno controllo su tutte le religioni e le loro attività, anche gli islamici e opera una sistematica persecuzione contro cristiani e altre minoranze religiose, puniti con multe e gravi condanne anche se si incontrano in casa per pregare. Chi è in carcere subisce violenze fisiche e mentali affinché abiuri. La polizia segreta istiga i funzionari amministrativi locali a vere campagne di intolleranza contro i cristiani. Colpiti anche i gruppi e i predicatori islamici che vogliano essere autonomi.
Asia dell’Est
CINA (Abitanti:: 1,3 miliardi - Cattolici: 12-15 milioni; protestanti: 35-50 milioni; ortodossi: 13 mila)
Due vescovi non ufficiali dell’Hebei sono scomparsi nelle mani della polizia: mons. Han Dingxian, 67 anni, scomparso da un anno; mons. Giacomo Su Zhimin, 74 anni, da più di 10 anni. Decine di vescovi sono in isolamento o sotto controllo, come anche i sacerdoti. Alcuni preti scontano la pena ai lavori forzati.Distruzione di chiese, arresti, battiture, condanne sono subiti anche da molti gruppi protestanti. Il piccolo gruppo ortodosso non è riconosciuto come religione ufficiale. Una persecuzione molto pesante – con condanne a morte e rischio di genocidio – è vissuta da uighuri del Xinjiang e dai buddisti tibetani.
COREA DEL NORD(Abitanti: 22.776.000 - Cristiani: 159.432)
La situazione della libertà religiosa è drammatica. Dalla fine della guerra civile (1953), l’unica fede ammessa è il culto del Presidente eterno Kim Il-sung e del Caro Leader Kim Jong-il. Si stimano in oltre 300mila i cristiani “scomparsi” durante i primi anni del regime comunista, mentre quasi 80mila buddisti sono stati costretti a fuggire nel Sud. I fedeli di ogni religione, se colti in preghiera, vengono condannati al lager. Ad oggi non vi sono spiragli di nessun genere per la libertà religiosa, se si esclude l’ortodossia russa “beneficiata” dalle pressioni di Mosca su Pyongyang.
Asia Sud Est
FILIPPINE (Abitanti: 84.538.000 - Cristiani: 75.830.586)
Il Paese, a maggioranza cattolica, è teatro di una guerriglia indipendentista musulmana che dura da oltre 30 anni. Nel sud, dove si verificano con più frequenza gli scontri, si sono verificati diversi attacchi ai cristiani locali da parte di milizie islamiche. Tuttavia, spiegano gli esperti, si tratta per lo più di guerriglieri infiltrati dall’estero, che cercano di mantenere aspro lo scontro con il governo.
INDONESIA(Abitanti: 234.693.997 - Cristiani: 22.530.623)
Terrorismo ed estremismo islamico, innestati su locali conflitti politici e interessi personalistici, rappresentano un reale ostacolo per la garanzia della libertà religiosa nel Paese musulmano più popoloso del mondo. Numerosi attentati sono avvenuti in festività religiose e contro obiettivi sacri. Nel 2006 sono stati condannati a morte, dopo un processo sommario, 3 cattolici in merito a scontri interreligiosi per cui nessun musulmano ha ricevuto pena così alta. Nel 2005 un gruppo di terroristi decapita 3 ragazze cristiane a Poso. Costruire un luogo di culto per le religioni di minoranze richiede anni di attesa per i permessi e le chiese domestiche vengono chiuse con la forza dagli estremisti. Solo dal 2004 si registrano 70 casi.
LAOS(Abitanti: 6.068.117 - Cristiani: circa 100.000)
Alla conquista del potere da parte dei comunisti, nel 1975, il governo dichiarò di voler eliminare il cristianesimo, in quanto “religione straniera imperialista”, furono espulsi tutti i missionari e ancora non è possibile entrare e operare per nessun istituto religioso internazionale con membri stranieri. Negli ultimi anni varie decine di cristiani protestanti sono stati arrestati, due ancora nell’agosto dell’anno scorso. Anche la Chiesa cattolica subisce pesanti controlli.
MALAYSIA(Abitanti: 24.821.286 - Cristiani: 2.060.166)
Da anni il governo promuove un’islamizzazione volta a favorire l’etnia maggioritaria dei malay. La libertà religiosa delle minoranze, ma anche dei musulmani, è fortemente limitata dall’ambiguità del sistema giuridico che verte su due legislazioni: quella costituzionale, che garantisce la libertà di religione e la legge islamica, che invece proibisce la conversione dall’islam. Gli “apostati” vengono puniti con la "riabilitazione" forzata, con il carcere e multe salate.
MYANMAR(Abitanti: 47.373.958 - Cristiani: 2.321.323)
La violazione della libertà religiosa è sistematica e legata alla persecuzione delle minoranze etniche. Colpisce indistintamente cristiani, musulmani e in alcuni casi anche i buddisti. La giunta militare usa il buddismo per mera propaganda imbavagliando la libertà d’espressione della comunità. Non sono ammessi missionari stranieri che risiedano stabilmente nel Paese. Il governo limita l’evangelizzazione, la costruzione e la manutenzione di chiese.
TAILANDIA(Abitanti: 62 milioni – Cristiani: 440mila, musulmani 2.850.000)
C’è una generale tolleranza verso tutte le religioni, ma un acceso conflitto nel meridione, zona a maggioranza islamica in un Paese buddista. Gli estremisti musulmani vogliono la secessione e ci sono continui attentanti e uccisioni da entrambe le parti, con più di 2.200 morti e oltre 3mila feriti dal 2003. Molto colpite le scuole statali, dove gli insegnanti buddisti vanno con la scorta dell’esercito. Ad aprile una bomba è esplosa davanti a una moschea.
VIETNAM(Abitanti: 82.689.518 – Cattolici: 6.180.000)
Fortemente perseguitati fin dal 1975, i cristiani, minoranza forte di oltre sei milioni di persone, hanno potuto resistere, malgrado arresti e deportazioni. Nel 2006, il desiderio del governo di entrare nel Wto ha favorito qualche concessione, ma ottenuto l’ingresso nell’Organizzazione, sembra ci sia qualche passo indietro, con nuovi episodi di vessazioni ed arresti, specialmente tra i montagnard. Perseguitati sono anche gli aderenti alla Chiesa unificata buddista del Vietnam.
see u,
Giangiacomo
Iscriviti a:
Post (Atom)