domenica 16 ottobre 2011

Stay hungry. Stay foolish!

Un omaggio in ritardo e che può sembrare banale.
Ma da 2 anni ho sulla scrivania del mio ufficio l'esortazione di Steve Jobs ben presente sul mio pc!

"Your work is going to fill a large part of your life, and the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work. And the only way to do great work is to love what you do. If you haven't found it yet, keep looking. Don't settle. As with all matters of the heart, you'll know when you find it. And, like any great relationship, it just gets better and better as the years roll on. So keep looking until you find it. Don't settle".

http://www.blogmac.eu/2005/10/27/stay-hungry-stay-foolish/

see u,
Giangiacomo

sabato 8 ottobre 2011

Isolabella della Croce - Loazzolo (AT)





Un posto incantevole!


Vini superbi!!





E per saperne di più...


il sito ufficiale www.isolabelladellacroce.it

e il racconto di chi la vive...







see u,
Giangiacomo

venerdì 26 agosto 2011

Adele



Una collega mi ha fatto scoprire ADELE
Melodia, musica e lyrics apprezzabili!




Sopratutto
Rolling in the deep
Don't you remember
Set fire to the rain

see u,
Giangiacomo

domenica 17 aprile 2011

5 per mille

Vi segnalo la campagna di farmacovigilanza Giù le mani dai bambini a cui poter donare il Vostro 5 per mille

C.F. 97650080019

www.giulemanidaibambini.org/5x1000.php

http://www.facebook.com/group.php?gid=110981145594948

see u,
Giangiacomo

domenica 10 aprile 2011

Tunisia: con chi stiamo trattando?

di Massimo Introvigne (La Bussola Quotidiana, 6 aprile 2011) Chi sono gli interlocutori dell’Italia nel difficile negoziato con la Tunisia sull’immigrazione? E chi saranno domani? Il governo guidato dall’ottantaquattrenne Béji Caïd Essebsi è definito di solito, in Tunisia, «neo-bourguibista». Che cosa significa? Occorre sempre ricordare che nei Paesi a maggioranza islamica il processo di decolonizzazione ha visto contrapporsi due classi dirigenti alternative: una laica e secolarizzatrice, e una espressione dell’islam politico. La prima ha vinto inizialmente quasi ovunque ed è stata sostenuta sia dagli Stati Uniti e dall’Europa Occidentale – che la considerava più affidabile rispetto agli attivisti islamici – sia dall’Unione Sovietica, perché nei partiti laici dei Paesi islamici non mancava mai una componente socialista e un’ammirazione per l’URSS. In Tunisia la prima classe dirigente si è incarnata al momento dell’indipendenza dalla Francia (1956) nell’avvocato e giornalista Habib Bourguiba (1903-2000), primo presidente della Repubblica tunisina, al potere per trent’anni dal 1957 al 1987. L’azione di Bourguiba si caratterizza per posizioni fortemente laiciste, che portano alla spaccatura del partito indipendentista Destour in due fazioni, una legata all’islam politico che mantiene il nome originario Destour e una laica e bourguibista che prende il nome di Néo-Destour. Per dare un’idea del laicismo di Bourguiba sarà sufficiente ricordare che la Tunisia ha introdotto nelle sue leggi l’aborto prima della stessa Francia. Il diritto di famiglia, la scuola, i tribunali sono de-islamizzati secondo il modello della Turchia di Kemal Atatürk (1881-1938). L’unica concessione all’islam politico rimane la clausola costituzionale secondo cui un non musulmano non può diventare presidente della Repubblica. Negli anni 1980 Bourguiba perde il sostegno degli Stati Uniti per le sue posizioni filo-palestinesi e di radicale ostilità a Israele: l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) giunge perfino a porre la sua sede a Tunisi. Nello stesso tempo si moltiplicano le azioni terroristiche e di guerriglia dell’islam radicale, represse con pugno di ferro dalle forze speciali della Sicurezza Nazionale guidate dal generale Zine El-Abidine Ben Ali. Anche la salute di Bourguiba va declinando, e il 7 novembre 1987 Ben Ali organizza quello che è passato alla storia come il «colpo di Stato medico». Induce i medici di Bourguiba a dichiararlo incapace di governare il Paese, e s’insedia al suo posto senza sparare un colpo. Oggi vi sono elementi sufficienti per concludere che l’intera operazione fu condotta d’intesa con i servizi segreti italiani, molto interessati alla stabilità della Tunisia, e con l’avvallo di quelli francesi. Il governo di Ben Ali sia migliora le relazioni con gli Stati Uniti sia accentua la deriva repressiva, specie nei confronti dell’islam politico, e il regime del Néo-Destour – ribattezzato Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD) – raggiunge vertici di corruzione e potere familiare del clan del presidente inusuali perfino per il Nord Africa. La repressione funziona finché le condizioni economiche del Paese sono, se non brillanti, decorose per il contesto locale. La crisi economica internazionale del 2009 segna l’inizio della fine per il regime di Ben Ali. Il 17 dicembre 2010 un giovane venditore ambulante di frutta e verdura, Mohamed Bouazizi (1984-2011), si dà fuoco nella città di Sidi Bouzid per protestare contro la polizia che gli ha confiscato la merce e contro la politica economica di Ben Ali. È la scintilla per la «rivoluzione dei gelsomini» che si conclude il 14 gennaio 2011 con la fuga di Ben Ali, che va in esilio in Arabia Saudita dopo ventiquattro anni di presidenza della Tunisia. Se è certo che Ben Ali ha perso, la domanda è la solita di tutte le rivoluzioni del Medio Oriente: chi ha vinto? Contro ogni ipotesi complottista, la rivolta tunisina è nata dalla crisi economica e non è stata pianificata a tavolino da forze esterne: certamente non dalla Francia o dagli Stati Uniti, che avevano semmai interesse alla permanenza di Ben Ali, per non parlare dell’Italia, che aveva svolto un ruolo nel portare il generale al potere e aveva trovato con lui un modus vivendi in materia di controllo dell’immigrazione. L’islam politico ha certamente visto di buon occhio la caduta del suo arcinemico Ben Ali. Ma – molto indebolito dalla repressione – non avrebbe certo avuto la forza di organizzare la rivoluzione. All’immediato indomani della rivoluzione, la Tunisia vede il tentativo dei quadri superiori dell’esercito e della burocrazia, fino all’ultimo fedeli a Ben Ali, di cambiare tutto perché tutto rimanga come prima. Esponente e simbolo di questo ambiente è il primo ministro Mohammed Ghannouchi, che si dimette precipitosamente dal partito RCD di Ben Ali e costituisce due successivi governi, non rinunciando neppure a far sparare sulla folla che denuncia subito il tradimento della rivoluzione. Il 27 febbraio 2011 deve dimettersi anche lui, aprendo una fase confusa in cui sono dichiarati legali una quarantina di partiti, ma – se si crede a sondaggi che, nell’attuale situazione tunisina, potrebbero anche essere clamorosamente smentiti – due sole forze politiche contano qualcosa. La prima è quella neo-bourguibista che fa capo all’anziano primo ministro Béji Caïd Essebsi, che ha sostituito Mohammed Ghannouchi. Legatissimo a Bourguiba, al momento della sua destituzione nel 1987 Essebsi è stato nominato ambasciatore in Germania, e in seguito ha mantenuto un basso profilo fino a riemergere nel 2011. La sua ascesa al potere – accompagnata dall’annuncio di misure contro i quadri dirigenti del RCD – segnala come nell’establishment laico tunisino, militare e civile, sia in corso una grande operazione di rivalutazione di Bourguiba. Tutti i mali contro cui è insorta la «rivoluzione dei gelsomini» sono imputati a Ben Ali, il quale avrebbe tradito Bourguiba. Una pagina Facebook dedicata a Bourguiba ha radunato 130.000 fan, superando quelle dei partiti politici tunisini, del martire e iniziatore della rivoluzione Mohamed Bouazizi, e perfino delle stelle del calcio, sport popolarissimo in Tunisia. Si tratta di un vero e proprio ritorno al passato, con Essebsi che si circonda di settantenni e ottantenni, ribattezzati dalla stampa tunisina «il clan del 6 novembre», cioè del giorno precedente al 7 novembre 1987 e al «colpo di Stato medico» contro Bourguiba. Dal punto di vista storico, l’opera di ricostruzione del mito di Bourguiba – che molti, nella giovane popolazione tunisina, non hanno mai conosciuto – comporta più di una falsificazione, perché molti mali dell’epoca di Ben Ali risalgono precisamente a Bourguiba. Ideologicamente, dovrebbe trattarsi di una riaffermazione riveduta e corretta del laicismo che ha sempre caratterizzato la Tunisia indipendente. Ma il neo-bourguibismo di Essebsi appare molto pragmatico e poco ideologico. Si tratta principalmente del tentativo di una classe dirigente intermedia di rimanere al potere evitando le purghe che colpiranno fatalmente i vertici troppo legati a Ben Ali. La principale forza di opposizione al neo-bourguibismo – a credere, con le riserve citate, ai sondaggi, molto indietro rispetto a Essebsi in vista delle elezioni che dovrebbero svolgersi il 24 luglio – è costituita dal partito islamico al-Nahda («La Rinascita»), guidato da Rachid Ghannouchi, tornato dopo la rivoluzione da vent’anni di esilio a Londra. Ghannouchi, il cui partito è la versione tunisina dei Fratelli Musulmani egiziani, mantiene con tutto l’islam politico una durissima posizione anti-israeliana, ma è contestato da esponenti più radicali del suo stesso partito per la sua dichiarata simpatia per forme di democrazia aperta alla religione sul modello statunitense e dell’attuale Turchia del primo ministro Erdogan. Nel partito al-Nahda sembra in corso uno scontro fra correnti e generazionale – nel quale non è sempre chiaro da che parte stia Ghannouchi – fra chi s’ispira al modello egiziano dei Fratelli Musulmani e chi privilegia il modello turco dell’AKP di Erdogan. L’esito di questo scontro è importante per il futuro della Tunisia. I neo-bourguibisti sembrano al momento vincenti, ma l’islam politico ha certamente delle potenzialità di crescita. L’incertezza non aiuta l’Italia, perché governi precari e provvisori non possono prendere né rispettare quegli impegni in materia d’immigrazione che sarebbero cruciali per il nostro Paese. E nello stesso tempo l’incertezza spinge molti a tentare l’avventura migratoria salendo sui barconi. È importante per il nostro Paese continuare a seguire con attenzione l’evoluzione della situazione tunisina, senza legarsi a una sola forza politica e trattando con chiunque offra qualche prospettiva di governare in modo minimamente responsabile. see u, Giangiacomo

domenica 27 marzo 2011

Ecco il vero progetto della Francia che danneggia l'Italia

di Carlo Pelanda, una persona che stimo L’indecisione dell’America che per quasi 60 anni ha presidiato il Mediterraneo, stabilizzandolo sostanzialmente, sta lasciando spazio alle ambizioni neo-imperiali di Francia e Regno Unito. Questa è la vera ragione dell’attacco franco-inglese alla Libia, con timido e riluttante sostegno tecnico degli Stati Uniti, e non certo il motivo umanitario. L’Italia è in grave imbarazzo morale, politico ed economico. Dobbiamo riflettere su come uscire da questa situazione, intanto cercando di capirla. La vera guerra - indiretta, non spaventatevi - è tra Francia e Italia. Non solo per il controllo delle risorse petrolifere della Libia, ma, soprattutto, per ottenere il mandato proconsolare dagli Stati Uniti, in ritirata, per la gestione del Mediterraneo. Sarkozy ne ha bisogno per: (a) recuperare consenso entro un elettorato nazionalista in vista delle elezioni presidenziali; (b) bilanciare con tale ruolo di potenza lo strapotere tedesco sulle questioni economiche e monetarie nell’Eurozona, cioè per poter finanziare in deficit il consenso in violazione delle euroregole; (c) ergersi a potenza protettrice degli arabi sunniti in alleanza privilegiata con l’Arabia Saudita che si sente sempre meno protetta dall’America. Da tempo la Francia ha creato una base militare negli Emirati a protezione dei regimi arabi sunniti contro l’Iran sciita. Infatti sta collaborando con i sauditi per la repressione delle popolazioni sciite in rivolta negli Emirati stessi. Parigi, inoltre, ha il problema di contenere la crescente influenza geoeconomica della Cina nell’Africa francofona, obiettivo per cui ha bisogno del sostegno dei movimenti islamisti. Esattamente quelli, maggioritari in Cirenaica, che si sono ribellati al dominio delle tribù tripolitane alleate di Gheddafi cogliendo l’occasione dei moti popolari in Egitto e Tunisia. Lo scopo finale è quello di portare il petrolio libico entro l’orbita dell’influenza saudita, con un sostanzioso assegno per Parigi se ci riesce. Conoscendo queste cose, Londra si è ingaggiata con la Francia proprio per non lasciarle campo libero, puntando ad obiettivi simili sia proconsolari sia di protettore degli arabi sunniti, questi rilevanti anche perché i loro capitali tengono in vita la piazza finanziaria di Londra. Lo scenario è molto più articolato, ma quanto detto è sufficiente per almeno far sospettare ai lettori quanto sia ridicolo parlare di primavera araba - pur origine reale dei moti, poi strumentalizzati per giochi di potere - e di interventi umanitari. Prova ne è che la risoluzione Onu, il cui testo prevede azioni limitate, è stata violata da Francia e Regno Unito che stanno portando un attacco militare totale contro le tribù della Tripolitania alleate con Gheddafi a favore di quelle islamiste filo-saudite della Cirenaica, sostenuto dalle televisioni a diffusione panaraba controllate dagli Emirati (Al Jazeera e Al Arabjia). Gli sviluppi della situazione descritta comportano gravi rischi di danni economici per l’Italia. Quello della perdita delle nostre concessioni petrolifere in Libia sarebbe il minore, pur pesante per l’Eni. Danni sistemici verrebbero dall’instabilità areale creata dall’azione francese che, se fuori controllo, ed è probabile, colpirebbe l’Algeria, regime laico che i sauditi vorrebbero rovesciare, e complicherebbe la stabilizzazione dell’Egitto, inducendo crisi dei rifornimenti energetici, del nostro export, problemi di immigrazione, ecc. Al momento l’Italia ha deciso di assecondare Parigi per poterla ingabbiare. Ma sarà difficile e bisogna pensare a qualche azione più forte. www.carlopelanda.com see u, Giangiacomo

domenica 20 marzo 2011

La lotta al crocefisso, un «Alzheimer storico»

di Massimo Introvigne

La notizia che arriva da Strasburgo, dove la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha deciso in sede di ricorso e con sentenza definitiva che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane non viola la libertà religiosa dei non cristiani e degli atei, fa del 18 marzo 2011 una bella giornata per la libertà religiosa. È la prima volta che una sentenza di primo grado resa all’unanimità (sette giudici a zero) è rovesciata dalla Grande Camera della Corte Europea in sede di ricorso, il che mostra come la Corte abbia compreso il rischio insito nella precedente decisione del 3 novembre 2009, che rovesciava la precedente giurisprudenza dello stesso tribunale europeo con argomenti ideologici e fumosi. Si deve essere grati all’attuale governo italiano – pubblicamente ringraziato dal Papa in diverse occasioni, tra cui quella dell’importante discorso del 10 gennaio 2011 al Corpo diplomatico – per avere perseguito con ostinazione il ricorso, e ai governi di Armenia, Bulgaria, Cipro, Russia, Grecia, Lituania, Malta, Monaco, Romania e Repubblica di San Marino per avere voluto aggiungere i loro nomi a quello dell’Italia nella procedura di ricorso. Per converso, brillano naturalmente per la loro assenza tutti gli altri Stati europei: non stupisce la Spagna di Zapatero, un po’ di più la Germania e la Francia, pure su altre questioni più sensibili ai diritti dei cristiani. La storia giudiziaria della causa include anche il fatto che alla decisione di primo grado abbia partecipato il giudice italiano Vladimiro Zagrebelsky – noto campione del laicismo più ideologico – il cui mandato alla Corte Europea è terminato, felicemente per i sostenitori del crocefisso, nel gennaio 2010.

Lo studio delle motivazioni della sentenza, già disponibili in lingua inglese ovvero in lingua francese, è molto istruttivo. È vero che la sentenza della Grande Camera è stata raggiunta ad ampia maggioranza – quindici giudici contro due – ma all’interno della maggioranza si sono manifestate opinioni diverse. Vale la pena di leggere anche le motivazioni di chi ha votato contro: il giudice svizzero Giorgio Malinverni e quella bulgara Zdravka Kalaydjieva. Il loro testo, redatto da Malinverni, ribadisce l’argomento laicista secondo cui il crocefisso nelle scuole ha un effetto «incomparabile» sugli studenti e impone con una sorta di violenza la religione a giovani «spiriti che mancano ancora di capacità critica» grazie alla «forza coercitiva dello Stato». Questo laicismo estremo, per fortuna, è rimasto del tutto minoritario nella Grande Camera.

La maggioranza dei giudici ha assunto un atteggiamento di buon senso, ma che per altri versi si potrebbe definire minimalista. Dopo avere ricordato che nell’Europa allargata della Corte di Giustizia – che, va ricordato, non è collegata all’Unione Europea ed è emanazione di tutti i Paesi situati geograficamente in Europa e non solo di quelli UE – solo tre Stati vietano la presenza del crocefisso nelle scuole pubbliche – la Macedonia, la Georgia e la Francia (con l’eccezione dell’Alsazia e della Mosella, cui dopo la Prima guerra mondiale è rimasto uno statuto speciale) –, la Grande Camera non ha coltivato l’argomento «culturale» né, forse giustamente, ha seguito chi affermava che il crocefisso andava mantenuto nelle scuole perché è un simbolo culturale e nazionale piuttosto che religioso. La Grande Camera ha ritenuto il crocefisso un simbolo anzitutto religioso – pure ammettendo che in Italia possa avere assunto anche significati secondari di carattere culturale – ma lo ha definito un «simbolo passivo». Non essendo accompagnato nelle aule scolastiche italiane da un indottrinamento religioso obbligatorio – la Corte ha più volte ritenuto in passato che un insegnamento della religione non obbligatorio non viola la libertà delle minoranze – né da preghiere ugualmente obbligatorie in classe, il crocefisso non ha quegli effetti proselitistici rispetto ai non cattolici denunciati dalla ricorrente nella causa originaria, la signora Soile Lautsi, e dai due giudici della Grande Camera dissenzienti. La sentenza nota anche che il crocefisso è esposto in un contesto come quello italiano dove la libertà religiosa delle minoranze è garantita, e dove – l’esempio è esplicitamente sottolineato – nessuno vieta alle alunne musulmane di presentarsi a scuola con il velo (che copre solo il capo ed è, naturalmente, cosa diversa dal burqa). Nella sostanza si tratta secondo la Grande Camera di materia su cui spetta ai singoli Stati regolarsi come credono.

Probabilmente solo su un’argomentazione come questa – giuridicamente ineccepibile, ma culturalmente debole – si poteva ottenere l’ampia maggioranza che ha portato alla storica vittoria. Tre giudici hanno però voluto aggiungere alla sentenza le loro opinioni personali, favorevoli al dispositivo ma integrative nelle motivazioni. La giudice irlandese Ann Power e quello greco Christos Rozakis hanno introdotto l’elemento culturale del significato identitario del crocefisso nella storia dell’Italia e dell’Europa, sia pure con molta cautela. Esemplare è la motivazione del giudice maltese Giovanni Bonello, il quale definisce l’avversione al crocefisso “una forma di Alzheimer storico”, attacca l’“intolleranza degli agnostici e dei laicisti” e scrive senza infingimenti che “una Corte europea non può mandare alla rovina secoli di tradizione europea”. Bonello ha anche sottolineato come la stessa Corte che aveva vietato il crocefisso aveva non solo consentita, ma dichiarata obbligatoria contro un divieto che il governo turco aveva cercato d’imporre, la diffusione presso i giovani e nelle scuole del romanzo Le undicimila vergini di Guillaume Apollinaire (1880-1918), opera certo di un letterato noto ma che inneggia «al sadismo e alla pedofilia». «Sarebbe stato molto strano, secondo me – conclude Bonello – che la Corte avesse difeso e protetto questo ammasso abbastanza mediocre di oscenità nauseanti, che a lungo ha circolato clandestinamente, fondandosi su una sua vaga appartenenza al ‘patrimonio europeo’ e nello stesso tempo avesse negato il valore di patrimonio europeo a un emblema che milioni di Europei hanno riconosciuto lungo tanti secoli come un simbolo senza tempo di redenzione attraverso l’amore universale».

see u,
Giangiacomo