domenica 11 novembre 2007

Spagna: cronache da una battaglia in corso

Con la legge del governo Zapatero sull’“Educazione alla cittadinanza”, lo Stato si appropria di un ruolo che non gli spetta: formare le coscienze. Ma famiglie e insegnanti non ci stanno. Così nasce un confronto che sta animando aule, piazze e giornali di Madrid e dintorni. Ma che ci riguarda tutti
di Ignacio Santa María

Durante la primavera del 2006 fu approvato il grande progetto educativo del governo socialista di José Luis Zapatero: la Legge Organica di Educazione (Loe). La principale novità che comportava era la comparsa di una nuova materia obbligatoria chiamata Educación para la Ciudadanía (EpC,Educazione alla cittadinanza). Era stata proposta da persone che non avevano mai nascosto il loro obiettivo: la formazione dei valori morali degli studenti. Fino a quel momento nella scuola, tanto in quella pubblica quanto in quella di iniziativa civile, avevano convissuto la Religione e l’Etica come materie facoltative. Il nuovo sistema, in pratica, comportava una riduzione delle ore di insegnamento religioso e l’introduzione in tutte le classi primarie e secondarie della materia obbligatoria da poco istituita.Gli iniziali timori di molti genitori e docenti sono stati presto confermati dalla pubblicazione dei reali decreti che ponevano le basi del nuovo insegnamento, con il quale lo Stato si è appropriato di un ruolo che non gli spetta: quello di soggetto educatore e formatore delle coscienze. Inoltre, ciò avviene per mezzo di un repertorio per nulla neutrale, volendo imporre una visione ridotta dell’uomo, partendo da presupposti come il relativismo culturale, il laicismo o l’ideologia del “genere”.Soltanto pochi mesi prima dell’approvazione della legge, il 12 novembre 2005, nelle strade di Madrid si protestava contro i piani educativi del governo e contro la materia al centro della polemica. Tra la sorpresa generale, una piattaforma creata ad hoc da varie organizzazioni di genitori e insegnanti era riuscita a riunire un milione di persone nel centro della capitale per chiedere che il progetto fosse ritirato.In questo contesto alcune persone di Cl, ognuno nel suo ambiente e a titolo personale, hanno cominciato a prendere l’iniziativa. Dapprima molto semplicemente, stabilendo un dibattito nel proprio ambiente di lavoro. Diversi professori, ad esempio, non soddisfatti delle interpretazioni e delle risposte ottenute, si sono messi a studiare direttamente i testi dei decreti, cercando altri amici o colleghi e scambiandosi articoli e commenti per e-mail.L’inquietudine iniziale si stava trasformando in interesse concreto: da peso aggiunto alla propria vita, la nuova materia è diventata piuttosto un’occasione di giudizio personale e di lavoro comune.Così, ad esempio, nella scuola John Henry Newman di Madrid si sono organizzate riunioni partendo dalla lettura de Il rischio educativo. Il direttore, Juan Ramón de la Serna, spiega che il libro di don Giussani apre un «orizzonte che permette di abbordare adeguatamente tutte le preoccupazioni educative, tanto quelle personali come quelle della scuola o le sfide politiche e sociali come l’Educazione alla cittadinanza».
Prime manifestazioni pubbliche

Questo lavoro è sfociato in un incontro pubblico, organizzato in collaborazione con i genitori, la parrocchia e altre realtà educative del quartiere, per rispondere alle molteplici richieste di un giudizio chiaro sul caso concreto. All’inizio del corso, Ana Llano, docente di Diritto all’Università Computense, ne discusse con una collega di Diritto processuale, Maite Padura, che esprimeva tutta la sua preoccupazione per la nuova materia. Decisero insieme di occuparsene e di parlarne con altri amici. Organizzarono così due incontri nella Facoltà di Diritto, a cui invitarono importanti personalità dell’ambiente politico e giuridico.Nel frattempo l’Associazione culturale Charles Péguy, preparava un seminario sullo stesso argomento con alcune tra le personalità più significative della battaglia culturale sulla nuova materia, tra cui Ignacio Carbajosa, docente della Facoltà di Teologia di San Dámaso, intervenuto sui “Presupposti antropologici e culturali dell’Educazione alla cittadinanza”. Una posizione creativa che, partendo da una provocazione concreta, cerca di approfondire la concezione dell’uomo e della società che la muove, non poteva altro che esser salutare per tutti. Perfino per la Conferenza episcopale, che ha deciso di distribuire il testo a tutti i vescovi.
Tendere a un giudizio comune

Contemporaneamente i vescovi spagnoli, molto attivi nel rifiutare la nuova materia, definivano la loro posizione in una nota e in seguito in una dichiarazione, due documenti che hanno offerto una indicazione chiara e la possibilità di un dialogo diretto sempre animato dalla tensione verso l’unità ecclesiale.Da parte loro, altre comunità di Cl in varie zone della Spagna hanno organizzato incontri a proposito dell’introduzione della EpC.Anche se le iniziative e i dibattiti si moltiplicavano, si avvertiva comunque che mancava ancora qualcosa. Tanti contributi non erano ancora espressione di un giudizio comune. «Volevamo formulare un giudizio comune più chiaro - ricorda Ana Llano - che offrisse pubblicamente il nostro contributo all’emergenza educativa attuale. Per questo ci siamo messi a lavorare insieme».Un gruppo di professori, docenti universitari ed esponenti del mondo politico e sociale sono stati la genesi del secondo manifesto della piattaforma Tiempo de educar presentato all’inizio dell’anno scolastico con un titolo provocatorio: “Il miglior modo di difendere la libertà è esercitarla”.Mari Carmen Carrón e Soledad de las Hazas, due insegnanti, da circa due anni stanno affrontando i contenuti concreti della materia e il problema dei nuovi libri di testo.Così commenta Soledad: «Questo dibattito mi ha messo a confronto con posizioni diverse, a partire dalla mia esperienza e arrivando a un giudizio comune con altre persone di formazione culturale diversa dalla mia, ma interessate al problema educativo. Leggendo la normativa, le dichiarazioni dei sostenitori della materia, quello che dicevano le associazioni a essa contrarie, osservando l’atteggiamento delle scuole… Tutto mi ha spinto a confrontare la mia esperienza con la proposta altrui e a imparare un sano realismo che tenga conto di tutti i fattori in gioco. È uno dei vantaggi di un giudizio comune».
Un volto che introduca una novità

Molto prima delle leggi di Zapatero era già evidente l’“emergenza educativa” nella società spagnola: il relativismo, la rinuncia di molti genitori a educare, l’annullamento del desiderio degli allievi, la noia, erano già sotto gli occhi di tutti. Comunque, è chiaro che non c’è niente che possa impedire una libertà in azione e una responsabilità che si gioca in prima persona, soprattutto là dove esistono esperienze educative vere, e quindi irriducibili. Per questo, in mezzo a una battaglia a volte dura e aspra, la gente cerca un volto che introduca una novità, un volto che si incarna in luoghi, opere, relazioni e persone che si mettono a disposizione di tutti.
Il manifesto di Tiempo de educar vuol dire a tutti che in ogni situazione è possibile costruire e creare opere che «educhino il cittadino» alla sua irrinunciabile libertà.

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Giangiacomo

sabato 10 novembre 2007

Il Papa non è buonista. L’accoglienza non prescinde dalla sicurezza

La polemica fra Pier Ferdinando Casini e alcune frange del mondo cattolico accusate di “buonismo” per il loro atteggiamento nei confronti degli immigrati ha indotto molti a leggere con attenzione le poche ma importanti parole dedicate da Benedetto XVI alla questione dell’immigrazione nell’Angelus di domenica scorsa. “Auspico – ha detto il Papa – che le relazioni tra popolazioni migranti e popolazioni locali avvengano nello spirito di quell’alta civiltà morale che è frutto dei valori spirituali e culturali di ogni popolo e Paese. Chi è preposto alla sicurezza e all’accoglienza sappia far uso dei mezzi atti a garantire i diritti e i doveri che sono alla base di ogni vera convivenza e incontro tra i popoli”.
Parole, come si vede, molto chiare. Anzitutto, è impossibile impostare con serietà la questione dell’immigrazione se si rimane nell’angusto orizzonte del relativismo, secondo cui ogni popolo ha i “suoi” valori e non esistono valori universali e assoluti. Così, per esempio, il matrimonio monogamico sarebbe un valore attestato e vissuto da secoli in Occidente ma non si potrebbe, senza essere razzisti o imperialisti, imporlo a popoli che da secoli praticano la poligamia. E anche l’atteggiamento dei nomadi Rom sul rapporto con il territorio e la proprietà privata (altrui) avrebbe lo stesso intrinseco valore dei principi di legalità maturati dalla nostra cultura. Non è così. Tutto il magistero di Benedetto XVI insegna che un’autentica “civiltà morale” si costruisce intorno a un tessuto di valori che non sono propri di questo o di quel popolo, ma di “ogni popolo”. Principi come non uccidere, non rubare, non spacciare droga, rispettare il lavoro e la famiglia non sono europei o asiatici, italiani o balcanici, cristiani o buddhisti o atei: sono principi universali, che s’impongono a ogni persona umana in quanto persona. La Chiesa stessa non li indica come valori che deduce dal Vangelo: come Benedetto XVI ha ricordato tante volte, i valori universali possono essere riconosciuti dalla ragione a prescindere da ogni esperienza di fede, e dunque vincolano anche chi ha una religione diversa da quella storicamente maggioritaria in Italia o non ne ha nessuna, senza che questo vincolo costituisca un’oppressione delle minoranze o un’ingerenza della Chiesa nella vita sociale.
Dai valori universali che la ragione è capace di riconoscere discendono “diritti e doveri”. La “vera convivenza” non si può costruire sulla sola rivendicazione dei diritti. Occorre anche che le persone di cultura, lingua, abitudini e provenienza diversa che la globalizzazione porta a convivere sullo stesso territorio si riconoscano pure negli stessi doveri. Diversamente, la convivenza è sostituita dalla violenza e dallo scontro di tutti contro tutti.
Certamente sia nel patrimonio spirituale della Chiesa cattolica sia nell’ethos nazionale italiano è forte il senso dell’accoglienza del più povero e del più debole. Ma lo Stato non può orientare la sua politica dell’immigrazione al solo principio di accoglienza, e infatti Benedetto XVI menziona insieme “sicurezza e accoglienza”. Buonista è chi parla solo di accoglienza dimenticando la sicurezza, solo di diritti dimenticando i doveri, solo di minoranze dimenticando che esistono anche i diritti delle maggioranze, primo fra tutti quello a una vita sicura e a uno Stato che ci sappia proteggere dalla violenza quotidiana. Né sono sufficienti le belle parole. Il Papa ricorda che spetta a “chi è preposto”, cioè allo Stato, “fare uso dei mezzi adatti” perché anche la sicurezza, e non solo l’accoglienza, sia garantita. Mezzi adatti significa politica dell’immigrazione seria e non velleitaria e pasticciona come è purtroppo quella del governo Prodi, ma anche tribunali che funzionino e giudici che condannino. Il buonismo – anche di certi cattolici dalla lacrimuccia facile – è forse buono con il prepotente e il violento, ma è certamente cattivo con chi della prepotenza e della violenza è quotidianamente vittima.


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Giangiacomo

mercoledì 7 novembre 2007

Islamabad e il nuovo grande gioco del Cremlino

di Massimo Introvigne, Il Giornale, 7 novembre 2007
La proclamazione dello stato di emergenza da parte di Musharraf è stata preceduta, nel giro di un paio di mesi, da una serie di visite ufficiali di ministri russi, dall’annuncio della Gazprom di un investimento di quasi tre miliardi di dollari per la tratta pakistana del gasdotto Iran-India, e da una presa di posizione russa favorevole al passaggio del Pakistan da invitato a membro a pieno titolo della SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, una sorta di NATO dell’Asia Centrale. Molti pensano in Pakistan che la mossa di Musharraf sia stata concordata con l’ex nemico Putin. L’Europa pensa spesso ai conflitti in Asia come a un teatro della nuova guerra mondiale fra l’Occidente e l’ultra-fondamentalismo islamico. È certamente così, ma dopo il crollo dell’impero sovietico la partita fra mondo libero e comunismo non è stata semplicemente sostituita da un altro gioco a due, in cui l’islam radicale ha sostituito il comunismo come avversario dell’Occidente. I giocatori sono più di due, e l’Asia lo dimostra. Nell’Ottocento Inghilterra e Russia zarista si sfidavano nel grande gioco per il controllo dell’immenso continente asiatico. Quando sembrava che l’Inghilterra avesse vinto, la Russia comunista occupò con una serie di guerre lampo gli staterelli islamici indipendenti dell’Asia Centrale e ricominciò il grande gioco, questa volta contro gli Stati Uniti e i loro alleati. Il grande gioco non è finito neppure ora. Le ambizioni imperiali di Putin si estendono a un grande fronte che parte dalla Bielorussia e dal Caucaso (di qui anche le agitazioni in Georgia) e si estende fino ai confini della Cina passando per l’Asia Centrale e il Pakistan. Conta su solidi amici nella stessa attuale coalizione che governa l’India, mentre riannoda antichi legami con Siria e Iran e corteggia i regimi militari post-comunisti dell’Indocina. Al “Grande Medio Oriente” di Condi Rice, Putin contrappone una sorta di ombrello protettivo che si disinteressa dei diritti umani e protegge
tutte le dittature disposte a riconoscere l’egemonia del Cremlino. Un grande gioco che oppone Putin agli Stati Uniti ma anche alle ambizioni della Cina (che però sembra meno attiva in Asia Centrale) e al fondamentalismo islamico che, se odia l’America, non ama certo la Russia e la sua politica in Cecenia. Un gioco denso di incognite, ma da cui l’Europa non ha nulla da guadagnare.

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Giangiacomo

domenica 4 novembre 2007

Cinque anni di resistenza culturale

Riporto l'editoriale di Angelo Crespi nell'edizione de Il Domenicale del 27 Ottobre, che celebra i 5 anni di attività della testata vicina a Il Circolo di Marcello Dell'Utri. Elabora un identikit dell'intellettuale italiano che condivido (oltre ad ammirare e sostenere il punto di vista di Crespi).

Cinque anni sono un periodo sufficientemente lungo per tracciare un bilancio del lavoro fatto. Circa 250 numeri pubblicati, per una rivista culturale che non insegue la cronaca, sono un patrimonio che può apparire esaustivo. In questo lustro così intenso, tutto quello che c’era da dire, il Domenicale lo ha detto. E forse è inutile ridirlo, come invece facciamo oggi in uno speciale monografico dedicato alla figura dell’intellettuale, in cui più per celia che per engagement mettiamo a fuoco idee che il lettore attento ha già rinvenuto in passato nei nostri articoli. Con il giusto orgoglio possiamo dire di essere resistiti, più che esistiti, nonostante tutto. E di aver affrontato con onesto sprezzo del politicamente corretto e delle ideologie che ci ammorbano da un cinquantennio i temi più importanti, i nodi irrisolti di questa nostra piccola patria. È sbagliato dire, come spesso usiamo lodandoci, che abbiamo partecipato al dibattito culturale e ne siamo diventati autorevoli protagonisti. Non esiste dibattito culturale in Italia, non esiste null’altro al di fuori del dibattito politico e di quello calcistico messi in scena sul palcoscenico televisivo. Non essendoci dibattito culturale, non ci sono neppure i protagonisti del dibattito né i deuteragonisti, non ci sono i luoghi, gli attori, le scene. Per questo ha senso parlare di “resistenza” piuttosto che di “esistenza”. La resistenza è comunque un atteggiamento di fiducia prodromico all’esistenza, resisto oggi per esistere domani. Non c’è però certezza che la resistenza conduca all’esistenza. Talvolta conduce alla frustrazione. Eppure al Domenicale siamo degli inguaribili ottimisti. L’ottimismo che ci proviene da quel realismo così frequentato in redazione. Siamo ottimisti per esorbitanza di realismo. Ed è proprio il realismo, non l’intelligenza o la dottrina, ad averci preservato dalle ideologie e dai luoghi comuni. Così nonostante i lai del politicamente corretto, ci vantiamo di aver difeso posizioni revisioniste sulla Resistenza, di aver posto molti paletti tra i ciechi fedeli del darwinismo, di aver tradotto il pensiero neoconservatore in barba ai progressisti, di non esserci sottomessi alle brutture dell’arte contemporanea, di non aver mai creduto alle cassandre ecologiste che vaticinano la fine del mondo, né ceduto alla moda dei best seller. Siamo orgogliosi di aver difeso le radici cristiane da laici e lo scontro di civiltà da amanti della pace, di aver difeso la libertà senza sfinirci nel liberalismo e le riforme senza chiuderci nel riformismo, consci che ogni etichetta è per sua natura solo una approssimazione statica del pensiero. Siamo orgogliosi di aver criticato da destra la destra, dal centrodestra il centrodestra, da sinistra la sinistra. Orgogliosi di aver dedicato centinaia di pagine alla poesia, alla critica letteraria, agli scrittori rifiutati dal mercato o dimenticati. Di esserci gettati a capofitto in inutili distinguo semantici, nei temi più lontani dalla quotidianità, in diatribe che non interessano più nessuno se non noi. Nel tempo della leggerezza, siamo stati pesanti. Noi che pure siamo degli inguaribili buffoni in privato, abbiamo in pubblico coltivato la serietà e la pesantezza. Che è giusto il contrario di quanto fanno gli altri: buffoni in pubblico per sottomissione alle devianze del secolo. Siamo stati pesanti e per questo non alla moda. Coscientemente pesanti per non essere alla moda. Come se la pesantezza in questo tempo non fosse un valore – soppiantata dalla vacuità del calcio e della politica in tv – ci hanno criticato per essere pesanti, non sapendo di fortificare il nostro orgoglio. Nel tempo della volgarità, della politica ignorante, della tv trash, dei miti esausti del pop, la vera cultura, quella della profondità e della conoscenza, è in disarmo. Coltivarla è un atto privato che forse non richiede neppure un settimanale. È un atto rivoluzionario, di conversione innanzitutto personale. Su questa strada abbiamo trovato numerosi anacoreti del pensiero come noi, amici e lettori che ci hanno sostenuto. Gente capace ancora di distinguere Rilke da Bob Dylan, la cattedrale di Chartes da una merda d’artista, Mozart da Tiziano Ferro, un eroe da un presentatore, il bello dal brutto, il buono dal cattivo, e di fondare la propria vita su valori tanto desueti. Molti, sbagliando, pensano che la vacuità della politica e dei mass media sia l’unica cifra della decadenza. Non è vero. Nei laboratori un nuovo pensiero forte si sta forgiando: scienziati addestrati all’arida esattezza dei numeri preparano l’evo dei titani che soppianterà politici e buffoni. I prossimi anni dominati dal titanismo della tecnica saranno sfavorevoli allo spirito e alla cultura. Eppure quanto più cresce la massificazione, scrive Jünger, tanto più grande è il valore e la forza spirituale di quei pochi capaci di sottrarvisi.

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Giangiacomo

sabato 3 novembre 2007

Senza la libertà di religione non c'è democrazia

Come ha ricordato la coraggiosa manifestazione “Salviamo i cristiani” dello scorso 4 luglio, promossa da Magdi Allam e da numerosi intellettuali e uomini politici, il rapimento di padre Bossi ripropone in modo drammatico il tema dell’intolleranza religiosa, in particolare verso i cristiani. Lo dice il documento di presentazione della manifestazione firmato, tra gli altri, oltre che da Magdi Allam, da Claudio Morpurgo vicepresidente Unione Comunità Ebraiche Italiane: “Come accaduto agli ebrei dei paesi arabi, oggi sono i cristiani ad essere minacciati nel loro diritto di esistere, nella loro volontà di rimanere fedeli alla propria tradizione”.
La difesa della libertà religiosa, in particolare dei cristiani che più di ogni altro difendono l’inviolabilità della persona, non è solo una questione umanitaria, bensì un criterio cruciale per interpretare tutta la politica internazionale. Alcuni recenti esempi riguardanti il Medio Oriente e il mondo musulmano lo dimostrano. Chi ha appoggiato gruppi fondamentalisti perché funzionali al suo disegno politico, infischiandosene della loro intolleranza in materia religiosa, nel lungo periodo, si è trovato di fronte ad amare sorprese. Basti pensare all’appoggio degli americani ai talebani afghani e a Bin Laden: l’intolleranza religiosa era il prodromo di una violenza a 360 gradi. E si ricordi anche l’irrisione dell’amministrazione Bush agli appelli di Giovanni Paolo II contro l’inizio del conflitto in Iraq, Paese in cui esisteva una pur non completa libertà religiosa e della Chiesa. Dopo pochi anni nel Paese mediorientale, non solo la comunità cristiana è a rischio di estinzione, ma vige una guerra civile di tutti contro tutti. Pretendere di esportare la democrazia occidentale senza far di tutto per garantire la libertà religiosa, si è rivelato totalmente astratto e ideologico. Si pensi ancora a cosa ha voluto dire, per la pace di tutti, consentire la distruzione e l’invasione di stati, come il Libano, in cui esisteva una convivenza pacifica, addirittura sancita dalla costituzione, tra cristiani e musulmani.
Ancora più deprecabile sul piano morale e più foriera di esiti disastrosi è però la posizione di chi, in nome di un multiculturalismo nichilista, continua ad abbracciare imam terroristi, a sostenere e finanziare gruppi integralisti come Hamas, Hezbollah o i governi sudanese ed iraniano, a equiparare gruppi terroristi a gruppi che vogliono la liberazione, senza tener conto della reale apertura di queste entità verso chi vive una diversa fede religiosa. Chi prende queste posizioni, di fatto diventa acquiescente verso il terrorismo e sostiene gruppi e regimi che calpestano la dignità di qualunque uomo. Perché chi si batte per la libertà religiosa e il diritto all’esistenza della Chiesa, come faceva Giovanni Paolo II, come continua a fare Benedetto XVI e come fanno i laici delle diverse religioni e posizioni culturali e politiche che hanno promosso la manifestazione del 4 luglio, non si impegna per difendere solo i “suoi”. Piuttosto è consapevole che “proprio dalla libertà di professare un’appartenenza religiosa, derivino la pace e la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo, primo fra tutti quello della sacralità della vita umana”.


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Giangiacomo

giovedì 1 novembre 2007

Un nuovo sindacato dei giovani

Il tema del lavoro giovanile è quotidianamente strumentalizzato.
In un sondaggio recentemente diffuso durante Porta a Porta dal quale emerge un dato importante:
solo per il 15% degli Italiani il sindacato rappresenta adeguatamente i lavoratori.

Aggiungiamo alcuni dati che evidenziano l'urgenza di rappresentanza per le nuove generazioni, nella convinzione di poter raccogliere alcune vostre riflessioni:
- gli iscritti al sindacato hanno un'età superiore ai 40 anni (dati Ires-Cgil);
- i giovani non partecipano ai tavoli della concertazione; - i giovani con contratti atipici non sono iscritti al sindacato;
- mentre l'occupazione in Italia aumenta il numero dei lavoratori attivi iscritti al sindacato e il tasso di sindacalizzazione (rapporto tra numero di occupati in un determinato settore e il numero di iscritti di quello stesso settore) sono in progressiva diminuzione; - in Italia il tasso di sindacalizzazione dal 1980 al 2003 è sceso di oltre il 19%;
- i dati dell'Inail sugli infortuni tra i giovani lavoratori indicano una vera emergenza: solo nel 2006 ci sono stati circa 695 infortuni al giorno che riguardano i giovani lavoratori;
- aumentano le tasse sul lavoro (aliquote contributive) dei parasubordinati ma la Gestione Separata dell'Inps (il salvadanaio previdenziale dei giovani con rapporti di lavoro flessibile) continua ad erogare le pensioni di anzianità;
- i figli sono più poveri dei padri. I giovani hanno buste paga decisamente più leggere dei padri e difficoltà crescenti nel costruirsi una carriera lavorativa che consenta il pieno sviluppo delle attitudini e delle capacità individuali";
- alla fine degli anni Ottanta le retribuzioni nette medie mensili degli uomini fra i 19 e i 30 anni "erano del 20% più basse di quelle degli uomini fra i 31 e i 60 anni. Nel 2004 la differenza era quasi raddoppiata in termini relativi, salendo al 35%. (fonte Bankitalia)
- il mercato del lavoro è diviso in due: ipergarantiti e iperflessibili. I diritti dei figli si possono allineare con quelli dei padri solo eliminando l'attuale dualismo del mercato del lavoro, diviso tra garantiti, gia' occupati e sindacalizzati, e nuove generazioni a rischio di emarginazione sociale;
- dati Eurostat, che prendono in considerazione la capacità di produrre reddito, evidenziano che il 27% dei giovani under 35 e il 20% delle giovani coppie sono indigenti ( sotto la soglia di povertà).

C'è una generazione che subisce delle discriminazioni e i sindacati stanno a guardare. Solo il coraggio dei giovani, spinto anche dalla necessità di migliorare la qualità della propria vita, può spingere verso la modernizzazione, ma occorre essere presenti ai tavoli giusti. Servono scelte in grado di abbandonare l'approccio ideologico al lavoro attraverso una nuova cultura.

Non credete che sia l'ora di dare vita ad un sindacato fatto di giovani e che agisca soprattutto per i giovani? Firmate anche voi su http://www.firmiamo.it/ilsindacatodeigiovani

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Giangiacomo

mercoledì 31 ottobre 2007

Se il desiderio entra in parlamento

Da una parte, uno statalismo che soffoca anche i segnali di ripresa. Dall’altra, l’individualismo di chi sposa solo il suo “particulare”. E, sullo sfondo, la crescita dell’anti-politica. Su cosa si può far leva per risollevare un Paese avvitato su se stesso? Sul senso religioso.Su uno Stato davvero laico. E su cinque proposte da mettere in pratica subito

Per esaminare la situazione attuale del nostro Paese, è utile partire dal Rapporto 2007 di Unioncamere, dove si legge: «L’economia italiana sta attraversando un lungo periodo di trasformazione. I principali indicatori economici del 2006 hanno fornito segnali di crescita incoraggianti e le stime previsionali per il 2007 sono altrettanto buone (…). Gli imprenditori, nel complesso, hanno la consapevolezza di potercela fare e sono tornati ad investire». Tutto suggerirebbe che, per favorire un nuovo sviluppo e una nuova equità, occorrerebbe aiutare questa crescita dal basso dell’imprenditoria, delle opere sociali, e di un sistema dell’istruzione caratterizzato dalla libertà di educazione. Dice ancora il Rapporto di Unioncamere: «La domanda principale ora riguarda la capacità del Sistema Paese di consolidare la ripresa nel medio periodo, sciogliendo quei nodi strutturali che frenano la competitività delle imprese (…). Ora però una quota significativa di imprese (…) è impegnata soprattutto a migliorare l’efficienza produttiva e ha bisogno di contare su un Sistema Paese competitivo».
L’“uomo nuovo”Al contrario, la realtà dei fatti ci pone di fronte a un soffocante statalismo dove la piccola e media impresa è considerata un ammortizzatore sociale, fonte di evasione fiscale e inefficienza e, mentre si cerca di perseguire l’equità mediante il rilancio di un welfare state clientelare, si difende il monopolio statale dell’istruzione e si permette un potere di veto pressoché totale ai sindacati in numerosi settori. In sintesi, sembra che non interessino i tentativi di chi si muove con intelligenza e pare che valgano solo schemi da applicare alla realtà. C’è da sperare che i dati sull’economia dell’ultimo periodo, più negativi del previsto, non siano il segno di una stanchezza di fronte a una politica che comprime lo sviluppo e quindi anche il benessere. Purtroppo questa situazione non è né contingente, né episodica, ma può essere interpretata come il primo avverarsi della “profezia” formulata qualche decennio fa da Augusto Del Noce e che riguardava l’involuzione convergente cui sarebbero andati incontro un certo socialismo e un certo cattolicesimo in Italia: quel socialismo e quel cattolicesimo che oggi si saldano nell’inedita miscela culturale soggiacente all’attuale coalizione di governo, mortificando qualsiasi istanza autenticamente riformatrice, pur presente in molti esponenti della coalizione. Si tratta di un socialismo che, staccandosi via via dalle sue radici popolari (pur ancora fortemente presenti nella società italiana), ha sposato un’idea di uomo figlia dell’Illuminismo radicale e dei suoi esiti relativisti e nichilisti. L’“uomo nuovo”, svincolato da ogni concreta appartenenza, non può rifarsi ad alcun valore oggettivo e impone alla realtà ciò che gli pare e piace. Questo essere senza legami e senza leggi fonda una nuova moralità, fatta di individualismo; ricerca del proprio “particulare” corporativo in economia; diritto a disporre della vita, della integrità della persona umana, dei legami familiari; tolleranza verso violenze conformi ai propri ideali di potere; indifferenza verso la confusione e il degrado giovanile. Questa logica individualistica si coniuga paradossalmente, sul piano politico, con una logica ostinatamente statalista. Infatti, in uno scenario in cui ciascuno cerca di strappare per sé il massimo di benessere possibile, solo lo Stato può presentarsi, hobbesianamente, come la suprema entità, l’istanza abilitata a legittimare o a delegittimare dall’alto i comportamenti sociali e a erogare servizi capaci di equità in ogni campo, da quello dell’istruzione a quello dell’assistenza sanitaria.È inevitabile il matrimonio di questa concezione con quel “cattolicesimo adulto” che, dominato da una coscienza individuale dualista, priva di contenuto e di riferimento oggettivi nella vita sociale, vede nello svincolarsi da legami oggettivi il progresso umano e si limita quindi a giustificare moralmente i contenuti posti da un nuovo radical-marxismo. Come sintetizzava don Giussani ad Assago nel 1987 al Congresso della Dc lombarda, ne deriva «un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio. Un moralismo d’appoggio allo Stato, inteso come ultima fonte di consistenza per il flusso umano» (L’io, il potere e le opere, Marietti).Il mondo post-girotondino dell’apparente anti-politica è in realtà portatore della stessa cultura in cui si mescolano radicalismo giustizialista e statalismo veteromarxista, ed è quindi in polemica con l’apparato di governo solo perché vorrebbe accelerare tutto il processo. Anche l’anti-politica snob degli ultraliberisti, in polemica con il governo di sinistra nella lotta per il potere, è fatto in realtà della stessa pasta: partendo dalla giusta accusa a clientelismo e rendita, vede il capitalismo finanziario delle multinazionali come il soggetto di un progresso reale, a dispetto dei limiti strutturali che ha mostrato nei recenti scandali internazionali (Enron, Parmalat, Hedge Funds). E perché questo avvenga occorre eliminare l’anomalia cattolica fatta di ideali oggettivi e di appartenenze a realtà sociali. Lo Stato deve perciò allearsi a questo grande capitale finanziario internazionale, legittimandolo e comprimendo ogni tentativo della società e del diffuso mondo imprenditoriale di cercare la sua strada verso lo sviluppo.Si può quindi parlare a proposito di queste posizioni come di una prepotenza imposta alla realtà innanzitutto umana, «perseguita con la riduzione sistematica dei desideri, delle esigenze e dei valori», riprendendo l’espressione usata da don Giussani ad Assago.
Cultura della responsabilitàSe l’attacco in corso riguarda la stessa concezione della persona, la risposta non può che essere a quel livello e partire, anche sul piano politico ed economico (come disse ancora don Giussani) dal rilancio dell’«irriducibilità della coscienza alle istituzioni», da quella «cultura della responsabilità» che «deve mantenere viva quella posizione originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori» e che perciò non può non partire dal senso religioso, «questo elemento dinamico, questo fattore fondamentale che si esprime nell’uomo attraverso domande, istanze, sollecitazioni personali e sociali». Da qui può nascere una base solida della società perché il senso religioso è «la radice da cui scaturiscono i valori. Un valore, ultimamente, consiste nella prospettiva del rapporto tra un contingente e la totalità, l’assoluto» e permette di guardare la realtà in modo adeguato affrontando i bisogni in cui si incarnano i desideri; immaginando e creando strutture operative capillari e tempestive che chiamiamo «opere» («forme di vita nuova per l’uomo», come disse Giovanni Paolo II al Meeting di Rimini nel 1982) in cui si ha presente che il fine di ogni realtà sociale, persino di un’impresa, è la felicità di chi ci lavora e il benessere collettivo di tutta la società.
Il partito del “divo”Per questo la risposta all’attuale situazione non può essere un semplice ribaltamento degli equilibri di potere: purtroppo oggi l’attuale centro-destra, che pure non ha nelle sue radici un’ideologia anti-umana, non rappresenta un’alternativa credibile alle componenti radicali, giacobine e giustizialiste del centro-sinistra. Anche la maggioranza dei suoi esponenti, infatti, come e più della vecchia Dc, non fonda la sua azione sulla valorizzazione del senso religioso come capacità di apertura e affronto della realtà. Piuttosto, in un superficiale edonismo gaio senza riferimenti a esperienze popolari mosse da valori ideali, finisce per ritenere che la politica, il partito e nel partito l’uomo forte, il “divo”, debbano e possano risolvere i problemi. Per questo, nel suo complesso, grazie al risultato elettorale, il centro-destra svolge la pur importante funzione di freno al radicalismo marxista su certi temi cruciali (vedi lavoro, famiglia, vita, statalismo economico), ma non ha forza propulsiva, al punto tale che quando diventa forza di governo le personalità e le idee che lo animano sono oscurate e non c’è di fatto una proposta di aiuto alle spinte dal basso. Non fa eccezione la parte culturalmente più nobile del centro-destra, quella che fa capo in diverso modo al pensiero neo-con. Prescindendo dal riferimento al senso religioso, gli esponenti di questa corrente finiscono per riproporre alcuni giusti valori, ma basandosi su una tradizione non verificata in modo critico dall’esperienza intesa nel suo significato integrale. Così, questo mondo finisce per sposare anche posizioni politiche che hanno mostrato i loro limiti, come l’esportazione forzata della democrazia occidentale e la guerra dell’attuale amministrazione americana in polemica con la Santa Sede e la mancanza di attenzione alla sussidiarietà sotto il profilo teorico e pratico, finendo per credere che il cambiamento possa venire dal “divo” in politica. In definitiva perciò vale oggi per tutta la politica e anche per l’anti-politica italiana un altro concetto espresso da don Giussani ad Assago 1987: «Un partito che soffocasse, che non favorisse o che non difendesse questa ricca creatività sociale, contribuirebbe a creare, o a mantenere, uno Stato prepotente sulla società. Tale Stato si ridurrebbe a essere funzionale solo ai programmi di chi fosse al potere».Come fare ora se la risposta non sta nei vecchi partiti, né nei nuovi ipotizzati anche da una parte di certo mondo cattolico dopo il successo di giuste battaglie a favore di diritti irrinunciabili? Tornaconto e libertàNon c’è altra strada che quella lunga, quotidiana, personale educazione al senso religioso che, unica, può fondare un soggetto capace di agire senza ridurre il suo desiderio. «Se ci fosse un’educazione del popolo», come ebbe a dire sempre don Giussani dopo la strage di Nassirya. Ed è per questo che la prima emergenza è l’educazione, come ha sottolineato un appello sottoscritto nel 2005 da numerosi esponenti della vita pubblica italiana e confermato dalle risposte degli intervistati in una indagine condotta dalla Fondazione per la Sussidiarietà nel 2006. Stanno venendo meno quei movimenti, quelle realtà di base, quei corpi sociali, alla radice del nostro patto costituzionale (Art. 2), dove l’aggregazione non avviene, come diceva Giussani, «nella provvisorietà di un tornaconto, ma sostanzialmente (…) secondo una interezza e una libertà sorprendenti». In queste realtà il desiderio viene educato, difeso contro le riduzioni del potere e possono nascere opere nel senso detto che, senza la pretesa di risolvere tutti i problemi «puntellando l’impero» (come ha suggerito alcuni anni fa il filosofo Alasdair MacIntyre), possono essere degli esempi da cui può ripartire una società più vera, esattamente come furono i monasteri nel Medioevo. Di questa possibilità ha parlato don Julián Carrón nell’ultima Assemblea internazionale dei responsabili di Cl a La Thuile, riprendendo il tema dell’educazione al senso religioso. La ricostruzione dell’umano e della società avviene quando si incontra «un io che, facendo l’opera, non riduca il bisogno, non riduca la risposta al bisogno. Nella modalità con cui noi rispondiamo al bisogno, nella modalità con cui noi generiamo un’opera, si vede qual è la percezione del Mistero». Ma «perché io non riduca il bisogno, perché quando guardo un altro io non lo riduca, occorre che io non sia ridotto, occorre che il mio io non sia ridotto. Se io mi rendo conto di qual è il mio bisogno, non sarò così ingenuo da pensare che, rispondendo soltanto parzialmente al bisogno dell’altro, io risponda all’altro. Occorre muoversi imitando quanto fece Gesù: che non ha cercato soltanto di rispondere alla fame, ma ha cercato di rispondere a un’altra fame, perché “non di solo pane vive l’uomo”». Quando questo avviene, senza soccombere al ricatto di volere risolvere tutto e senza perdere la propria originalità (che consiste nel porsi come io), cominciano a esistere esempi dove accade che «si comunichi l’esistenza di una risposta alla totalità del bisogno e perciò si ridesti la speranza intorno». Questo il cammino, non breve e non semplice, ma inevitabile che si apre davanti a noi. Solo così potrà ridestarsi un io in grado di dare un contributo al bene di tutti.In questo contesto, che ruolo deve avere la politica per favorire l’educazione e la valorizzazione di ciò che è di più positivo e innovativo? Dice ancora don Giussani ad Assago: «La politica deve decidere se favorire la società esclusivamente come strumento di manipolazione dello Stato, come oggetto del suo potere. Ovvero favorire uno Stato che sia veramente laico, cioè al servizio della vita sociale secondo il concetto tomistico di “bene comune” ripreso vigorosamente dal grande e dimenticato magistero di Leone XIII». Sono parole del tutto attuali che indicano una strada possibile anche per i sinceri riformisti presenti in entrambi gli schieramenti, oggi mortificati nei loro tentativi di rinnovamento.


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Giangiacomo