domenica 30 settembre 2007

Birmania: chiamiamolo comunismo

di Massimo Introvigne. Il Giornale, 29 settembre 2007

Diceva Napoleone che ci vuole coraggio per chiamare gatto un gatto e sconfitta una sconfitta. Oggi ci vuole ancora più coraggio per chiamare comunista un comunista. La parola, giustamente, fa paura. Il maggiore specialista accademico mondiale del comunismo, Robert Service, nel suo recente Compagni! lo ha definito il peggiore cancro che abbia attaccato nella storia l'organismo umanità, esibendo come prova un costo umano certamente superiore ai cento milioni di morti. Perfino in Cina e in Vietnam si dibatte se il termine «comunista» designi ancora adeguatamente l'attuale regime misto di autoritarismo e mercato. Sono rimasti tre i Paesi in cui partiti che si definiscono
orgogliosamente comunisti tengono in piedi i governi: Cuba, la Corea del Nord e l'Italia.
L'anomalia italiana, unica in Occidente, spiega un curioso atteggiamento dei media e in particolare della televisione e della radio di Stato a proposito di quanto sta accadendo in Birmania (ribattezzata dal regime Myanmar). Mentre in America o in Francia si parla tranquillamente delle origini comuniste del regime di Rangoon, il telespettatore italiano che ignori tutto della Birmania ha scoperto negli ultimi giorni che è governata da una
«dittatura», così da essere autorizzato a pensare che nel lontano Paese asiatico siano al potere i nipotini di Pinochet. Un giornale radio ha perfino parlato di «dittatura fascista», forse inducendo qualcuno a controllare nei libri di storia se dopo la marcia su Roma i quadrumviri non abbiano fatto un salto in Birmania per fondare il fascio di Rangoon.
Non è proprio così. Dal 1962 al 1988 il regime birmano è un tipico regime comunista, guidato da un gruppo di militari marxisti il cui capo, il generale Ne Win (morto nel 2002), promuove una disastrosa «via birmana al socialismo», imponendo un'economia rigorosamente collettivista che riduce il Paese alla fame mentre la repressione fa qualche
migliaio di morti. Nel 1988 i birmani - già allora guidati dalla Lega per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Ky, figlia del padre dell'indipendenza nazionale - non ne possono più e scendono in piazza. Ne Win è estromesso dal potere, sostituito da una giunta militare che elimina prudentemente dal suo partito il nome «socialista» - sostituito da un richiamo vagamente minaccioso a «legge e ordine» - e promette libere elezioni. Quando nel 1990 la LND vince le elezioni, i generali ne arrestano i dirigenti e tornano a un sistema che
assomiglia come un fratello gemello al vecchio regime comunista, salvo che non si parla più di comunismo e s'incoraggiano gli investimenti stranieri offrendo anche il lavoro semi-gratuito di detenuti comuni e politici. Ma non è questione di nomi. Tutti gli uomini forti dell'attuale governo vengono dal vecchio Partito del Programma Socialista (cioè, dal Partito comunista birmano) di cui l'attuale presidente, il generale Than Shwe, è stato il braccio armato nella repressione del 1988. Dal punto di vista della retorica, dei diritti umani, della (non) libertà di stampa e di associazione la Birmania rimane un regime di matrice comunista. Se si eccettua la presenza delle multinazionali straniere, l'attività
economica resta ampiamente nelle mani dello Stato. I morti fatti dalle truppe che sparano sulla folla in Birmania non sono vittime di una generica «dittatura», ma di un regime post-comunista che è «post» solo in quanto almeno si vergogna d'invocare il nome del comunismo, pur mantenendone la sostanza. In Italia non ci si vergogna neppure del nome.

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Giangiacomo

giovedì 27 settembre 2007

Le verità nascoste sugli italiani a Kabul

di Massimo Introvigne, Il Giornale, 27 settembre 2007

La vicenda dei due agenti del Sismi rapiti da banditi alleati dei talebani ha riportato sulle
prime pagine l’Afghanistan, un tema che il governo Prodi ha tutto l’interesse a far dimenticare perché si tratta precisamente della buccia di banana su cui già una volta è scivolato. Purtroppo per Prodi, i talebani e i loro amici non aspettano di conoscere le ultime posizioni di Dini o Mastella e continuano a fare quello che hanno sempre fatto:
coltivano droga, rubano, torturano e uccidono sia i civili afghani sia (quando possono) i soldati della coalizione internazionale, italiani compresi. La vicenda ha dato
l’occasione al solito Diliberto per chiedere il ritiro immediato dei nostri soldati dall’Afghanistan. Rifondazione è invece tornata sulla vecchia idea di D’Alema di una conferenza di pace, senza chiarire se - dal momento che hanno le milizie più attive e meglio armate - si debbano invitare anche i trafficanti di droga, che non sono solo buoni amici dei talebani ma anche della mafia italiana e di quella colombiana. A questo punto, perché limitarsi ai manutengoli e non invitare direttamente qualche pezzo da novanta di Cosa Nostra, i cui interessi nell’oppio afghano sono diretti e cospicui?
Al di là delle sciocchezze, non sono solo Diliberto e Giordano a chiedersi perché stiamo in
Afghanistan. Le risposte di Prodi e D’Alema sul punto sono piuttosto vaghe, e descrivono la nostra missione come una via di mezzo fra la Croce Rossa e la costruzione di scuole, per cui però a rigore non servirebbero i militari, ma basterebbero i boy-scout. La paura di dire qualcosa che faccia votare contro il governo tre o quattro senatori dell’ultra-sinistra induce Prodi a non rivendicare neppure quel poco di buono che si fa. In Afghanistan tutti sanno che per localizzare i nostri agenti rapiti sono stati impiegati gli aerei senza pilota Predator. Il segreto, se c’è, è di Pulcinella. Sarebbe stata una buona occasione per far
notare al Paese che, contrariamente a quanto sostiene l’opposizione, si sta finalmente equipaggiando la missione italiana come si conviene. Peccato, però, che Prodi non possa dirlo pubblicamente. Perché Rifondazione e Comunisti Italiani, al momento di non far cadere il governo sul rifinanziamento alla missione afghana, avevano detto chiaro e tondo che dei Predator non volevano neppure sentir parlare. Del resto a che servono aerei da
guerra se lo scopo della missione è far fare ai militari le crocerossine o i boy-scout?
Qualche giornale ha scritto che è ipocrita Prodi ma è ipocrita anche il centrodestra, il quale tornando al governo non manderebbe certo i nostri soldati in Afghanistan a combattere in prima linea come gli inglesi o gli americani, a un ritmo di due o tre morti alla settimana. No, in effetti: ma non è questo che la coalizione ci chiede. All’Italia si chiede quello che sa fare meglio, come ha dimostrato in modo eccellente e anche eroico a Nassirya: un’azione di alta polizia militare in zona di guerra, e di contrasto alla criminalità comune che è legata a filo triplo al terrorismo. Non è la guerra in prima linea, ma neanche la Croce Rossa. Le milizie al servizio dei trafficanti di droga di tutto il mondo che percorrono l’Afghanistan non possono essere affrontate offrendo viveri o medicinali. D’altro canto anche lottando contro Cosa Nostra in Italia ci si presenta armati e si rischia la pelle. Si spieghi dunque agli italiani per che cosa in Afghanistan i nostri soldati (e agenti del Sismi) combattono, rischiano e muoiono. Senza aspettare il permesso di Diliberto.

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Giangiacomo

mercoledì 26 settembre 2007

Hey, my name is...

melodia irresistibile!

HEY MY NAME IS GIANNI
I WUON TO NOURRY
I WUON TO NAU





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Giangiacomo

La massima di Gigidag

Oggi, 26 Settembre 2007, all'interno del suo programma "Il Cammino", su M2O (www.m2o.it), Gigi D'Agostino, nel pubblicizzare un'iniziativa degna di nota a cui parteciperà, ha comunicato il suo sdegno contro lo Stato italiano per mancanza di interventi seri e ragionevoli rispetto ai problemi giovanili.

"Questo sabato 29 settembre 2007, Gigi d'Agostino, che sono io, ha
organizzato una "gita da ballo". Una "gita da ballo" contro l'uso delle droghe e
contro l'abuto degli alcolici.
Sì, lo so, io dovrei fare il deejay e queste
cose dovrebbe organizzarle il nostro governo, lo Stato italiano. Solo che
purtroppo i politici sono impegnati a screditare un comico...
poveri!

Un grande condottiero non ha paura di un
saltimbanco


Circa 300 ragazzi itialiani partiranno da
sud centro e nord italia, viaggeranno su bus che attraverseranno l'Italia,
destinazione Vienna. Io darò dei fiori a tutti i ragazzi italiani che
parteciperanno a questa gita benefica e ognuno di noi donerà delle rose ai
giovani austriaci.
Sabato sera lì a vienna durante la serata, io farò il mio
concerto e danzeremo tutti uniti"

spettacolare come massima.
spettacolare la presa in giro di Prodi-Mortadella.
spettacolare la definizione relativa al comico ligure.

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Giangiacomo

mercoledì 19 settembre 2007

Il pacifismo di D’Alema studiato per salvare Prodi

di Massimo Introvigne (il Giornale, 19 settembre 2007)
Le dichiarazioni del ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, secondo cui è prudente prepararsi a una guerra in Iran, hanno scandalizzato il suo omologo italiano D’Alema che lo ha poco diplomaticamente invitato a stare zitto.
Povero D’Alema: neanche di Kouchner, già «medico senza frontiere» e uomo vicino
alla sinistra ci si può più fidare. Ma in realtà è di D’Alema - e Prodi, che sull’Iran la pensa come lui - che l’Occidente ha smesso di fidarsi da tempo.
Prima di recitare una parte non sua nel disperato tentativo di tenere in piedi il governo Prodi, compiacendo la sinistra radicale per evitare brutti scherzi in Senato, D’Alema non è mai stato un pacifista senza se e senza ma. Ha organizzato l’intervento italiano in Kosovo ed è stato favorevole a quello in Afghanistan. Certamente è stato
contrario alla guerra in Irak, ma con ragioni che dovrebbero precisamente renderlo favorevole a un intervento in Iran. Anzitutto, D’Alema ha sostenuto che in Irak le armi di distruzione di massa non c’erano e Bush mentiva. Se ci fossero state, una guerra con timbri e bolli dell’Onu sarebbe stata legale e legittima. D’Alema - sull’onda del Partito Democratico americano - quando dice «armi di distruzione di massa» intende «armi nucleari». Le convenzioni internazionali distinguono tre tipi di armi di distruzione di massa: nucleari, chimiche e batteriologiche. È del nucleare di
Saddam che non si sono trovate le prove. Certamente il tiranno di Baghdad disponeva di armi chimiche con cui gasava i curdi, come testimoniano fosse comuni e efferatezze varie. Quanto alle armi batteriologiche il necessario per decimare con un’epidemia una città come Milano può essere contenuto in una valigetta, facilmente trasportabile. D’Alema, dunque, si emoziona solo di fronte al nucleare. Ed è del nucleare che si parla in Iran. Non servono prove, c’è la confessione: Ahmadinejad rivendica il diritto ad avere la bomba islamica e a usarla per distruggere Israele una settimana sì e l’altra pure. I Democratici americani - acriticamente ripresi da D’Alema - sostengono pure che non c’era bisogno di invadere l’Irak. Per impedire che destabilizzasse tutta la regione bastava bombardare chirurgicamente le sue
installazioni militari. La soluzione non sarebbe piaciuta al popolo iracheno, particolarmente alla maggioranza sciita e alla minoranza curda, contro cui Saddam si sarebbe sfogato come già dopo la sconfitta del 1991. Ma non è dell’Irak che ora si parla. Nessuno pensa a invadere l’Iran con truppe di terra. Si tratterebbe di bombardamenti mirati, come quelli che forse Israele ha già cominciato in quella Siria che ha sospetti traffici nucleari con la Corea del Nord. Escludere i bombardamenti per principio serve a imbaldanzire gli ayatollah di Teheran, i loro clienti terroristi di Hamas ed Hezbollah, e Putin che gioca anche la carta iraniana per dar fastidio agli
Usa. D’Alema ci guadagna molto meno. Neppure gli applausi di un Grillo, ma forse il soccorso rosso di Giordano e Diliberto per l’accanimento terapeutico con cui cerca di tenere in vita un governo che assomiglia sempre più a uno yogurt di cattiva qualità. Prima era scadente: adesso è scaduto.

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Giangiacomo

lunedì 17 settembre 2007

Italia, un Paese in crisi morale

Il Paese sta attraversando una grave crisi morale in cui sono diffusi comportamenti criminali che non trovano soluzione ed è «illusorio sperare in un improvviso quanto miracolistico rinsavimento», c'è invece bisogno di «una ricentratura profonda dei singoli soggetti e degli organismi sociali, sul senso e sulla ragione dello stare insieme come comunitá di destini e di intenti», in questo quadro è importante anche il ruolo della religione.
È questo l'allarme lanciato oggi pomeriggio da mons. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nella prolusione con la quale ha aperto i lavori del Consiglio episcopale permanente. Bagnasco ha sottolineato come vi siano «comportamenti criminali che non riescono a trovare una soluzione», fra questi ha indicato «il dramma recente e crescente degli incendi boschivi, provocati dall'uomo che in quest'ultima estate hanno messo in ginocchio intere zone del Paese». E proprio alla luce di fatti come questi, ha spiegato l'arcivescovo di Genova, «sembra che diventi sempre più friabile il vincolo sociale e si prosciughi quel tipo di solidarietà su cui una comunità strutturata deve fare affidamento se vuol essere un Paese non spaesato». Tuttavia, ha detto Bangasco, nonostante i fenomeni più deleteri enfatizzati dall'opinione pubblica, «la componente sana della società è ampiamente maggioritaria nel silenzio dignitoso e in spirito di sacrificio con ancoraggio nella fede cristiana».
CASA E LAVORO LE URGENZE - Di fronte al «problema particolarmente acuto» della casa, «la collettività ai vari livelli deve darsi uno slancio, e approntare quelle soluzioni di edilizia popolare che per vaste zone e in una serie di città appaiono veramente urgenti». È il forte appello di Bagnasco che «anche agli istituti bancari e di credito» fa presente questa emergenza perchè, «tenendo conto delle condizioni internazionali e secondo le loro possibilità e competenze, vogliano maggiormente contribuire con senso di equità ad una concreata soluzione del problema». Nella sua prolusione, l'arcivescovo di Genova ha voluto soffermarsi in particolare sul «dramma di coloro, pensionati o famiglie con un solo reddito, che sono raggiunti da provvedimenti di sfratto e non trovano altre opportunità». Ma, ha aggiunto, «pensiamo anche ai giovani fidanzati che vorrebbero sposarsi e nei loro progetti sono annichiliti per il problema dell'abitazione che non si trova oppure è inavvicinabile per le loro risorse. Ci sono inoltre situazioni di promiscuità, dove famiglie diverse sono costrette a vivere in uno stesso appartamento, magari fatiscente, e per ciò stesso non in grado di garantire un vicendevole rispetto».

I Vescovi italiani sono vicini al Papa messo sotto accusa da «cattedre discutibilissime». Lo ha voluto ribadire Mons Bagnasco a nome di tutti presuli, «pronta e incondizionata collaborazione sempre, e in modo particolare quando emergono nell'opinione pubblica voci critiche e discordanti». «Nel corso degli ultimi mesi - ha ricordato l'arcivescovo di Genova - sono venuti dalla Sede Apostolica interventi importanti sotto il profilo ecclesiologico e pastorale, e che bene esprimono la sollecitudine di Benedetto XVI. È un'azione che trova nei Vescovi italiani una ricezione speciale». Quanto alle critiche, Bagnasco ha sottolineato che «a ben guardare, sono episodi che in nessuna stagione hanno risparmiato i romani Pontefici». «È singolare peraltro - ha scandito - quella ricorrente pretesa, mossa da 'cattedre' discutibilissime, di misurare la fedeltà altrui, Papa compreso, facendola coincidere ovviamente con i propri stilemi e le proprie evoluzioni». «La premura del Papa per l'Italia - ha infine annunciato mons. Bagnasco - apparirà ancora una volta domenica prossima, nella visita che ha in programma alla diocesi suburbicaria di Velletri, e fra un mese nel viaggio apostolico che lo porterà a Napoli, dove andrà a rinforzare il desiderio di rinascita che quella gente esprime in una tribolata realtà sociale ed economica».

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Giangiacomo

L 'Europa, la Turchia e un olocausto

Il dramma del popolo armeno

di Carmelo Ferlito, "Rinascita", 15 settembre 2007

Nell'arco di pochi mesi l'editore Solfanelli ha lanciato sul mercato due opere fondamentali per meglio comprendere e giudicare alcuni fatti di politica internazionale; si tratta di Sulla Turchia e l'Europa e L'olocausto armeno, vergati entrambi dal giornalista storico Alberto Rosselli.
Sono entrambi libri snelli, 150 pagine il primo e 80 il secondo, ma chiari e illuminanti per chi volesse formarsi un'idea più precisa rispetto a temi che cominciano ad essere trattati dai mass-media con una certa insistenza. Anzitutto, il dibattito sull'ingresso della Turchia in Europa: Rosselli sa che noi conosciamo molto poco la storia turca; per cui ha condensato in poche pagine numerose informazioni utili dalla caduta dell'Impero Ottomano ai giorni nostri, aggiungendo una attenta cronologia ed una ricca bibliografia. Quindi passa ad affrontare le due visioni che si scontrano nel Vecchio Continente: chi immagina una gigantesca area europeo-mediterranea, in cui far confluire anche il Nord Africa ed Israele, e chi invece ritiene fondamentale ancorare l'Europa alle proprie radici culturali e religiose.
Nell'analisi Rosselli, che si confronta con scritti di autori importanti come Introvigne e Cardini, non manca di osservare come peraltro vi siano stati dei passi di avvicinamento compiuti da Ankara verso l'Europa occidentale. Ma essi non bastano; rimangono ancora delle questioni irrisolte, posto che la Turchia voglia veramente entrare a far parte dell'Unione Europea: il riconoscimento del massacro degli armeni, la persecuzione contro i curdi, la vicenda cipriota.
Al primo di questi punti è dedicato il secondo pamphlet del giornalista genovese. Anche qui non manca un'attenta ricostruzione storica: del resto, la «persecuzione scatenata nel 1915 dai turchi nei confronti del popolo armeno […] rappresenta forse il primo esempio dell'epoca contemporanea di sistematica e scientifica soppressione di una minoranza etnico-religiosa. Un piano di eliminazione che non scaturì soltanto dall'ideologia panturchista e panturanista del sedicente partito progressista dei "Giovani Turchi", ma che trasse le sue origini dalle antiche e mai del tutto sopite contrapposizioni tra la maggioranza musulmana turca e curda e la minoranza cristiana armena» (p. 5).
A cavallo tra storia e attualità è delineata tutta la vicenda dell'Armenia contemporanea: ricostruzione utile non solo a far luce su quello che l'Onu ha dichiarato essere il primo genocidio del xx secolo, non solo a ricordarci la storia di un popolo poco conosciuto, non solo a sollevare dubbi sulla legittimità della richiesta di ingresso turco nell'Ue, ma anche, e soprattutto, a ricordare i massacri dimenticati, quelli non ricordati dai programmi televisivi a scadenza annuale, quelli cui alcune istituzioni, anche nostrane, non vorrebbero concedere la dignità di esistere.


Schede:
Alberto Rosselli, Sulla Turchia e l'Europa, Chieti, Solfanelli, 2006

Alberto Rosselli, L'olocausto armeno, Chieti, Solfanelli, 2007

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Giangiacomo