In un pazzo e massacrante viaggio da Milano a Specchia (Le), lo scorso 10 Agosto 2007, ho imparato ad ascoltare "La Compagnia", uno degli ultimi remake di Vasco Rossi.
Ve la propongo...
Mi sono alzato
mi son vestito
e sono uscito solo solo per la strada
Ho camminatoa lungo senza meta
finché ho sentito cantare in un bar
finché ho sentito cantare in un bar.
Canzoni e fumo
ed allegria
io ti ringrazio sconosciuta compagnia.
Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore
Ma so che sento più caldo il mio cuor
So che sento più caldo il mio cuor
Felicità.
Ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già
Tristezza va
una canzone il tuo posto prenderà
Abbiam bevuto
e poi ballato
è mai possibile che ti abbia già scordato?
Eppure ieri morivo di dolore
ed oggi canta di nuovo il mio cuor
oggi canta di nuovo il mio cuor.
Felicità
Ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo già
Tristezza
va una canzone il tuo posto prenderà.
see u,
Giangiacomo
lunedì 27 agosto 2007
domenica 26 agosto 2007
Don Giussani, la certezza nella povertà
Una mia grandissima amica mi ha regalato un libro ieri.
Ho pensato di rendervene partecipi con una piccola recensione.
Esistono uomini che, chi di schianto chi più lentamente, hanno operato una rivoluzione nel modo consueto di considerare la realtà. Uomini che, in tutta semplicità, si sono arresi a uno sguardo diverso, più profondo, che il duro rapporto con il reale imponeva loro. Questi uomini si sono chiamati, per esempio, Copernico, Pascal, Einstein, forse anche Lutero. Gli anni mi convincono sempre più che uno di questi uomini è stato anche don Luigi Giussani, di cui Rizzoli-Bur presenta il secondo volume della serie «L´Équipe», che raccoglie alcune conversazioni del grande sacerdote con un gruppo di studenti universitari: Certi di alcune grandi cose 1979-1981 (pagg. 500, euro 11,80, prefazione di J. Carron).
Il libro è un'autentica miniera di indicazioni per chiunque cerchi un significato al proprio vivere, «il significato e la forma del rapporto affettivo o dell'uso delle cose o del modo di guardare la natura, il tempo, lo spazio, il proprio progetto futuro o il proprio passato», e desideri verificare come Cristo sia la risposta non psicologica o sentimentale, ma reale e drammatica a questi interrogativi.Io mi soffermo qui su un aspetto toccato con grande discrezione, ma portatore di conseguenze culturali enormi. Riguarda i concetti di povertà, umiltà e certezza. Secondo la vulgata nella quale tutti siamo immersi, l'uomo che ha certezze è un uomo tronfio, superbo, sempre sottilmente e talora anche apertamente violento. Mentre solo l'uomo dubbioso, o come si dice oggi «in ricerca», è capace di vera ricerca poiché non ha il diritto di sentirsi superiore a chicchessia. Secondo questa chiave, che nessuno o quasi mette oggi in discussione (del resto non si discute quasi di niente), vengono letti i diversi ambiti del reale: politica, società, cultura, guerre e scontri di civiltà.
Don Giussani rovescia completamente questa lettura. Per essere certi, dice, occorre essere poveri, «perché la certezza vuol dire un abbandono di sé (mentre l'uomo dubbioso se ne sta abbarbicato a se stesso e non si abbandona nemmeno un istante, ndr), vuole dire superamento di sé, vuole dire che io sono piccolino, sono niente, e la cosa vera e grande è un'altra: questa è la povertà».Il nostro mondo rispetta i preti quando intervengono entro il proprio ambito prefissato. Quando invece lanciano provocazioni e giudizi culturali, e dunque con la pretesa di interrogare la coscienza (religiosa ma anche civile, culturale) di tutti, allora scatta il pregiudizio, forte oggi più che mai: in fondo, sono solo frasi «da prete». Ma l'osservazione di don Giussani vale per tutti gli ambiti dell'umano, per ogni seria ricerca, per ogni vera avventura del pensiero. Tuttavia è sempre più necessario lottare affinché una posizione come questa non si perda, perché la direzione attuale è tutt'altra. Tant'è che, per sentire ancora parole come queste, occorre andarle a cercare, il nostro mondo non le mette a portata di mano (del resto, meglio così).
see u,
Giangiacomo
Ho pensato di rendervene partecipi con una piccola recensione.
Esistono uomini che, chi di schianto chi più lentamente, hanno operato una rivoluzione nel modo consueto di considerare la realtà. Uomini che, in tutta semplicità, si sono arresi a uno sguardo diverso, più profondo, che il duro rapporto con il reale imponeva loro. Questi uomini si sono chiamati, per esempio, Copernico, Pascal, Einstein, forse anche Lutero. Gli anni mi convincono sempre più che uno di questi uomini è stato anche don Luigi Giussani, di cui Rizzoli-Bur presenta il secondo volume della serie «L´Équipe», che raccoglie alcune conversazioni del grande sacerdote con un gruppo di studenti universitari: Certi di alcune grandi cose 1979-1981 (pagg. 500, euro 11,80, prefazione di J. Carron).
Il libro è un'autentica miniera di indicazioni per chiunque cerchi un significato al proprio vivere, «il significato e la forma del rapporto affettivo o dell'uso delle cose o del modo di guardare la natura, il tempo, lo spazio, il proprio progetto futuro o il proprio passato», e desideri verificare come Cristo sia la risposta non psicologica o sentimentale, ma reale e drammatica a questi interrogativi.Io mi soffermo qui su un aspetto toccato con grande discrezione, ma portatore di conseguenze culturali enormi. Riguarda i concetti di povertà, umiltà e certezza. Secondo la vulgata nella quale tutti siamo immersi, l'uomo che ha certezze è un uomo tronfio, superbo, sempre sottilmente e talora anche apertamente violento. Mentre solo l'uomo dubbioso, o come si dice oggi «in ricerca», è capace di vera ricerca poiché non ha il diritto di sentirsi superiore a chicchessia. Secondo questa chiave, che nessuno o quasi mette oggi in discussione (del resto non si discute quasi di niente), vengono letti i diversi ambiti del reale: politica, società, cultura, guerre e scontri di civiltà.
Don Giussani rovescia completamente questa lettura. Per essere certi, dice, occorre essere poveri, «perché la certezza vuol dire un abbandono di sé (mentre l'uomo dubbioso se ne sta abbarbicato a se stesso e non si abbandona nemmeno un istante, ndr), vuole dire superamento di sé, vuole dire che io sono piccolino, sono niente, e la cosa vera e grande è un'altra: questa è la povertà».Il nostro mondo rispetta i preti quando intervengono entro il proprio ambito prefissato. Quando invece lanciano provocazioni e giudizi culturali, e dunque con la pretesa di interrogare la coscienza (religiosa ma anche civile, culturale) di tutti, allora scatta il pregiudizio, forte oggi più che mai: in fondo, sono solo frasi «da prete». Ma l'osservazione di don Giussani vale per tutti gli ambiti dell'umano, per ogni seria ricerca, per ogni vera avventura del pensiero. Tuttavia è sempre più necessario lottare affinché una posizione come questa non si perda, perché la direzione attuale è tutt'altra. Tant'è che, per sentire ancora parole come queste, occorre andarle a cercare, il nostro mondo non le mette a portata di mano (del resto, meglio così).
see u,
Giangiacomo
Gelmini, i cattolici spezzano l’assedio
«Sudditanza al laicismo, ora basta»
Articoli su articoli, dissertazioni sullo spinosissimo tema della pedofilia, balbettii autocritici da parte di autorevoli tonache. Il caso Gelmini sembra mostrare il lato debole della Chiesa italiana e ripropone un quesito ricorrente: c’è in Italia una cultura laicista che sfrutta tutte le occasioni per mettere in difficoltà il già fragile popolo di Dio?
Vittorio Messori, lo scrittore cattolico più noto al mondo, non fa sconti a nessuno: «Noi abbiamo importato dagli Usa l’ossessione per la pedofilia. La Chiesa americana, quella politicamente più corretta, più all’avanguardia, più liberal, ha aperto a tutto: dal sacerdozio delle donne ai preti gay. Risultato: il conformarsi alla logica del mondo ha portato nei seminari tanti omosessuali, che da sempre cercano ambienti maschili come i seminari e le caserme, con relativa, inevitabile esplosione degli scandali. D’altra parte laggiù l’attacco alla Chiesa è diventato un business a colpo sicuro. Molti avvocati invitano i fedeli a denunciare preventivamente i preti, che a differenza dei pastori protestanti hanno alle spalle diocesi ricche: le diocesi, spaventate, pagano anche quando si sa che i sacedoti sono innocenti».
Un meccanismo perverso, a sentire l’autore di Ipotesi su Gesù, che è costato al clero americano cifre stratosferiche. «Da noi - riprende Messori - il caso don Gelmini dà ovviamente voce ai tanti moralisti laici e laicisti su piazza che colgono l’occasione per puntare il dito contro la Chiesa cattolica. Ma questo credo sia normale». Nessun complotto, dunque. «Piuttosto, - riprende Messori - come mai la pedofilia emerge con percentuali uguali nelle chiese protestanti dove tutto è permesso? Invece, qua da noi si parla di don Gelmini e dello scandalo dei preti di Torino per dire che è tutta colpa della Chiesa retriva e conservatrice che impone il celibato. Purtroppo il matrimonio fra i preti non risolve il problema, perché l’ottanta per cento dei casi riguarda pratiche omosessuali».
Forse, il tema di fondo è un altro: la Chiesa deve tornare ad annunciare Cristo, senza se e senza ma come si dice oggi? E forse, quando lo fa, rischia l’emarginazione? Ruota intorno a questi quesiti la riflessione di don Luigi Negri, vescovo di San Marino: «Io noto che don Gelmini è uno che ci crede. Nel senso che porta la fede fino alle estreme conseguenze sociali e culturali. Per lui la fede non è un fatto privato, personale, ma un modo di affrontare la vita. Questo obiettivamente dà fastidio ad una mentalità laicista che mal digerisce un cristianesimo integrale». Ma c’è di più; per il vescovo di San Marino c’è un’ala nella Chiesa che si presta a questo gioco distruttivo: «Un conto è il popolo di Dio che ha ben saldi i suoi riferimenti, altra cosa è l’ecclesiasticità che talvolta va in ordine sparso. Tante vicende, anche questa di don Gelmini, dimostrano, al di là delle eventuali responsabilità di don Pierino di cui non so nulla, una subalternità, consapevole o no, di parte dell’ecclesiasticità al pensiero dominante, un desiderio sconfortante di compiacere la cultura laica».
Monsignor Negri non fa nomi, ma certo il retropalco del caso è stato affollato in questi giorni da personalità del mondo ecclesiastico: il cardinal Francesco Marchisano ha invitato don Pierino a farsi da parte in attesa di un chiarimento, don Ciotti si è detto equidistante dal sacerdote e dalle sue presunte vittime, don Mazzi è stato addirittura convocato dalla Procura di Terni come teste dell’accusa. La vicenda ha provocato contraccolpi anche all’interno del mondo cattolico, anche se in superficie è più difficile leggere i segni di questo conflitto. E allora affiora il disagio, la speranza che tutto finisca in fretta senza altri danni. Come dice Salvatore Nummari, arcivescovo di Cosenza: «Da amico invito don Pierino ad avere fiducia nella magistratura. Senza troppe esternazioni».
di Stefano Zurlo, Il Giornale, lunedì 13 agosto 2007
see u,
Giangiacomo
Articoli su articoli, dissertazioni sullo spinosissimo tema della pedofilia, balbettii autocritici da parte di autorevoli tonache. Il caso Gelmini sembra mostrare il lato debole della Chiesa italiana e ripropone un quesito ricorrente: c’è in Italia una cultura laicista che sfrutta tutte le occasioni per mettere in difficoltà il già fragile popolo di Dio?
Vittorio Messori, lo scrittore cattolico più noto al mondo, non fa sconti a nessuno: «Noi abbiamo importato dagli Usa l’ossessione per la pedofilia. La Chiesa americana, quella politicamente più corretta, più all’avanguardia, più liberal, ha aperto a tutto: dal sacerdozio delle donne ai preti gay. Risultato: il conformarsi alla logica del mondo ha portato nei seminari tanti omosessuali, che da sempre cercano ambienti maschili come i seminari e le caserme, con relativa, inevitabile esplosione degli scandali. D’altra parte laggiù l’attacco alla Chiesa è diventato un business a colpo sicuro. Molti avvocati invitano i fedeli a denunciare preventivamente i preti, che a differenza dei pastori protestanti hanno alle spalle diocesi ricche: le diocesi, spaventate, pagano anche quando si sa che i sacedoti sono innocenti».
Un meccanismo perverso, a sentire l’autore di Ipotesi su Gesù, che è costato al clero americano cifre stratosferiche. «Da noi - riprende Messori - il caso don Gelmini dà ovviamente voce ai tanti moralisti laici e laicisti su piazza che colgono l’occasione per puntare il dito contro la Chiesa cattolica. Ma questo credo sia normale». Nessun complotto, dunque. «Piuttosto, - riprende Messori - come mai la pedofilia emerge con percentuali uguali nelle chiese protestanti dove tutto è permesso? Invece, qua da noi si parla di don Gelmini e dello scandalo dei preti di Torino per dire che è tutta colpa della Chiesa retriva e conservatrice che impone il celibato. Purtroppo il matrimonio fra i preti non risolve il problema, perché l’ottanta per cento dei casi riguarda pratiche omosessuali».
Forse, il tema di fondo è un altro: la Chiesa deve tornare ad annunciare Cristo, senza se e senza ma come si dice oggi? E forse, quando lo fa, rischia l’emarginazione? Ruota intorno a questi quesiti la riflessione di don Luigi Negri, vescovo di San Marino: «Io noto che don Gelmini è uno che ci crede. Nel senso che porta la fede fino alle estreme conseguenze sociali e culturali. Per lui la fede non è un fatto privato, personale, ma un modo di affrontare la vita. Questo obiettivamente dà fastidio ad una mentalità laicista che mal digerisce un cristianesimo integrale». Ma c’è di più; per il vescovo di San Marino c’è un’ala nella Chiesa che si presta a questo gioco distruttivo: «Un conto è il popolo di Dio che ha ben saldi i suoi riferimenti, altra cosa è l’ecclesiasticità che talvolta va in ordine sparso. Tante vicende, anche questa di don Gelmini, dimostrano, al di là delle eventuali responsabilità di don Pierino di cui non so nulla, una subalternità, consapevole o no, di parte dell’ecclesiasticità al pensiero dominante, un desiderio sconfortante di compiacere la cultura laica».
Monsignor Negri non fa nomi, ma certo il retropalco del caso è stato affollato in questi giorni da personalità del mondo ecclesiastico: il cardinal Francesco Marchisano ha invitato don Pierino a farsi da parte in attesa di un chiarimento, don Ciotti si è detto equidistante dal sacerdote e dalle sue presunte vittime, don Mazzi è stato addirittura convocato dalla Procura di Terni come teste dell’accusa. La vicenda ha provocato contraccolpi anche all’interno del mondo cattolico, anche se in superficie è più difficile leggere i segni di questo conflitto. E allora affiora il disagio, la speranza che tutto finisca in fretta senza altri danni. Come dice Salvatore Nummari, arcivescovo di Cosenza: «Da amico invito don Pierino ad avere fiducia nella magistratura. Senza troppe esternazioni».
di Stefano Zurlo, Il Giornale, lunedì 13 agosto 2007
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Giangiacomo
Il corporativista cattolico di J.A. Schumpeter
LA SVOLTA CORPORATIVISTA DEL PENSIERO DI J.A. SCHUMPETER
Quando l'economista austriaco si schierò, a sorpresa, a favore di un sistema economico fondato sul corporativista cattolico
di Carmelo Ferlito
Ho letto con grande interesse il contributo di Giampiero Ricci sul Secolo d'Italia dell'8 luglio a proposito del grande economista austriaco Joseph A. Schumpeter, mio primo amore nell'ambito del pensiero economico, conosciuto grazie agli insegnamenti del prof. Sergio Noto, dell'Università di Verona. Al pensiero del più dandy degli economisti ho dedicato diversi anni, potendomi confrontare a tal proposito anche con Paolo Sylos Labini, che fu suo allievo ad Harvard tra il 1949 ed il 1950. Quando si parla di Schumpeter si sottolineano sempre alcune cose: il ruolo innovatore dell'imprenditore, la teoria dei cicli, la visione secondo cui il capitalismo sarebbe crollato per il clima ostile ad esso maturato in seno alla borghesia. Eppure è poco noto al grande pubblico il testo di una conferenza in cui l'economista austriaco, cinque anni prima di morire, stupendo tutti gli studiosi del suo pensiero, si schierò a favore di una svolta corporativa del sistema economico. Si tratta di conferenza tenuta da Schumpeter a Montréal nel 1945 (L'avenire de l'enterprise privée devant les tendances socialistes modernes), durante la quale egli giunse ad auspicare l'instaurarsi di un sistema economico fondato sul corporativismo cattolico, così come delineato dalla enciclica Quadragesimo anno di Papa Pio XI (1941). Ma andiamo con ordine. Schumpeter parte smentendo le analisi negative sul capitalismo: i Paesi capitalistici dimostrano avere saggi di crescita importanti e l'incremento globale del prodotto non è maturato in modo sfavorevole alla classe operaia. Ne segue che il progresso materiale della classe operaia è legato ai successi dell'impresa privata: la lotta di classe non è dunque una buona teoria dei rapporti industriali. La riflessione dell'economista austriaco prosegue nella sottolineatura che è errato parlare di lotta delle classi, perché il «fascio delle forze che fanno funzionare l'organismo sociale contiene elementi di solidarietà e di antagonismo». Per il procedere di ogni gruppo e dell'intera società, secondo Schumpeter, gli elementi di cooperazione e di antagonismo devono necessariamente convivere. Il Nostro aggiunge che in una società normale questi elementi si integrano in modo armonioso nel quadro di una cultura e di una fede comuni, le quali impediscono l'accentuarsi degli antagonismi. Pertanto egli sottolinea come la crisi del capitalismo che ha sotto gli occhi non sia altro che un ambito di manifestazione di una più grave crisi sociale, le cui cause non devono essere ricercate nell'ambito strettamente economico; piuttosto le «famiglie, le officine, le società non funzionano se nessuno accetta i propri doveri, se nessuno sa farsi accettare come leader e se ciascuno è intento a tracciare il bilancio dei propri vantaggi e svantaggi personali e immediati ad ogni istante». Quindi, la crisi economico-sociale è una crisi strutturale, che affonda le radici proprio nella mentalità classista e conflittuale: viene a mancare la percezione di appartenenza ad uno stesso corpo (che è culturale e spirituale prima che economico), integrato nel cammino comune verso il medesimo Destino. Tale crisi va ricercata, a detta del Nostro, nella filosofia utilitaria dell'Ottocento: e, a ben guardare, è proprio da essa che il classismo marxista attinge la propria linfa scientifica. Cosa propone Schumpeter? «Bisognerà ricorrere all'organizzazione corporativa nel senso auspicato dall'enciclica Quadragesimo anno. […] Tale dottrina […] riconosce tutti i fatti dell'economia moderna. […] Il principio corporativo organizza ma non irregimenta. Si oppone a ogni sistema sociale a tendenza centralizzatrice e a ogni irregimentazione burocratica; in effetti, è il solo modo per rendere impossibile quest'ultima». Ma ciò non è sufficiente. Il «Papa non parlava «delle nuvole». Ci mostrava un metodo pratico per la soluzione di problemi pratici e di urgenza immediata. Sono precisamente i problemi che, a causa dell'incapacità di risolverli del liberalismo economico, richiedono l'intervento del potere politico. […] Non si può negare che per riuscire bisognerà per prima cosa risolvere il problema organizzativo. Ma c'è inoltre una difficoltà molto più grave. In una società in via di decomposizione lo statalismo centralista e autoritario tende a realizzarsi da solo. Sopraggiunge come risultato logico di tale decomposizione, semplicemente sostituendo con il meccanismo burocratico i meccanismi del laisser-faire a mano a mano che essi smettono di funzionare. Basta non far nulla per assicurarne non il successo ma la vittoria. Ora, il corporativismo associativo non è una cosa meccanica. Non può essere imposto o creato dal potere legislativo. Non tende a realizzarsi da solo. Può nascere soltanto dall'azione degli uomini liberi e da una fede che li ispiri. Per fondarlo e garantirne il successo ci vogliono volontà, energia, un senso nuovo di responsabilità sociale. Dovrà lottare contro ostacoli formidabili e questo in un mondo la maggior parte del quale è già dominata da un dittatore bolscevico. Ma il suo problema fondamentale, nonché la sua gloria, si riassume nel fatto che, più ancora che una riforma economica e sociale, esso implica una riforma morale». A ben guardare, il passo citato ci mostra che si cercano delle soluzioni economiche ma si colgono tutte le implicazioni extra-economiche del caso. Ecco che il corporativismo viene ad essere per Schumpeter una magnifica realizzazione: concretamente, supera la contrapposizione di classe, riorganizzando la società in modo orizzontale, in antitesi al sistema verticale in vigore. Ma l'economista austriaco, essendo uomo acuto, coglie i limiti di un'imposizione verticistica della soluzione e coglie, forse inconsciamente, la grandezza di un'epoca unitaria come il Medioevo. Come delineato da Attilio Mordini (Il cattolico ghibellino, Roma, Settimo Sigillo, 1989 e Il Tempio del Cristianesimo. Per una retorica della Storia , Rimini, Il Cerchio, 2006), il Medioevo, nella sua mistica unità imperiale, manifesta un ordine finalisticamente impostato: ogni persona è orientata al rapporto col Mistero, e ciò è vero anche nelle edificazioni temporali dell'uomo, anche in ciò che è economico e sociale. L'impero in politica e le corporazioni in economia sono un segno di questo. È con l'umanesimo che inizia quel processo di disarticolazione culturale che porterà l'uomo a rifiutare gradualmente il suo rapporto con il Mistero. Il processo culminerà nella Rivoluzione Francese, nello scardinamento delle strutture tradizionali, nel modernismo. Come evidenziato da Evola ( Nazionalismo e collettivismo, in Europa una: forma e presupposti, Roma, Fondazione Julius Evola, 1996, pp. 14-16), dopo la bufera napoleonica, con la Santa Alleanza, Metternich ed il Congresso di Vienna, l'Europa avrebbe potuto voltare pagina e restaurare il proprio orientamento tradizionale, ma mancarono soprattutto i presupposti spirituali e uomini all'altezza del compito. Schumpeter lo aveva capito. Nel riferirsi al corporativismo non a caso si rifà agli insegnamenti di Pio XI, che affondano direttamente nella tradizione medievale. Il centro della questione, dunque, non è di matrice strettamente economica: perché le dinamiche cooperative superino con efficacia quelle di antagonismo è necessario che un popolo condivida una struttura spirituale. Non una morale od un'etica, ma una coscienza, la consapevolezza di un'appartenenza comune e di un Destino condiviso.
"RINASCITA", 7 agosto 2007, p. 15
see u,
Giangiacomo
Quando l'economista austriaco si schierò, a sorpresa, a favore di un sistema economico fondato sul corporativista cattolico
di Carmelo Ferlito
Ho letto con grande interesse il contributo di Giampiero Ricci sul Secolo d'Italia dell'8 luglio a proposito del grande economista austriaco Joseph A. Schumpeter, mio primo amore nell'ambito del pensiero economico, conosciuto grazie agli insegnamenti del prof. Sergio Noto, dell'Università di Verona. Al pensiero del più dandy degli economisti ho dedicato diversi anni, potendomi confrontare a tal proposito anche con Paolo Sylos Labini, che fu suo allievo ad Harvard tra il 1949 ed il 1950. Quando si parla di Schumpeter si sottolineano sempre alcune cose: il ruolo innovatore dell'imprenditore, la teoria dei cicli, la visione secondo cui il capitalismo sarebbe crollato per il clima ostile ad esso maturato in seno alla borghesia. Eppure è poco noto al grande pubblico il testo di una conferenza in cui l'economista austriaco, cinque anni prima di morire, stupendo tutti gli studiosi del suo pensiero, si schierò a favore di una svolta corporativa del sistema economico. Si tratta di conferenza tenuta da Schumpeter a Montréal nel 1945 (L'avenire de l'enterprise privée devant les tendances socialistes modernes), durante la quale egli giunse ad auspicare l'instaurarsi di un sistema economico fondato sul corporativismo cattolico, così come delineato dalla enciclica Quadragesimo anno di Papa Pio XI (1941). Ma andiamo con ordine. Schumpeter parte smentendo le analisi negative sul capitalismo: i Paesi capitalistici dimostrano avere saggi di crescita importanti e l'incremento globale del prodotto non è maturato in modo sfavorevole alla classe operaia. Ne segue che il progresso materiale della classe operaia è legato ai successi dell'impresa privata: la lotta di classe non è dunque una buona teoria dei rapporti industriali. La riflessione dell'economista austriaco prosegue nella sottolineatura che è errato parlare di lotta delle classi, perché il «fascio delle forze che fanno funzionare l'organismo sociale contiene elementi di solidarietà e di antagonismo». Per il procedere di ogni gruppo e dell'intera società, secondo Schumpeter, gli elementi di cooperazione e di antagonismo devono necessariamente convivere. Il Nostro aggiunge che in una società normale questi elementi si integrano in modo armonioso nel quadro di una cultura e di una fede comuni, le quali impediscono l'accentuarsi degli antagonismi. Pertanto egli sottolinea come la crisi del capitalismo che ha sotto gli occhi non sia altro che un ambito di manifestazione di una più grave crisi sociale, le cui cause non devono essere ricercate nell'ambito strettamente economico; piuttosto le «famiglie, le officine, le società non funzionano se nessuno accetta i propri doveri, se nessuno sa farsi accettare come leader e se ciascuno è intento a tracciare il bilancio dei propri vantaggi e svantaggi personali e immediati ad ogni istante». Quindi, la crisi economico-sociale è una crisi strutturale, che affonda le radici proprio nella mentalità classista e conflittuale: viene a mancare la percezione di appartenenza ad uno stesso corpo (che è culturale e spirituale prima che economico), integrato nel cammino comune verso il medesimo Destino. Tale crisi va ricercata, a detta del Nostro, nella filosofia utilitaria dell'Ottocento: e, a ben guardare, è proprio da essa che il classismo marxista attinge la propria linfa scientifica. Cosa propone Schumpeter? «Bisognerà ricorrere all'organizzazione corporativa nel senso auspicato dall'enciclica Quadragesimo anno. […] Tale dottrina […] riconosce tutti i fatti dell'economia moderna. […] Il principio corporativo organizza ma non irregimenta. Si oppone a ogni sistema sociale a tendenza centralizzatrice e a ogni irregimentazione burocratica; in effetti, è il solo modo per rendere impossibile quest'ultima». Ma ciò non è sufficiente. Il «Papa non parlava «delle nuvole». Ci mostrava un metodo pratico per la soluzione di problemi pratici e di urgenza immediata. Sono precisamente i problemi che, a causa dell'incapacità di risolverli del liberalismo economico, richiedono l'intervento del potere politico. […] Non si può negare che per riuscire bisognerà per prima cosa risolvere il problema organizzativo. Ma c'è inoltre una difficoltà molto più grave. In una società in via di decomposizione lo statalismo centralista e autoritario tende a realizzarsi da solo. Sopraggiunge come risultato logico di tale decomposizione, semplicemente sostituendo con il meccanismo burocratico i meccanismi del laisser-faire a mano a mano che essi smettono di funzionare. Basta non far nulla per assicurarne non il successo ma la vittoria. Ora, il corporativismo associativo non è una cosa meccanica. Non può essere imposto o creato dal potere legislativo. Non tende a realizzarsi da solo. Può nascere soltanto dall'azione degli uomini liberi e da una fede che li ispiri. Per fondarlo e garantirne il successo ci vogliono volontà, energia, un senso nuovo di responsabilità sociale. Dovrà lottare contro ostacoli formidabili e questo in un mondo la maggior parte del quale è già dominata da un dittatore bolscevico. Ma il suo problema fondamentale, nonché la sua gloria, si riassume nel fatto che, più ancora che una riforma economica e sociale, esso implica una riforma morale». A ben guardare, il passo citato ci mostra che si cercano delle soluzioni economiche ma si colgono tutte le implicazioni extra-economiche del caso. Ecco che il corporativismo viene ad essere per Schumpeter una magnifica realizzazione: concretamente, supera la contrapposizione di classe, riorganizzando la società in modo orizzontale, in antitesi al sistema verticale in vigore. Ma l'economista austriaco, essendo uomo acuto, coglie i limiti di un'imposizione verticistica della soluzione e coglie, forse inconsciamente, la grandezza di un'epoca unitaria come il Medioevo. Come delineato da Attilio Mordini (Il cattolico ghibellino, Roma, Settimo Sigillo, 1989 e Il Tempio del Cristianesimo. Per una retorica della Storia , Rimini, Il Cerchio, 2006), il Medioevo, nella sua mistica unità imperiale, manifesta un ordine finalisticamente impostato: ogni persona è orientata al rapporto col Mistero, e ciò è vero anche nelle edificazioni temporali dell'uomo, anche in ciò che è economico e sociale. L'impero in politica e le corporazioni in economia sono un segno di questo. È con l'umanesimo che inizia quel processo di disarticolazione culturale che porterà l'uomo a rifiutare gradualmente il suo rapporto con il Mistero. Il processo culminerà nella Rivoluzione Francese, nello scardinamento delle strutture tradizionali, nel modernismo. Come evidenziato da Evola ( Nazionalismo e collettivismo, in Europa una: forma e presupposti, Roma, Fondazione Julius Evola, 1996, pp. 14-16), dopo la bufera napoleonica, con la Santa Alleanza, Metternich ed il Congresso di Vienna, l'Europa avrebbe potuto voltare pagina e restaurare il proprio orientamento tradizionale, ma mancarono soprattutto i presupposti spirituali e uomini all'altezza del compito. Schumpeter lo aveva capito. Nel riferirsi al corporativismo non a caso si rifà agli insegnamenti di Pio XI, che affondano direttamente nella tradizione medievale. Il centro della questione, dunque, non è di matrice strettamente economica: perché le dinamiche cooperative superino con efficacia quelle di antagonismo è necessario che un popolo condivida una struttura spirituale. Non una morale od un'etica, ma una coscienza, la consapevolezza di un'appartenenza comune e di un Destino condiviso.
"RINASCITA", 7 agosto 2007, p. 15
see u,
Giangiacomo
sabato 25 agosto 2007
Quei giocattoli figli di una Cina senza diritti
Continuano negli Stati Uniti e in Europa i sequestri di prodotti cinesi, soprattutto giocattoli, che contengono componenti pericolose e persino potenzialmente velenose, o che non sono stati prodotti secondo le norme che proteggono i consumatori in Occidente. Il problema non è soltanto ecologico o economico: è anche politico e morale. Se ne discute da tempo fra organizzazioni favorevoli e contrarie a gesti di protesta in occasione delle prossime Olimpiadi di Pechino.
Nel nuovo capitalismo cinese, a successi straordinari si accompagnano tragedie come quella del lavoro minorile ad alto ritmo e del numero più alto del mondo di incidenti sul lavoro, spesso mortali. Una buona percentuale della popolazione ha un reddito sotto la soglia di sopravvivenza (un dollaro al giorno) fissata dal Fondo Monetario Internazionale; la disoccupazione reale è probabilmente al 20%; il numero di suicidi è altissimo e l’aspettativa di vita bassa perché non esiste più un’assistenza medica gratuita e molti si scontrano con il duro rifiuto degli ospedali di curare chi non può pagare, continuando a lavorare anche se le condizioni di salute lo sconsiglierebbero. È da questa fretta di obbedire al precetto del defunto riformatore Deng Xiaoping - «Arricchitevi» - che nascono anche i prodotti fatti male o pericolosi.
Molti in Cina rispondono che il loro capitalismo si ispira al modello statunitense, non a quello europeo. Ma in America un tessuto di leggi che in Cina non ci sono garantisce i diritti sociali, e in tanti settori - anzitutto quello sanitario - svolgono un’attività di supplenza le religioni e le Chiese (di cui l’ultimo, spietato film di Michael Moore si dimentica di parlare). Non è così in Cina, dove non esiste libertà religiosa, nonostante qualche apertura recente ancora troppo timida.
Forse si devono cominciare a esaminare insieme le tre dimensioni del problema Cina: economica, sociale e religiosa. L’errore di molti occidentali consiste nel separarle. Così a chi ha giustamente fretta di difendere i sacerdoti cattolici incarcerati, sembra una perdita di tempo parlare di economia; mentre a chi si preoccupa per l’invasione dei giocattoli pericolosi, quelli della libertà religiosa o dei diritti sociali appaiono problemi da idealisti. Non è così.
La strategia degli Stati Uniti, diversa da quella europea, mostra che solo picchiando là dove fa male - cioè organizzando puntuali campagne sulla situazione dei diritti umani in Cina - si crea un clima che costringe i cinesi a fare concessioni anche là dove si sentono più forti, cioè nel mercato globale e nei grandi numeri delle esportazioni.
Non si tratta dunque di cessare i rapporti con la Cina (una prospettiva suicida sul piano economico e commerciale, e oggi del tutto irrealistica) ma di muoversi sul piano internazionale della richiesta di controlli sull’esportazione cinese senza mai disgiungere le richieste dell’Occidente da rivendicazioni etiche. Il trattamento dei prodotti cinesi dovrebbe dipendere, oltre che ovviamente dalla loro conformità alle norme di sicurezza, da come la Cina tratta i suoi lavoratori, e non solo sul posto di lavoro ma anche in piazza e in chiesa. Gli accordi internazionali non consentono più dazi di tipo protezionistico. Ma si può pensare a un «dazio etico» come serie di misure che costringano la Cina a ripensare l’intera questione dei diritti umani, insistendo su quella dimensione etica del lavoro su cui anche nella recente lettera ai cattolici cinesi ha attirato l'attenzione Papa Benedetto XVI.
di Massimo Introvigne (il Giornale, 25 agosto 2007)
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Giangiacomo
Nel nuovo capitalismo cinese, a successi straordinari si accompagnano tragedie come quella del lavoro minorile ad alto ritmo e del numero più alto del mondo di incidenti sul lavoro, spesso mortali. Una buona percentuale della popolazione ha un reddito sotto la soglia di sopravvivenza (un dollaro al giorno) fissata dal Fondo Monetario Internazionale; la disoccupazione reale è probabilmente al 20%; il numero di suicidi è altissimo e l’aspettativa di vita bassa perché non esiste più un’assistenza medica gratuita e molti si scontrano con il duro rifiuto degli ospedali di curare chi non può pagare, continuando a lavorare anche se le condizioni di salute lo sconsiglierebbero. È da questa fretta di obbedire al precetto del defunto riformatore Deng Xiaoping - «Arricchitevi» - che nascono anche i prodotti fatti male o pericolosi.
Molti in Cina rispondono che il loro capitalismo si ispira al modello statunitense, non a quello europeo. Ma in America un tessuto di leggi che in Cina non ci sono garantisce i diritti sociali, e in tanti settori - anzitutto quello sanitario - svolgono un’attività di supplenza le religioni e le Chiese (di cui l’ultimo, spietato film di Michael Moore si dimentica di parlare). Non è così in Cina, dove non esiste libertà religiosa, nonostante qualche apertura recente ancora troppo timida.
Forse si devono cominciare a esaminare insieme le tre dimensioni del problema Cina: economica, sociale e religiosa. L’errore di molti occidentali consiste nel separarle. Così a chi ha giustamente fretta di difendere i sacerdoti cattolici incarcerati, sembra una perdita di tempo parlare di economia; mentre a chi si preoccupa per l’invasione dei giocattoli pericolosi, quelli della libertà religiosa o dei diritti sociali appaiono problemi da idealisti. Non è così.
La strategia degli Stati Uniti, diversa da quella europea, mostra che solo picchiando là dove fa male - cioè organizzando puntuali campagne sulla situazione dei diritti umani in Cina - si crea un clima che costringe i cinesi a fare concessioni anche là dove si sentono più forti, cioè nel mercato globale e nei grandi numeri delle esportazioni.
Non si tratta dunque di cessare i rapporti con la Cina (una prospettiva suicida sul piano economico e commerciale, e oggi del tutto irrealistica) ma di muoversi sul piano internazionale della richiesta di controlli sull’esportazione cinese senza mai disgiungere le richieste dell’Occidente da rivendicazioni etiche. Il trattamento dei prodotti cinesi dovrebbe dipendere, oltre che ovviamente dalla loro conformità alle norme di sicurezza, da come la Cina tratta i suoi lavoratori, e non solo sul posto di lavoro ma anche in piazza e in chiesa. Gli accordi internazionali non consentono più dazi di tipo protezionistico. Ma si può pensare a un «dazio etico» come serie di misure che costringano la Cina a ripensare l’intera questione dei diritti umani, insistendo su quella dimensione etica del lavoro su cui anche nella recente lettera ai cattolici cinesi ha attirato l'attenzione Papa Benedetto XVI.
di Massimo Introvigne (il Giornale, 25 agosto 2007)
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Giangiacomo
La Famiglia quale unità eroica
La Famiglia quale unità eroica. Riscoprirne il concetto più alto e originario
di Julius Evola
"Fedeltà Monarchica", anno X, n. 3, aprile 1970
Uno dei pericoli che minacciano le correnti di reazione contro le forze di disordine e di corruzione che stanno devastando la nostra civiltà e la nostra vita sociale, è di andare a finire in forme poco più significanti, se non di addomesticamento borghese. E' stato denunciato più di una volta il carattere di decadenza che il moralismo presenta di fronte ad ogni superiore forma di legge e di vita.
In realtà, affinché un "ordine" abbia valore, esso non deve significare né routine né spersonalizzante meccanicizzazione. Bisogna che esistano delle forze originariamente indomite, le quali conservino in una qualche maniera e misura questa loro natura anche presso la più rigida aderenza ad una disciplina. Solo allora l'ordine è fecondo. Con una immagine, potremmo dire che allora accade come per una miscela esplosiva o espansiva, la quale appunto quando è costretta in uno spazio limitato sviluppa la sua estrema efficacia, mentre nell'illimitato quasi si dissipa. In tal senso Goethe ha potuto parlare di un "limite, che crea" ed ha potuto dire che nel limite si dimostra il Maestro. Occorre poi appena ricordare che nella visione classica della vita l'idea di limite - pèras - si confondeva con quella stessa di perfezione e si poneva come il più alto ideale non solo etico, ma perfino metafisico.
Queste considerazioni potrebbero essere applicate a vari domini. Veniamo qui ad un caso particolare: quello della famiglia.
La famiglia è una istituzione che, erosa dall'individualismo dell'ultima civiltà cosmopolita, minata alle basi dalle premesse stesse del feminismo, dell'americanismo e del sovietismo, si vorrebbe ricostruire. Ma anche qui si pone l'accennata alternativa. Le istituzioni sono come forme rigide nelle quali una sostanza originariamente fluente si è cristallizzata: è questo stato originario che si deve ridestare, quando le possibilità vitali inerenti ad un determinato ciclo dl civiltà appaiono esaurite. Solo una forza che agisca dall'interno, come un significato, può esser creatrice. Ora, a quale significato si deve riferire la famiglia, in nome di che si deve volerla e preservarla?
Il significato usuale, borghese e "perbene" di questa istituzione è noto a tutti, e qui vale meno l'indicarlo, quanto il rilevare che assai scarso sostegno esso potrebbe fornire ai fini di una nuova civiltà. Potrà esser bene tutelarne i residui esistenti, ma è inutile nascondersi, che non è di questo che si tratta, che questo è un "troppo poco". Se si vuole trovare una delle non ultime cause della corruzione e della dissoluzione familiare sopravvenuta nei tempi ultimi, essa può esser indicata appunto nello stato di una società, ove la famiglia si è ridotta a non significare nulla più che questo: convenzione, borghesismo, sentimentalismo, ipocrisia, opportunismo.
Anche qui, solo col riportarsi direttamente e risolutamente non allo ieri, ma alle origini, noi possiamo trovare ciò che veramente ci occorre. E queste origini, a noi dovrebbero essere accessibili. In modo particolare, se la tradizione nostra, romana, della famiglia, è fra quelle che han portato ad espressione il concetto più alto e originario di essa.
Secondo la concezione originaria, la famiglia non è una unità né naturalistica, né sentimentale, ma essenzialmente eroica. E' noto che l'antica denominazione di pater deriva da un termine, che designava il duce, il re. L'unità della famiglia già per questo appariva dunque come quella di un gruppo di esseri virilmente stretti intorno ad un capo, che ai loro occhi appariva rivestito non di un bruto potere, bensì di una maestosa dignità, incutente venerazione e fedeltà. Questo carattere resta senz'altro confermato, se si ricorda che nelle civiltà indoeuropee il pater - oltreché il duce - è colui che in tanto esercitava una potestà assoluta sui suoi, in quanto era in pari tempo assolutamente responsabile per i suoi di fronte ad ogni superiore ordine gerarchico - era anche il sacerdote della sua gens, colui che più di ogni altro la rappresentava di fronte al divino, il custode del fuoco sacro il quale nelle famiglie patrizie era simbolo di una influenza sovrannaturale invisibilmente congiunta al sangue e trasmettentesi con questo stesso sangue. Non molli sentimenti o sociali convenzionalismi, ma qualcosa fra l'eroico e il mistico fondava dunque la solidarietà del gruppo familiare o gentilizio, facendone una sola cosa secondo rapporti di partecipazione e di virile dedizione, pronta ad insorgere compatta contro chi la ledesse o ne offendesse la dignità. Con ragione il De Coulanges. come conclusione dei suoi studi in proposito, ebbe dunque a dire che la famiglia antica era una unità religiosa, prima di esser una unità di natura e di sangue.
Che il matrimonio fosse un sacramento già assai prima del cristianesimo (come p. es. la rituale confarreatio romana), e cosa forse già nota ai lettori. Meno lo è però l'idea, che questo sacramento non valeva come cerimonia convenzionale o formula giuridico-sociale, quanto come una specie di battesimo che trasfigurava e dignificava la donna portandola a partecipare della stessa "anima mistica" della gente del suo sposo. Secondo un rito indoeuropeo, assai espressivo come simbolo, prima che di esso, la donna doveva essere di Agni, il fuoco mistico della casa. Ora, non è diverso il presupposto originario, per cui lo sposo si confondeva col Signore della donna, e si stabiliva quel rapporto, di cui la borghese fedeltà non e che il derivato decadente e depotenziato. L'antica dedizione della donna che tutto dà e nulla chiede è espressione di un eroismo essenziale, assai più mistico o "ascetico", vorremmo dire, che non passionale e sentimentale e, in ogni caso, trasfigurante. All'antico detto:
Non vi è rito o insegnamento speciale per la donna. Che essa veneri il suo sposo come il suo dio, ed essa otterrà la sua stessa sede celeste
fa quasi riscontro, in un'altra tradizione, la concezione secondo la quale la Casa solare dell'immortalità, oltrechè ai guerrieri caduti sul campo di battaglia e ai capi di stirpe divina, era riservata alle donne morte nel dare alla luce un figlio: in ciò essendo considerata un'offerta sacrificale cosi transumanante, quanto quella stessa degli eroi.
Ciò potrebbe già condurre a considerare il significato stesso del generare, se un tale soggetto non dovesse condurci troppo lontano. Ricorderemo solo l'antica formula, secondo la quale il primogenito era considerato come figlio non dell'amore, ma del dovere. E questo dovere era, nuovamente, di carattere sia mistico sia eroico. Non si trattava solo di creare un nuovo rex per il bene e le forze del ceppo, ma anche di dare alla vita chi potesse assolvere quell'impegno misterioso di fronte agli avi e a tutti coloro che fecero grande una famiglia (nel rito romano, spesso ricordati in forma di innumerevoli imagini portate nelle occasioni solenni) di cui il fuoco familiare perenne era l'equivalente simbolico. Per tal via, in non poche tradizioni troviamo formule e riti, i quali ci fan nascere l'idea di una vera e propria generazione cosciente, di un generare non con un oscuro e semi-conscio atto della carne, ma col corpo e in pari tempo con lo spirito, dando - in senso letterale - la vita ad un nuovo essere, per il quale, in ordine alla sua funzione invisibile, veniva persino detto, che per sua virtù gli avi saranno confermati nell'immortalità e nella gloria.
Da queste testimonianze, che sono alcune fra le tante che facilmente possono esser raccolte, promana una concezione dell'unità familiare che, come sta di là da ogni mediocrità borghese conformista e moralista e da ogni prevaricazione indvidualistica, in ugual misura sta di là dal sentimentalismo, dalla passionalità e da tutto ciò che è bruto fatto o sociale, o naturalistico. Un fondamento eroico è quello che può dare la più alta giustificazione alla famiglia. Comprendere che l'individualismo non è una forza, ma una rinuncia. Nel sangue, riconoscere una salda base. Articolare e personalizzare questa base con forze di obbedienza e di comando, di dedizione, di affermazione, di tradizione e di solidarietà diremmo persino guerriera e, infine, con forze di intima trasfigurazione. Solo allora la famiglia tornerà ad essere una cosa vivente e possente, cellula prima ed essenziale per quel più alto organismo, che è lo stesso Stato.
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Giangiacomo
di Julius Evola
"Fedeltà Monarchica", anno X, n. 3, aprile 1970
Uno dei pericoli che minacciano le correnti di reazione contro le forze di disordine e di corruzione che stanno devastando la nostra civiltà e la nostra vita sociale, è di andare a finire in forme poco più significanti, se non di addomesticamento borghese. E' stato denunciato più di una volta il carattere di decadenza che il moralismo presenta di fronte ad ogni superiore forma di legge e di vita.
In realtà, affinché un "ordine" abbia valore, esso non deve significare né routine né spersonalizzante meccanicizzazione. Bisogna che esistano delle forze originariamente indomite, le quali conservino in una qualche maniera e misura questa loro natura anche presso la più rigida aderenza ad una disciplina. Solo allora l'ordine è fecondo. Con una immagine, potremmo dire che allora accade come per una miscela esplosiva o espansiva, la quale appunto quando è costretta in uno spazio limitato sviluppa la sua estrema efficacia, mentre nell'illimitato quasi si dissipa. In tal senso Goethe ha potuto parlare di un "limite, che crea" ed ha potuto dire che nel limite si dimostra il Maestro. Occorre poi appena ricordare che nella visione classica della vita l'idea di limite - pèras - si confondeva con quella stessa di perfezione e si poneva come il più alto ideale non solo etico, ma perfino metafisico.
Queste considerazioni potrebbero essere applicate a vari domini. Veniamo qui ad un caso particolare: quello della famiglia.
La famiglia è una istituzione che, erosa dall'individualismo dell'ultima civiltà cosmopolita, minata alle basi dalle premesse stesse del feminismo, dell'americanismo e del sovietismo, si vorrebbe ricostruire. Ma anche qui si pone l'accennata alternativa. Le istituzioni sono come forme rigide nelle quali una sostanza originariamente fluente si è cristallizzata: è questo stato originario che si deve ridestare, quando le possibilità vitali inerenti ad un determinato ciclo dl civiltà appaiono esaurite. Solo una forza che agisca dall'interno, come un significato, può esser creatrice. Ora, a quale significato si deve riferire la famiglia, in nome di che si deve volerla e preservarla?
Il significato usuale, borghese e "perbene" di questa istituzione è noto a tutti, e qui vale meno l'indicarlo, quanto il rilevare che assai scarso sostegno esso potrebbe fornire ai fini di una nuova civiltà. Potrà esser bene tutelarne i residui esistenti, ma è inutile nascondersi, che non è di questo che si tratta, che questo è un "troppo poco". Se si vuole trovare una delle non ultime cause della corruzione e della dissoluzione familiare sopravvenuta nei tempi ultimi, essa può esser indicata appunto nello stato di una società, ove la famiglia si è ridotta a non significare nulla più che questo: convenzione, borghesismo, sentimentalismo, ipocrisia, opportunismo.
Anche qui, solo col riportarsi direttamente e risolutamente non allo ieri, ma alle origini, noi possiamo trovare ciò che veramente ci occorre. E queste origini, a noi dovrebbero essere accessibili. In modo particolare, se la tradizione nostra, romana, della famiglia, è fra quelle che han portato ad espressione il concetto più alto e originario di essa.
Secondo la concezione originaria, la famiglia non è una unità né naturalistica, né sentimentale, ma essenzialmente eroica. E' noto che l'antica denominazione di pater deriva da un termine, che designava il duce, il re. L'unità della famiglia già per questo appariva dunque come quella di un gruppo di esseri virilmente stretti intorno ad un capo, che ai loro occhi appariva rivestito non di un bruto potere, bensì di una maestosa dignità, incutente venerazione e fedeltà. Questo carattere resta senz'altro confermato, se si ricorda che nelle civiltà indoeuropee il pater - oltreché il duce - è colui che in tanto esercitava una potestà assoluta sui suoi, in quanto era in pari tempo assolutamente responsabile per i suoi di fronte ad ogni superiore ordine gerarchico - era anche il sacerdote della sua gens, colui che più di ogni altro la rappresentava di fronte al divino, il custode del fuoco sacro il quale nelle famiglie patrizie era simbolo di una influenza sovrannaturale invisibilmente congiunta al sangue e trasmettentesi con questo stesso sangue. Non molli sentimenti o sociali convenzionalismi, ma qualcosa fra l'eroico e il mistico fondava dunque la solidarietà del gruppo familiare o gentilizio, facendone una sola cosa secondo rapporti di partecipazione e di virile dedizione, pronta ad insorgere compatta contro chi la ledesse o ne offendesse la dignità. Con ragione il De Coulanges. come conclusione dei suoi studi in proposito, ebbe dunque a dire che la famiglia antica era una unità religiosa, prima di esser una unità di natura e di sangue.
Che il matrimonio fosse un sacramento già assai prima del cristianesimo (come p. es. la rituale confarreatio romana), e cosa forse già nota ai lettori. Meno lo è però l'idea, che questo sacramento non valeva come cerimonia convenzionale o formula giuridico-sociale, quanto come una specie di battesimo che trasfigurava e dignificava la donna portandola a partecipare della stessa "anima mistica" della gente del suo sposo. Secondo un rito indoeuropeo, assai espressivo come simbolo, prima che di esso, la donna doveva essere di Agni, il fuoco mistico della casa. Ora, non è diverso il presupposto originario, per cui lo sposo si confondeva col Signore della donna, e si stabiliva quel rapporto, di cui la borghese fedeltà non e che il derivato decadente e depotenziato. L'antica dedizione della donna che tutto dà e nulla chiede è espressione di un eroismo essenziale, assai più mistico o "ascetico", vorremmo dire, che non passionale e sentimentale e, in ogni caso, trasfigurante. All'antico detto:
Non vi è rito o insegnamento speciale per la donna. Che essa veneri il suo sposo come il suo dio, ed essa otterrà la sua stessa sede celeste
fa quasi riscontro, in un'altra tradizione, la concezione secondo la quale la Casa solare dell'immortalità, oltrechè ai guerrieri caduti sul campo di battaglia e ai capi di stirpe divina, era riservata alle donne morte nel dare alla luce un figlio: in ciò essendo considerata un'offerta sacrificale cosi transumanante, quanto quella stessa degli eroi.
Ciò potrebbe già condurre a considerare il significato stesso del generare, se un tale soggetto non dovesse condurci troppo lontano. Ricorderemo solo l'antica formula, secondo la quale il primogenito era considerato come figlio non dell'amore, ma del dovere. E questo dovere era, nuovamente, di carattere sia mistico sia eroico. Non si trattava solo di creare un nuovo rex per il bene e le forze del ceppo, ma anche di dare alla vita chi potesse assolvere quell'impegno misterioso di fronte agli avi e a tutti coloro che fecero grande una famiglia (nel rito romano, spesso ricordati in forma di innumerevoli imagini portate nelle occasioni solenni) di cui il fuoco familiare perenne era l'equivalente simbolico. Per tal via, in non poche tradizioni troviamo formule e riti, i quali ci fan nascere l'idea di una vera e propria generazione cosciente, di un generare non con un oscuro e semi-conscio atto della carne, ma col corpo e in pari tempo con lo spirito, dando - in senso letterale - la vita ad un nuovo essere, per il quale, in ordine alla sua funzione invisibile, veniva persino detto, che per sua virtù gli avi saranno confermati nell'immortalità e nella gloria.
Da queste testimonianze, che sono alcune fra le tante che facilmente possono esser raccolte, promana una concezione dell'unità familiare che, come sta di là da ogni mediocrità borghese conformista e moralista e da ogni prevaricazione indvidualistica, in ugual misura sta di là dal sentimentalismo, dalla passionalità e da tutto ciò che è bruto fatto o sociale, o naturalistico. Un fondamento eroico è quello che può dare la più alta giustificazione alla famiglia. Comprendere che l'individualismo non è una forza, ma una rinuncia. Nel sangue, riconoscere una salda base. Articolare e personalizzare questa base con forze di obbedienza e di comando, di dedizione, di affermazione, di tradizione e di solidarietà diremmo persino guerriera e, infine, con forze di intima trasfigurazione. Solo allora la famiglia tornerà ad essere una cosa vivente e possente, cellula prima ed essenziale per quel più alto organismo, che è lo stesso Stato.
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Giangiacomo
It’s cool enough to change the world
Riporto alcuni passi dello speech tenuto dal mio amico Antonio D. con Cony Manzano all’Università di Notre Dame, Indiana, USA, in data venerdì 27 luglio, in occasione della Graduation Ceremony del Phoenix Institute.
One of the feelings we share is the responsibility of not loosing everything that we received. We have a commitment to God, to the Phoenix Institute and to ourselves, to keep up with everything we learnt.
Indeed we learnt that the western culture is not only about Europe, but there is a common ground of this culture which we share with Palestine, Mexico, Colombia, America, Chile, etc.. but the most important thing we take from this three summers and the Phoenix Institute is the awareness that our country’s future depends on our decision to put in practice everything we absorbed not only in the classroom but in every conversation and of course in every prayer we did to our Lady at the Grotto.
After every class, every dialogue, we must bring things down to earth. The message we want to send to you is that we have a great commitment, to be witness of what the Institute transmitted to us. Overall, if we go back home and forget our promises, our will to change the world, we would have been lying to ourselves and to our friends we met here.
(…)
In the same way, we can assure you that after all we lived; we are not the same persons that began this course three years ago. Dear third year students: now our major task is to be an example to the ongoing phoenix institute students, to the one’s who we are further inviting, but most of all to those persons who will never have the opportunity to come to Notre Dame and live this experience.And this task is nothing compared to the nights spent in front of the computers in the library writing a paper. So there’s no excuse.
It is not easy, we are maybe not going to end with violence, war, corruption, unemployment, political hatred, and so many conflicts that characterize the world we were assigned to endure. But we think it is worth it to give it a try.
(…)
Thank you friends, each one of you whom with we had a personnel encounter, we have no doubt about meeting you again.
see u,
Giangiacomo
One of the feelings we share is the responsibility of not loosing everything that we received. We have a commitment to God, to the Phoenix Institute and to ourselves, to keep up with everything we learnt.
Indeed we learnt that the western culture is not only about Europe, but there is a common ground of this culture which we share with Palestine, Mexico, Colombia, America, Chile, etc.. but the most important thing we take from this three summers and the Phoenix Institute is the awareness that our country’s future depends on our decision to put in practice everything we absorbed not only in the classroom but in every conversation and of course in every prayer we did to our Lady at the Grotto.
After every class, every dialogue, we must bring things down to earth. The message we want to send to you is that we have a great commitment, to be witness of what the Institute transmitted to us. Overall, if we go back home and forget our promises, our will to change the world, we would have been lying to ourselves and to our friends we met here.
(…)
In the same way, we can assure you that after all we lived; we are not the same persons that began this course three years ago. Dear third year students: now our major task is to be an example to the ongoing phoenix institute students, to the one’s who we are further inviting, but most of all to those persons who will never have the opportunity to come to Notre Dame and live this experience.And this task is nothing compared to the nights spent in front of the computers in the library writing a paper. So there’s no excuse.
It is not easy, we are maybe not going to end with violence, war, corruption, unemployment, political hatred, and so many conflicts that characterize the world we were assigned to endure. But we think it is worth it to give it a try.
(…)
Thank you friends, each one of you whom with we had a personnel encounter, we have no doubt about meeting you again.
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Giangiacomo
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