sabato 15 dicembre 2007

Cari civich... la pazienza ha un limite. Ridotto!

I vigili urbani (= civich) non devono scherzare con il fuoco... rischiano di bruciarsi!

Vi racconto una giornata che da taluni può essere considerata sfortunata, ma da altri, da un altro punto di vista, un accanimento che potrebbe portare ad una esasperazione di massa.

Mattina: vado al lavoro e parcheggio la mia auto in una zona di "carico-scarico" di fianco al mio ufficio. torno dopo 5 minuti con scatoloni e pc che dovevo portare da una filiale ad un'altra e...
MULTA di 74 euro!
motivazione: non venivano effettuate operazioni di carico scarico in quanto il veicolo era chiuso.
ora... a Torino, vicino a Porta Palazzo, è difficile che tu tenga una Alfa 159 aperta in mezzo alla strada, anche se ti assenti per qualche minuto.
siete scemi?

Pranzo: vado a pranzo da un amico. Alle 13.10 parcheggio l'auto in un viale ad alto scorrimento. Torno dopo 50 minuti e...
MULTA di 74 euro!
motivazione: una ruota sulla striscia bianca.
ora... a Torino, vicino a Tossic Park, ho cercato di parcheggiare in una zona dove l'auto fosse visibile. Nelle stradine intorno, c'è sempre il rischio ed è noto a tutti che vengano danneggiate e prese d'assalto da ladruncoli e drogati in cerca di pochi spiccioli. per una ruota che non limitava nenche il passaggio. per una ruota in pausa pranzo...
siete orbi??

Pomeriggio (tardi): torno a casa e nella buca delle lettera una simpatica lettera del Comune di Venaria e...
MULTA di 51 euro!
motivazione: superamento di 1 Km l'ora del limite di velocità.
ora... tra Torino e Venaria, dietro allo Stadio Delle Alpi, non puoi chiedere di rispettare i 50 km l'ora uscendo dalla tangenziale.
siete deficienti (nel senso che mancate di intelligenza, occhio clinico, intuizione)???

Questo vissuto, in prima persona, mi spaventa decisamente.

In primis, è davanti agli occhi di tutti che il Governo dei "rossi" taglia ai Comuni e i Comuni (la maggior parte proprio "rossi"), non volendo polemizzare con Roma, cercano di incrementare le entrate dell'erario in altro modo: multe, con motivazioni ridicole!!

In seconda battuta, i vigili sopratutto, non si rendono conto che piccoli escamotage vengono presi solo per una questione di insicurezza (l'auto chiusa a chiave, il parcheggio in zona sicura).

Anzichè pensare a bacchettare piccoli gesti (che non possono essere chiamati di inciviltà), mirino a controllare il territorio di competenze con effettive e utili azioni di POLIZIA urbana.
E' nel nome che portano!

Civich, fate attenzione ad opprimere così il cittadino...
la pazienza non è infinita!

see u,
Giangiacomo

martedì 11 dicembre 2007

Kosovo e il rischio domino

Dove finisce lo spezzettamento della ex-Jugoslavia? Anche se Stati Uniti e la gran parte dell’Unione europea sottolineano il principio dell’autodeterminazione dei popoli, e sono quindi favorevoli all’indipendenza del Kosovo perché la maggioranza dei kosovari la vuole, è una domanda che prima o poi la comunità internazionale dovrà porsi. Divisa quella che era la Jugoslavia in macro-regioni indipendenti, ci si è accorti che ognuna ha al suo interno micro-regioni dove prevalgono minoranze etniche o religiose. Cominciata la corsa verso l’indipendenza, ciascuna aspira a diventare Stato. Così il Kosovo, una provincia di due milioni di abitanti in maggioranza albanesi di religione musulmana – anche perché circa trecentocinquantamila serbi di fede ortodossa sono scappati dopo la guerra del 1999 – aspira a rendersi indipendente dalla Serbia e a diventare il terzo Stato a maggioranza islamica in Europa dopo Albania e Bosnia. Ma il nuovo Stato del Kosovo avrebbe al suo interno una zona, a Nord del fiume Ibar, abitata in prevalenza da serbi, che domanderebbe a sua volta la secessione (così come la chiedono i serbi che vivono nei confini della Bosnia). Altri kosovari – più a Sud – non vogliono l’indipendenza, ma l’unione con l’Albania o con la Macedonia, una richiesta avanzata particolarmente da cristiani che non vogliono vivere in uno Stato musulmano sunnita. Per complicare ancora le cose ci sono kosovari, molti dei quali musulmani, che vivono entro i confini della Macedonia e che aspettano solo l’indipendenza del Kosovo per chiedere la secessione e fondarsi il loro staterello (con capitale Tetovo), che aspirerebbe poi a riunirsi al nuovo Stato kosovaro. Una volta non solo iniziato ma proseguito a oltranza il processo indipendentista non c’è più limite. Quasi ogni entità grande come una nostra provincia potrebbe chiedere l’indipendenza, e acquisirla con una forte identità etnica e religiosa, costringendo alla fuga le minoranze o esponendole a rischi di pulizia etnica.Si comprende come la Russia sia ostile all’operazione, non solo per solidarietà etnica e religiosa con i fratelli ortodossi serbi, ma perché all’interno della Federazione Russa restano entità musulmane come la Cecenia o il Daghestan dove, almeno per ragioni storiche, c’è chi chiede l’indipendenza con motivi più fondati del Kosovo. Ma si preoccupa anche chi nota come nelle moschee del Kosovo cresca l’influenza di imam rigoristi formati in Arabia Saudita, quando non sospettati di legami con il terrorismo. L’applicazione del principio dell’auto-determinazione dei popoli crea sempre problemi complicatissimi, e non ci sono soluzioni facili. E tuttavia da una parte la domanda è lecita: dove ci si ferma nella divisione in staterelli dell’ex Jugoslavia? Dall’altra, conviene consigliare fin da ora a Prodi e D’Alema cautela nel mandare (come sembra vogliano fare) truppe italiane a impantanarsi in Kosovo nell’ennesimo rompicapo balcanico.

see u,
Giangiacomo

domenica 9 dicembre 2007

Quando fa comodo

Opportunisti. Falsi. Ipocristi. Squallidi. Fastidiosi. Monotoni.

Potrei continuare all'infinito elencando gli aggettivi e apposizioni per i "rossi" (si legga post precedente).

Premessa. 10 circoscrizioni su 10 sono amministrate da giunte di centrosinistra (così come è ovvio sia il comune).
Sono sconcertato in relazione a ciò che accade per le strade di Torino.
Manifestazioni natalizie in ogni via, borgo, quartiere, giardino.

Così arrivo alla tesi:
quando fa comodo i "rossi" utilizzano e usano la Chiesa! quando GLI fa comodo!!
Non sopportano il Papa (chi gli ha chiesto che devono ascoltarlo se non lo riconoscono!!), ma quando Benedetto XVI interviene sulla questione ambientale, sottolineano immediatamente l'identità di vedute e quanto sia necessario seguirlo.
Non riconoscono un Dio onnipresente, ma festeggiano Natale: non riuscendo a farsi vedere in altra maniera (amministrando il quartiere), organizzano manifestazioni di piazza, di popolo.

see u,
Giangiacomo

I "rossi"

Ho deciso.
Da oggi in avanti il mio blog utilizzerà il termine "rossi" per definire tutti coloro che votano e sono stati votati nel centrosinistra.

Il motivo principale è che di centro in quello schieramente non c'è niente.
I finti cattolici, i catto-comunisti, cercano di raccogliere qualche voto cattolico, vicino ai valori della famiglia. Ma purtroppo, fintanto che restano nella coalizione comandata dai Ds, saranno inglobati dagli stessi, rimarranno inespressivi e impossibilitati a far emergere il loro pensiero.
L'esempio: il voto della Sen. Binetti, provenienza acli. Vota contro ad un emendamento del ddl sulla sicurezza che riguarda l'omofobia, ma da due anni sostiene a spada tratta inciuci, voti di fiducia e il Governo Prodi.
Giudizio finale: opportunisti, falsi, ipocriti!

In seconda battuta, che ne dicano, il comunismo non è finito. Il fatto di aver proposto Napolitano come capo dello Stato, una finanziaria che può piacere solo ai radicali di sinistra... anche se cercano di mettere nel simbolo un po' di verde, resteranno sempre "ROSSI".

see u,
Giangiacomo

sabato 8 dicembre 2007

Natale siamo noi!

E' on line la versione 2007 di www.natalesiamonoi.it.
Leggi, stampa e porta a scuola il "Promemoria pro presepe": nuove argomentazioni per dire a studenti, insegnanti e dirigenti perchè fare il presepe fa bene alla scuola.

see u,
Giangiacomo

Ehi, laiconi, provate a rispondere al Papa

di Giuliano Ferrara
La lettera enciclica sulla speranza cristiana ha avuto l’effetto di una bomba intelligente e edificante. Ha centrato
l’obiettivo, colpendo l’impalcatura autoreferenziale del razionalismo soggettivista incurante della urgenza di verità e di fede (troppo umana) coltivata dagli uomini, ma con autorevole dolcezza, senza fare vittime.
L’impressione è che partendo di lì, da una discussione adulta e non scontata, non inquinata dal correttismo e cioè dai luoghi comuni sul dialogo, e invece incline a una discussione effettiva, tra moderni secolaristi e moderni cristiani si possa ricostruire qualcosa di sensato.L’enciclica sull’amore poteva essere assimilata dai secolaristi moderni senza troppi drammi e danni, e letta in modo automanipolatorio, perché il radicamento dell’amore nel problema della verità non è autoevidente, anzi. Spesso l’amore, non l’agape cristiana, non l’eros cristiano, ma la cura degli altri e di se stessi come umanitarismo, si confonde con sentimentalismo e bontà delle intenzioni, con il nutrimento del desiderio e l’affermazione di un mondo di diritti che si autogiustificano nel diritto al benessere. Ma con la speranza non si scherza. Come notava Péguy (il Foglio, venerdì 30 novembre), è una virtù bambina che trascina tutte le altre in una spirale teologale che è anche il culmine assoluto della filosofia, della vera filosofia viandante con tanto di bastone, e in un certo senso della vera religione, della vera fede, della nostra identità culturale radicale in quanto credenti o non credenti che appartengono al cristianesimo o ne dispongono come di un tesoro nascosto.Ai primi vespri del tempo di Avvento, Benedetto XVI, citando il nullismo dell’ideologia pagana contemporanea, ha detto, presentando l’anno liturgico e l’enciclica: “Tutto perde di ‘spessore’. E’ come se venisse a mancare la dimensione della profondità ed ogni cosa si appiattisse, privata del
suo rilievo simbolico, della sua ‘sporgenza’ rispetto alla mera materialità”. A questa critica schiettamente filosofica, in cui la parola “sporgenza” spiega tutto quel che c’è da spiegare in termini di ragione e dall’interno della storia, Benedetto aggiunge quel che è suo, e che è cardinale nella funzione apostolica e nella libera fede della chiesa, cioè Dio: “L’uomo è l’unica creatura libera di dire di sì o di no all’eternità, cioè a Dio. L’essere umano può spegnere in se stesso la speranza eliminando Dio dalla propria vita”. Programma troppo ambizioso e destinato al fallimento nella libertà, aggiunge il Papa, perché “all’umanità che non ha più tempo per Lui, Dio offre altro tempo”, il tempo liturgico dell’Avvento, e continua a rivelarsi” (attenzione! ndr) e a farlo “mediante la Parola e i Sacramenti”, “mediante la Chiesa” che “vuole parlare all’umanità e salvare gli uomini di oggi”, attraverso “questa luce che promana dal futuro di Dio” e che “si è già manifestata nella pienezza dei tempi”
con l’avvenimento del Cristo morto e risorto. Coloro che si sentono investiti da queste parole, da questa Parola, come da una minacciosa tempesta di vento in mare aperto, non hanno da preoccuparsi né da intristirsi, devono semplicemente rispettare le premesse laiche e secolariste della loro fede nell’immanenza, nell’autonomia dell’uomo e della storia, e domandarsi che cosa Benedetto abbia voluto dire, che cosa significhino per loro le sue parole su questa sostanza delle cose che si sperano e su questa prova di quelle che non si vedono che è la
fede cristiana; domandarsi che cosa ha detto il Papa e quanto possa essere significativo, non che cosa avrebbero voluto sentirsi dire nella forma rassicurante di un compromesso o dialogo all’insegna dello scambio tra una modernità furbamente accolta e un’intemporalità, un’inattualità, un’eternità che giudica rinunciando a se stessa (è questa la pretesa che avanza con garbo Orlando Franceschelli, che conosco come storico intelligente e militante del darwinismo e pubblicista laico sufficientemente attrezzato, anche più di Scalfari, per leggere una lettera enciclica di argomento teologico, il Riformista martedì 4 dicembre). Se l’ufficio della chiesa, sempre avida di riforme e aggiornamenti, è pur sempre “evangelizzare la storia dall’interno”, senza appartenerle interamente, e non piuttosto farsi convertire per inerzia dalle religioni immanentiste, ciò che mi sembra non solo vero da duemila anni compresi gli anni del Concilio Vaticano II, ma anche ragionevole e utile al mondo, compreso il mondo moderno e in specie esso, allora nasce o rinasce la responsabilità dello spirito secolare: pensare, pensare se stesso, i propri approdi, le proprie certezze e incertezze, la propria idea di speranza, anzi la propria fede- speranza come sostanza, substantia, radicamento in ciò che si è più che opinione su ciò che si è. In molti si domandano molte cose, e dialogano. Il pensiero cristiano, che da sempre è coscienza razionale del mondo e coscienza credente nel sopramondo incarnato, nel “plusvalore” del cielo (come scrive Benedetto), nell’àncora lanciata in tempesta verso il trono di Dio, nella stretta di mano del Padre e nella sua fedeltà, si permette il lusso di offrire risposte. Criticarlo e respingerlo è possibile, ovviamente, ma non più, nel tempo che viviamo, in nome dell’affettazione del dubbio, ponendo mere questioni di metodo. Il libro di Sofri, che sto leggendo, gira intorno al problema della risposta, intanto su chi è il mio prossimo, poi si vede, e gira con efficacia e costrutto senza naturalmente trovarla. D’Alema, parlando con gli studenti, fa il suo giretto. E Bertinotti il suo aggraziato passo di danza, presentando un libro su Giovanni Paolo II. Abbiamo passato l’estate a chiedere appunti per il dopo, e cioè: che cosa sperate? Torniamo a farlo. Io speriamo che me la cavo è una risposta tenera, terrestre e non necessariamente pedestre, ma palesemente insufficiente. La storia e lo spirito assoluto del reale razionale hanno
smesso di parlarci, con il Novecento e oltre. Questo mutismo dei tempi la chiesa lo registra e contrattacca. Un argomento, per cortesia, che parli di una qualche sostanza inattaccabile dalla fede e sia prova di cose che si vedono. Provate a vedere se vi riesca. Grazie.

see u,
Giangiacomo

"Outlet Italia"

L'ultimo libro di Aldo Cazzullo (Il Corriere della Sera) racconta «lo svuotamento delle piazze italiane, dei cinema, delle chiese e degli stadi, in favore del vero luogo dove oggi ferve la vita sociale: l'outlet». Lui è Aldo Cazzullo, uno degli inviati di punta del Corriere della Sera, e il libro s'intitola, appunto, «Outlet Italia». «La parola "outlet" - spiega - indica un mondo parallelo dove isolarsi da quello vero. E' simbolo della svendita, non solo di beni ma di valori; perché nell'"Outlet Italia" tutto diventa merce, comprese le relazioni tra le persone». Un viaggio attraverso le metropoli e le province del nostro paese, raccontando storie e personaggi della vita pubblica italiana da cui emergono «i punti di forza e di crisi di una nazione che cambia». Ritratti che spaziano da Walter Veltroni e Silvio Berlusconi, ad Aldo Montano e Costantino Vitagliano, passando attraverso Francesco Totti e don Gelmini. Episodi e fatti che dipingono i luoghi degli incontri e del divertimento di massa, come l'outlet di Serravalle Scrivia (il più grande d'Italia), il carnevale di Viareggio, la città di Alba, con il suo turismo gastronomico, e il Festival di Sanremo.

see u,
Giangiacomo