sabato 8 dicembre 2007
"Outlet Italia"
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martedì 4 dicembre 2007
L'assenteismo nella PA incide di 1 punto sul nostro PIL
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domenica 2 dicembre 2007
Riaffermare la centralità della politica
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Cosa significa la bellissima enciclica di Benedetto XVI sulla speranza
Antonio Socci, "Libero" 1 dicembre 2007
Una bomba. E' la nuova enciclica di Benedetto XVI, "Spesalvi" dove non c'è neanche una citazione del Concilio (scelta di enorme significato), dove finalmente si torna a parlare dell'Inferno,del Paradiso e del Purgatorio (perfino dell'Anticristo, sia pure in una citazione di Kant), dove si chiamano gli orrori col loro nome (pere sempio "comunismo", parola che al Concilio fu proibito pronunciare econdannare), dove invece di ammiccare ai potenti di questo
mondo siriporta la struggente testimonianza dei martiri cristiani, le vittime, dove si spazza via la retorica delle "religioni" affermando che uno solo è il Salvatore, dove si indica Maria come "stella di speranza" e dove si mostra che la fiducia cieca nel (solo) progresso e nella (sola) scienza porta al disastro e alla disperazione. Benedetto XVI, del Concilio, non cita neanche la "Gaudium et spes",che pure aveva nel titolo la parola "speranza", ma spazza via proprio l'equivoco disastrosamente introdotto nel mondo cattolico da questa che fu la principale costituzione conciliare, "La Chiesa nel mondocontemporaneo". Il Papa invita infatti, al n. 22, a "un'autocritica del cristianesimo moderno". Specialmente sul concetto di "progresso". Per dirla con Charles Péguy, "il cristianesimo non è la religione delprogresso, ma della salvezza". Non che il "progresso" sia cosanegativa, tutt'altro e moltissimo esso deve al cristianesimo comedimostrano anche libri recenti (penso a quelli di Rodney Stark, "Lavittoria della Ragione" e di Thomas Woods, "Come la Chiesa Cattolicaha costruito la civiltà occidentale"). Il problema è l' "ideologia delprogresso", la sua trasformazione in utopia. Il guaio grave della "Gaudium et spes" e del Concilio fu quello dimutare la virtù teologale della "speranza" nella nozione mondanizzatadi "ottimismo". Due cose radicalmente antitetiche, perché, comescriveva Ratzinger, da cardinale, nel libro "Guardare
Cristo": "loscopo dell'ottimismo è l'utopia", mentre la speranza è "un dono che ciè già stato dato e che attendiamo da colui che solo può davveroregalare: da quel Dio che ha già costruito la sua tenda nella storiacon Gesù". Nella Chiesa del post-Concilio l' "ottimismo" divenne un obbligo e unnuovo superdogma. Il peggior peccato diventò quello di "pessimismo". Adare il là fu anche l'
"ingenuo" discorso di apertura del Conciliofatto da Giovanni XXIII, il quale, nel secolo del più grande macellodi cristiani della storia, vedeva rosa e se la prendeva con icosiddetti "profeti di sventura": "Nelle attuali condizioni dellasocietà umana" disse "essi non sono capaci di vedere altro che rovinee guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con isecoli passati,
risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al puntodi comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia… ANoi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti disventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo". Roncalli fu ritenuto, dall'apologertica progressista, depositario diun vero "spirito profetico", cosa che si negò – per esempio – allaMadonna di Fatima la quale invece, nel 1917, metteva in guardia da orribili sciagure, annunciando la gravità del momento e il pericolomortale rappresentato dal comunismo in arrivo (dopo tre mesi) inRussia. Si verificò infatti un oceano di orrore e di sangue. Ma 40anni dopo, nel 1962, allegramente – mentre il Vaticano assicurava Mosca che al Concilio non sarebbe stato condannato esplicitamente ilcomunismo e mentre si "condannavano" a mille
vessazioni santi comepadre Pio – Giovanni XXIII annunciò pubblicamente che la Chiesa del Concilio preferiva evitare "condanne" perché anche se "non mancano dottrine fallaci… ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensia condannarli". E infatti di lì a poco si ebbe il massimo dell'espansione comunista nel mondo, non solo con regimi che andavano da Trieste alla Cina e
poiCuba e l'Indocina, ma con l'esplosione del '68 nei Paesi occidentali che per decenni furono devastati dalle ideologie dell'odio. Pochi annidopo la fine del Concilio Paolo VI tirava il tragico bilancio, per laChiesa, del "profetico" ottimismo roncalliano e conciliare: "Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole perla storia della Chiesa. È venuta invece una
giornata di nuvole, ditempesta, di buio, di ricerca, di incertezza…L'apertura al mondo èdiventata una vera e propria invasione del pensiero secolare nellaChiesa. Siamo stati forse troppo deboli e imprudenti", "la Chiesa è inun difficile periodo di autodemolizione", "da qualche parte il fumo diSatana è entrato nel tempio di Dio". Per questa leale ammissione, lo stesso Paolo VI fu isolato
come"pessimista" dall'establishment clericale per il quale la religionedell'ottimismo "faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione"(oltre a far dimenticare l'enormità dei pericoli che gravanosull'umanità e dogmi quali il peccato originale e l'esistenza diSatana e dell'inferno). Ratzinger, nel libro citato, ha parole di fuoco contro questa sostituzione della "speranza" con l' "ottimismo". Dice che "questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa, con il mantello dicopertura della riforma", "il pubblico ottimismo era una specie ditranquillante… allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa e acquisire così dominio su di essa". Ratzinger faceva anche un esempio personale. Quando esplose il casodel suo libro intervista con Vittorio Messori, "Rapporto sulla fede",dove si illustrava a chiare note la situazione della Chiesa e delmondo, fu accusato di aver fatto "un libro pessimistico. Da qualche parte" scriveva il cardinale "si tentò perfino di vietarne la vendita, perché un'eresia di quest'ordine di grandezza semplicemente non potevaessere tollerata. I detentori del potere d'opinione misero il libroall'indice. La nuova inquisizione fece sentire la sua forza. Vennedimostrato ancora una volta che non esiste peccato peggiore contro lospirito dell'epoca che il diventare rei di una mancanza di ottimismo". Oggi Benedetto XVI, con questa enciclica dal pensiero potente (che valorizza per esempio i "francofortesi"), finalmente mette in soffitta il burroso "ottimismo" roncalliano e conciliare, quell'ideologismofacilone e conformista che ha fatto inginocchiare la Chiesa davanti almondo e l'ha consegnata a una delle più tremende crisi della suastoria. Così la critica implicita non va più solo al post concilio,alle "cattive interpretazioni" del Concilio, ma anche ad alcuneimpostazioni del Concilio. Del resto già un teologo del Concilio comefu Henri De Lubac (peraltro citato nell'enciclica) scriveva aproposito della Gaudium et spes: "si parla ancora di oncezionecristiana', ma ben poco di fede cristiana. Tutta una corrente, nelmomento attuale, cerca di agganciare la Chiesa, per mezzo delConcilio, a una piccola mondanizzazione". E persino Karl Rahner disseche lo "schema 13", che sarebbe divenuto la Gaudium et spes, "riducevala portata soprannaturale del cristianesimo". Addirittura Rahner !Ratzinger visse il Concilio: è l'autore del discorso con cui il cardinale Frings demolì il vecchio S. Uffizio che non pochi danniaveva fatto. E oggi il pontificato di Benedetto XVI si staqualificando come la chiusura della stagione buia che, facendo tesoro delle cose buone del Concilio, ci ridona la bellezza bimillenaria della tradizione della Chiesa. Non a caso nell'enciclica non è citato il Concilio, ma ci sono S. Paolo e Gregorio Nazianzeno, S. Agostino e S. Ambrogio, S. Tommaso e S. Bernardo. Un'enciclica bella, bellissima. Anche
poetica, che parla al cuore dell'uomo, alla sua solitudine e ai suoi desideri più profondi. E' consigliabile leggerla e meditarla attentamente.
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sabato 1 dicembre 2007
La tentazione della cittadinanza troppo facile
La riforma prevede infatti la possibilità di diventare cittadini italiani dopo cinque anni di residenza per gli extracomunitari e tre anni per i comunitari (dunque, tra l’altro, per centinaia di migliaia di romeni, rom compresi), senza nessuna soglia di reddito. I minori che hanno frequentato un corso di studio (per esempio, le elementari) potrebbero diventare immediatamente cittadini. E si ventila anche la possibilità di considerare subito cittadini i nati in Italia da genitori non italiani, rovesciando la nostra tradizionale impostazione che privilegia lo ius sanguinis (cioè la nazionalità dei genitori) sullo ius soli (il luogo di nascita). Una vera rivoluzione, dal momento che oggi la naturalizzazione si acquisisce solo dopo dieci anni di residenza in Italia (sei mesi se si è sposato un coniuge italiano), e alla condizione dell’assenza di precedenti penali.
La legge proposta dal governo Prodi – che il centrosinistra minaccia di fare approvare nei prossimi mesi – anzitutto costerebbe, secondo il Ministero dell’Interno, quarantotto milioni di euro per l’impalcatura burocratica destinata ai nuovi cittadini e per le indennità di accompagnamento che spetterebbe ai neo-cittadini con familiari invalidi (veri o fasulli). I nuovi cittadini sarebbero subito circa un milione (in maggioranza romeni, marocchini e albanesi). In dieci anni, combinando le norme sulla cittadinanza con le facilitazioni all’immigrazione del pacchetto Amato-Ferrero, potrebbero essere cinque milioni. È vero che molti sarebbero minorenni, ma quando tutti costoro fossero diventati maggiorenni si tratterebbe del 13% degli elettori. È sognando questo tesoretto elettorale che la sinistra ha lanciato lo slogan “tutti cittadini”.Uno slogan irrealistico e anti-europeo. La proposta degli italiani di Rifondazione Comunista di elevare i cinque anni di residenza a criterio per la cittadinanza nell’intera Unione Europea è stata sonoramente bocciata a Bruxelles. Altrove si pensa semmai a criteri più restrittivi, a norme contro i matrimoni fasulli, a soglie di reddito e d’istruzione cui collegare la cittadinanza. Il fiume in piena di nuovi cittadini travolgerebbe infatti qualunque politica di sicurezza e sociale.
Voterebbero tutti per il Partito Democratico o per la Cosa Rossa? Qui si apre un importante discorso politico. Il centrodestra deve, certo, sensibilizzare gli italiani sulla gravissima sciagura – di cui si parla meno di altre – che la riforma della cittadinanza fa incombere come una spada di Damocle sul futuro della nazione. Ma, nello stesso tempo, dovrà prendere atto che molti immigrati – speriamo dopo dieci anni e severi controlli, non dopo cinque o tre – alla fine diventeranno cittadini ed elettori. E pensare per tempo – come hanno fatto i conservatori canadesi e Sarkozy in Francia – ad entrare in contatto con chi, in questo nuovo elettorato, è venuto in Italia per lavorare e non per delinquere, e magari condivide i valori del centrodestra. In Canada, per esempio, i conservatori sono tornati al potere nel 2006 dopo sedici anni di governi socialisti grazie al massiccio sostegno di immigrati, anche musulmani, contrari al matrimonio fra omosessuali introdotto dai socialisti. Sarkozy ha potuto contare sull’anticomunismo dei nuovi cittadini venuti dall’Europa dell’Est e sul richiamo ai valori morali e all’ordine pubblico che è condiviso anche da tanti immigrati. Ne è un simbolo il nuovo ministro della Giustizia Rachida Dati, seconda tra undici figli di un muratore marocchino, che ha iniziato la sua ascesa sociale grazie a una borsa di studio che ha permesso a lei, musulmana, di studiare in una scuola privata cattolica. Il centrodestra non deve dare per scontato che i futuri cittadini di origine romena vogliano votare per chi a suo tempo inneggiava al comunismo e a Ceausescu. Né che i musulmani voteranno i sostenitori delle unioni omosessuali o dell’eutanasia. Ma a questo nuovo elettorato certe cose bisognerà spiegarle.
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La moschea di Bologna e quella legge del 1948
see u,All'inizio degli anni Sessanta un quotidiano nazionale pubblicò, per non incorrere nell'ingiunzione di un magistrato, la rettifica di un detenuto realmente rinchiuso nel carcere di San Vittore, in cui negava di essere mai stato arrestato e denunciava che, a suo avviso, l'aver scritto che si trovasse incarcerato rappresentava un fatto lesivo della sua onorabilità. A calce della rettifica palesemente infondata che negava l'evidenza del fatto, il quotidiano specificò: «Prendiamo atto che la lettera proviene dal carcere di San Vittore». Questo può accadere in Italia perché la legge n. 47 dell'8-2-1948 prescrive che «il direttore è tenuto a fare inserire gratuitamente nel quotidiano le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità». Cioè è sufficiente che siano «ritenuti lesivi» anche se sulla base del più assoluto arbitrio, non che lo siano effettivamente sulla base di prove inconfutabili, per obbligare il giornale a pubblicare la rettifica entro due giorni. Trascorso questo termine «l'autore della richiesta di rettifica (…) può chiedere al pretore, ai sensi dell'articolo 700 del codice di procedura civile, che sia ordinata la pubblicazione». Ed è così che la nostra stampa finisce per diventare il ricettacolo di scritti che dicono tutto e il contrario di tutto, che mettono sullo stesso piano e attribuiscono pari valore al vero e al falso. Ebbene corrisponde allo stesso atteggiamento arbitrario e menzognero, fondato sulla mistificazione e negazione della realtà, la lunga lettera dell'Ucoii, a
firma del suo presidente Mohamed Nour Dachan, pubblicata dal Corriere il 9 novembre scorso. In essa si negano con la massima spregiudicatezza quattro fatti manifesti e documentati: 1) che l'Ucoii sia la controparte del Comune di Bologna nell'assegnazione di una mega-moschea; 2) il legame ideologico, religioso e giuridico dell'Ucoii con i Fratelli Musulmani e con l'apologeta del terrorismo islamico Youssef Qaradawi; 3) la predicazione d'odio, di violenza e di morte dell'Ucoii contro Israele e legittimante il terrorismo palestinese di Hamas; 4) la sospensione della Consulta per l'islam d'Italia proprio a causa delle posizioni inaccettabili dell'Ucoii su Israele e sull'intesa con lo Stato. Da parte dell'Ucoii tutto ciò avviene all'insegna della taqiya, la dissimulazione, eretta a precetto di fede per imporre il proprio potere teocratico e assolutista, così come ammesso nella versione italiana del Corano a cura dell'Ucoii a commento dei versetti 105-106 della sura XVI. Basti considerare, per quanto concerne la dissimulazione e negazione della realtà sul progetto della mega-moschea di Bologna, come ha rilevato anche Marco Guidi sul Resto del Carlino del 12 novembre, che: 1) il terreno di via Felsina, oggetto di permuta con il terreno della futura mega-moschea, appartiene all'Ente gestione beni islamici, ovvero Al Waqf Al Islami, organizzazione dell'Ucoii (http://www.islam-ucoii.it/ vedi alla sezione «Chi siamo»); 2) il Centro di cultura islamica di Bologna diretto da Radwan Altoungi, futuro gestore della moschea, è associato all'Ucoii, come dichiarato sia nello Statuto di questa associazione, sia nel sito www.corano.it/menu_sx.html; 3) in un documento ufficiale del Comune di Bologna del 18 ottobre 2007 www.comune.bologna.it/partecipazione/culto-islamico.php si afferma che «l'organizzazione nazionale alla quale è affiliato il Centro (di cultura islamica di Bologna, ndr) è l'Ucoii». Lancio dunque un accorato appello al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, quale massimo garante della Costituzione, al governo e al Parlamento tutori dell'interesse nazionale, affinché intervengano subito e con determinazione per abrogare quest'incivile e insana norma penale che dà facoltà a un pretore di imporre a un giornale di pubblicare delle menzogne, senza alcuna verifica giudiziaria della loro fondatezza e veridicità. Proprio questo relativismo cognitivo ed etico è il male diffuso che alimenta in seno alla nostra società la perdita della certezza nella verità che si radica nei fatti e il venir sempre meno della fiducia nelle istituzioni rappresentative dello stato di diritto e della democrazia.
Giangiacomo
Parole in libertà da sinistra e dintorni...
On. Francesco Caruso, Prc, annunciando il voto di fiducia sul welfare
Agenzia ADNKRONOS del 28 novembre 2007
... povera Italia !!!
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