domenica 11 novembre 2007
Se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio
Non è innanzitutto quella politica e neppure quella economica - a cui tutti, dalla destra alla sinistra, legano la possibilità di “ripresa” del Paese -, ma qualcosa da cui dipendono anche la politica e l’economia. Si chiama “educazione”. Riguarda ciascuno di noi, ad ogni età, perché attraverso l’educazione si costruiscela persona, e quindi la società. Non è solo un problema di istruzione o di avviamento al lavoro. Sta accadendo una cosa che non era mai accaduta prima: è in crisi la capacità di una generazione di adulti di educare i propri figli. Per anni dai nuovi pulpiti - scuole e università, giornali e televisioni - si è predicato che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere. È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se la verità non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta. È stata negata la realtà, la speranza di un significato positivo della vita, e per questo rischia di crescere una generazione di ragazzi che si sentono orfani, senza padri e senza maestri, costretti a camminare come sulle sabbie mobili, bloccati di fronte alla vita, annoiati e a volte violenti, comunque in balia delle mode e del potere. Ma la loro noia è figlia della nostra, la loro incertezza è figlia di una cultura che ha sistematicamente demolito le condizioni e i luoghi stessi dell’educazione: la famiglia, la scuola, la Chiesa. Educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile e necessario, ed è una responsabilità di tutti. Occorrono maestri, e ce ne sono, che consegnino questa tradizione alla libertà dei ragazzi, che li accompagnino in una verifica piena di ragioni, che insegnino loro a stimare ed amare se stessi e le cose. Perché l’educazione comporta un rischio ed è sempre un rapporto tra due libertà. È la strada sintetizzata in un libro cruciale, nato dall’intelligenza e dall’esperienza educativa di don Luigi Giussani: Il rischio educativo. Tutti parlano di capitale umano e di educazione, ci sembra fondamentale farlo a partire da una risposta concreta, praticata, possibile, viva. Non è solo una questione di scuola o di addetti ai lavori: lanciamo un appello a tutti, a chiunque abbia a cuore il bene del nostro popolo. Ne va del nostro futuro.
Per info: www.appelloeducazione.it
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Giangiacomo
Spagna: cronache da una battaglia in corso
di Ignacio Santa María
Durante la primavera del 2006 fu approvato il grande progetto educativo del governo socialista di José Luis Zapatero: la Legge Organica di Educazione (Loe). La principale novità che comportava era la comparsa di una nuova materia obbligatoria chiamata Educación para la Ciudadanía (EpC,Educazione alla cittadinanza). Era stata proposta da persone che non avevano mai nascosto il loro obiettivo: la formazione dei valori morali degli studenti. Fino a quel momento nella scuola, tanto in quella pubblica quanto in quella di iniziativa civile, avevano convissuto la Religione e l’Etica come materie facoltative. Il nuovo sistema, in pratica, comportava una riduzione delle ore di insegnamento religioso e l’introduzione in tutte le classi primarie e secondarie della materia obbligatoria da poco istituita.Gli iniziali timori di molti genitori e docenti sono stati presto confermati dalla pubblicazione dei reali decreti che ponevano le basi del nuovo insegnamento, con il quale lo Stato si è appropriato di un ruolo che non gli spetta: quello di soggetto educatore e formatore delle coscienze. Inoltre, ciò avviene per mezzo di un repertorio per nulla neutrale, volendo imporre una visione ridotta dell’uomo, partendo da presupposti come il relativismo culturale, il laicismo o l’ideologia del “genere”.Soltanto pochi mesi prima dell’approvazione della legge, il 12 novembre 2005, nelle strade di Madrid si protestava contro i piani educativi del governo e contro la materia al centro della polemica. Tra la sorpresa generale, una piattaforma creata ad hoc da varie organizzazioni di genitori e insegnanti era riuscita a riunire un milione di persone nel centro della capitale per chiedere che il progetto fosse ritirato.In questo contesto alcune persone di Cl, ognuno nel suo ambiente e a titolo personale, hanno cominciato a prendere l’iniziativa. Dapprima molto semplicemente, stabilendo un dibattito nel proprio ambiente di lavoro. Diversi professori, ad esempio, non soddisfatti delle interpretazioni e delle risposte ottenute, si sono messi a studiare direttamente i testi dei decreti, cercando altri amici o colleghi e scambiandosi articoli e commenti per e-mail.L’inquietudine iniziale si stava trasformando in interesse concreto: da peso aggiunto alla propria vita, la nuova materia è diventata piuttosto un’occasione di giudizio personale e di lavoro comune.Così, ad esempio, nella scuola John Henry Newman di Madrid si sono organizzate riunioni partendo dalla lettura de Il rischio educativo. Il direttore, Juan Ramón de la Serna, spiega che il libro di don Giussani apre un «orizzonte che permette di abbordare adeguatamente tutte le preoccupazioni educative, tanto quelle personali come quelle della scuola o le sfide politiche e sociali come l’Educazione alla cittadinanza».
Prime manifestazioni pubbliche
Questo lavoro è sfociato in un incontro pubblico, organizzato in collaborazione con i genitori, la parrocchia e altre realtà educative del quartiere, per rispondere alle molteplici richieste di un giudizio chiaro sul caso concreto. All’inizio del corso, Ana Llano, docente di Diritto all’Università Computense, ne discusse con una collega di Diritto processuale, Maite Padura, che esprimeva tutta la sua preoccupazione per la nuova materia. Decisero insieme di occuparsene e di parlarne con altri amici. Organizzarono così due incontri nella Facoltà di Diritto, a cui invitarono importanti personalità dell’ambiente politico e giuridico.Nel frattempo l’Associazione culturale Charles Péguy, preparava un seminario sullo stesso argomento con alcune tra le personalità più significative della battaglia culturale sulla nuova materia, tra cui Ignacio Carbajosa, docente della Facoltà di Teologia di San Dámaso, intervenuto sui “Presupposti antropologici e culturali dell’Educazione alla cittadinanza”. Una posizione creativa che, partendo da una provocazione concreta, cerca di approfondire la concezione dell’uomo e della società che la muove, non poteva altro che esser salutare per tutti. Perfino per la Conferenza episcopale, che ha deciso di distribuire il testo a tutti i vescovi.
Tendere a un giudizio comune
Contemporaneamente i vescovi spagnoli, molto attivi nel rifiutare la nuova materia, definivano la loro posizione in una nota e in seguito in una dichiarazione, due documenti che hanno offerto una indicazione chiara e la possibilità di un dialogo diretto sempre animato dalla tensione verso l’unità ecclesiale.Da parte loro, altre comunità di Cl in varie zone della Spagna hanno organizzato incontri a proposito dell’introduzione della EpC.Anche se le iniziative e i dibattiti si moltiplicavano, si avvertiva comunque che mancava ancora qualcosa. Tanti contributi non erano ancora espressione di un giudizio comune. «Volevamo formulare un giudizio comune più chiaro - ricorda Ana Llano - che offrisse pubblicamente il nostro contributo all’emergenza educativa attuale. Per questo ci siamo messi a lavorare insieme».Un gruppo di professori, docenti universitari ed esponenti del mondo politico e sociale sono stati la genesi del secondo manifesto della piattaforma Tiempo de educar presentato all’inizio dell’anno scolastico con un titolo provocatorio: “Il miglior modo di difendere la libertà è esercitarla”.Mari Carmen Carrón e Soledad de las Hazas, due insegnanti, da circa due anni stanno affrontando i contenuti concreti della materia e il problema dei nuovi libri di testo.Così commenta Soledad: «Questo dibattito mi ha messo a confronto con posizioni diverse, a partire dalla mia esperienza e arrivando a un giudizio comune con altre persone di formazione culturale diversa dalla mia, ma interessate al problema educativo. Leggendo la normativa, le dichiarazioni dei sostenitori della materia, quello che dicevano le associazioni a essa contrarie, osservando l’atteggiamento delle scuole… Tutto mi ha spinto a confrontare la mia esperienza con la proposta altrui e a imparare un sano realismo che tenga conto di tutti i fattori in gioco. È uno dei vantaggi di un giudizio comune».
Un volto che introduca una novità
Molto prima delle leggi di Zapatero era già evidente l’“emergenza educativa” nella società spagnola: il relativismo, la rinuncia di molti genitori a educare, l’annullamento del desiderio degli allievi, la noia, erano già sotto gli occhi di tutti. Comunque, è chiaro che non c’è niente che possa impedire una libertà in azione e una responsabilità che si gioca in prima persona, soprattutto là dove esistono esperienze educative vere, e quindi irriducibili. Per questo, in mezzo a una battaglia a volte dura e aspra, la gente cerca un volto che introduca una novità, un volto che si incarna in luoghi, opere, relazioni e persone che si mettono a disposizione di tutti.
Il manifesto di Tiempo de educar vuol dire a tutti che in ogni situazione è possibile costruire e creare opere che «educhino il cittadino» alla sua irrinunciabile libertà.
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Giangiacomo
sabato 10 novembre 2007
Il Papa non è buonista. L’accoglienza non prescinde dalla sicurezza
Parole, come si vede, molto chiare. Anzitutto, è impossibile impostare con serietà la questione dell’immigrazione se si rimane nell’angusto orizzonte del relativismo, secondo cui ogni popolo ha i “suoi” valori e non esistono valori universali e assoluti. Così, per esempio, il matrimonio monogamico sarebbe un valore attestato e vissuto da secoli in Occidente ma non si potrebbe, senza essere razzisti o imperialisti, imporlo a popoli che da secoli praticano la poligamia. E anche l’atteggiamento dei nomadi Rom sul rapporto con il territorio e la proprietà privata (altrui) avrebbe lo stesso intrinseco valore dei principi di legalità maturati dalla nostra cultura. Non è così. Tutto il magistero di Benedetto XVI insegna che un’autentica “civiltà morale” si costruisce intorno a un tessuto di valori che non sono propri di questo o di quel popolo, ma di “ogni popolo”. Principi come non uccidere, non rubare, non spacciare droga, rispettare il lavoro e la famiglia non sono europei o asiatici, italiani o balcanici, cristiani o buddhisti o atei: sono principi universali, che s’impongono a ogni persona umana in quanto persona. La Chiesa stessa non li indica come valori che deduce dal Vangelo: come Benedetto XVI ha ricordato tante volte, i valori universali possono essere riconosciuti dalla ragione a prescindere da ogni esperienza di fede, e dunque vincolano anche chi ha una religione diversa da quella storicamente maggioritaria in Italia o non ne ha nessuna, senza che questo vincolo costituisca un’oppressione delle minoranze o un’ingerenza della Chiesa nella vita sociale.
Dai valori universali che la ragione è capace di riconoscere discendono “diritti e doveri”. La “vera convivenza” non si può costruire sulla sola rivendicazione dei diritti. Occorre anche che le persone di cultura, lingua, abitudini e provenienza diversa che la globalizzazione porta a convivere sullo stesso territorio si riconoscano pure negli stessi doveri. Diversamente, la convivenza è sostituita dalla violenza e dallo scontro di tutti contro tutti.
Certamente sia nel patrimonio spirituale della Chiesa cattolica sia nell’ethos nazionale italiano è forte il senso dell’accoglienza del più povero e del più debole. Ma lo Stato non può orientare la sua politica dell’immigrazione al solo principio di accoglienza, e infatti Benedetto XVI menziona insieme “sicurezza e accoglienza”. Buonista è chi parla solo di accoglienza dimenticando la sicurezza, solo di diritti dimenticando i doveri, solo di minoranze dimenticando che esistono anche i diritti delle maggioranze, primo fra tutti quello a una vita sicura e a uno Stato che ci sappia proteggere dalla violenza quotidiana. Né sono sufficienti le belle parole. Il Papa ricorda che spetta a “chi è preposto”, cioè allo Stato, “fare uso dei mezzi adatti” perché anche la sicurezza, e non solo l’accoglienza, sia garantita. Mezzi adatti significa politica dell’immigrazione seria e non velleitaria e pasticciona come è purtroppo quella del governo Prodi, ma anche tribunali che funzionino e giudici che condannino. Il buonismo – anche di certi cattolici dalla lacrimuccia facile – è forse buono con il prepotente e il violento, ma è certamente cattivo con chi della prepotenza e della violenza è quotidianamente vittima.
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Giangiacomo
mercoledì 7 novembre 2007
Islamabad e il nuovo grande gioco del Cremlino
La proclamazione dello stato di emergenza da parte di Musharraf è stata preceduta, nel giro di un paio di mesi, da una serie di visite ufficiali di ministri russi, dall’annuncio della Gazprom di un investimento di quasi tre miliardi di dollari per la tratta pakistana del gasdotto Iran-India, e da una presa di posizione russa favorevole al passaggio del Pakistan da invitato a membro a pieno titolo della SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, una sorta di NATO dell’Asia Centrale. Molti pensano in Pakistan che la mossa di Musharraf sia stata concordata con l’ex nemico Putin. L’Europa pensa spesso ai conflitti in Asia come a un teatro della nuova guerra mondiale fra l’Occidente e l’ultra-fondamentalismo islamico. È certamente così, ma dopo il crollo dell’impero sovietico la partita fra mondo libero e comunismo non è stata semplicemente sostituita da un altro gioco a due, in cui l’islam radicale ha sostituito il comunismo come avversario dell’Occidente. I giocatori sono più di due, e l’Asia lo dimostra. Nell’Ottocento Inghilterra e Russia zarista si sfidavano nel grande gioco per il controllo dell’immenso continente asiatico. Quando sembrava che l’Inghilterra avesse vinto, la Russia comunista occupò con una serie di guerre lampo gli staterelli islamici indipendenti dell’Asia Centrale e ricominciò il grande gioco, questa volta contro gli Stati Uniti e i loro alleati. Il grande gioco non è finito neppure ora. Le ambizioni imperiali di Putin si estendono a un grande fronte che parte dalla Bielorussia e dal Caucaso (di qui anche le agitazioni in Georgia) e si estende fino ai confini della Cina passando per l’Asia Centrale e il Pakistan. Conta su solidi amici nella stessa attuale coalizione che governa l’India, mentre riannoda antichi legami con Siria e Iran e corteggia i regimi militari post-comunisti dell’Indocina. Al “Grande Medio Oriente” di Condi Rice, Putin contrappone una sorta di ombrello protettivo che si disinteressa dei diritti umani e protegge
tutte le dittature disposte a riconoscere l’egemonia del Cremlino. Un grande gioco che oppone Putin agli Stati Uniti ma anche alle ambizioni della Cina (che però sembra meno attiva in Asia Centrale) e al fondamentalismo islamico che, se odia l’America, non ama certo la Russia e la sua politica in Cecenia. Un gioco denso di incognite, ma da cui l’Europa non ha nulla da guadagnare.
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Giangiacomo
domenica 4 novembre 2007
Cinque anni di resistenza culturale
see u,Cinque anni sono un periodo sufficientemente lungo per tracciare un bilancio del lavoro fatto. Circa 250 numeri pubblicati, per una rivista culturale che non insegue la cronaca, sono un patrimonio che può apparire esaustivo. In questo lustro così intenso, tutto quello che c’era da dire, il Domenicale lo ha detto. E forse è inutile ridirlo, come invece facciamo oggi in uno speciale monografico dedicato alla figura dell’intellettuale, in cui più per celia che per engagement mettiamo a fuoco idee che il lettore attento ha già rinvenuto in passato nei nostri articoli. Con il giusto orgoglio possiamo dire di essere resistiti, più che esistiti, nonostante tutto. E di aver affrontato con onesto sprezzo del politicamente corretto e delle ideologie che ci ammorbano da un cinquantennio i temi più importanti, i nodi irrisolti di questa nostra piccola patria. È sbagliato dire, come spesso usiamo lodandoci, che abbiamo partecipato al dibattito culturale e ne siamo diventati autorevoli protagonisti. Non esiste dibattito culturale in Italia, non esiste null’altro al di fuori del dibattito politico e di quello calcistico messi in scena sul palcoscenico televisivo. Non essendoci dibattito culturale, non ci sono neppure i protagonisti del dibattito né i deuteragonisti, non ci sono i luoghi, gli attori, le scene. Per questo ha senso parlare di “resistenza” piuttosto che di “esistenza”. La resistenza è comunque un atteggiamento di fiducia prodromico all’esistenza, resisto oggi per esistere domani. Non c’è però certezza che la resistenza conduca all’esistenza. Talvolta conduce alla frustrazione. Eppure al Domenicale siamo degli inguaribili ottimisti. L’ottimismo che ci proviene da quel realismo così frequentato in redazione. Siamo ottimisti per esorbitanza di realismo. Ed è proprio il realismo, non l’intelligenza o la dottrina, ad averci preservato dalle ideologie e dai luoghi comuni. Così nonostante i lai del politicamente corretto, ci vantiamo di aver difeso posizioni revisioniste sulla Resistenza, di aver posto molti paletti tra i ciechi fedeli del darwinismo, di aver tradotto il pensiero neoconservatore in barba ai progressisti, di non esserci sottomessi alle brutture dell’arte contemporanea, di non aver mai creduto alle cassandre ecologiste che vaticinano la fine del mondo, né ceduto alla moda dei best seller. Siamo orgogliosi di aver difeso le radici cristiane da laici e lo scontro di civiltà da amanti della pace, di aver difeso la libertà senza sfinirci nel liberalismo e le riforme senza chiuderci nel riformismo, consci che ogni etichetta è per sua natura solo una approssimazione statica del pensiero. Siamo orgogliosi di aver criticato da destra la destra, dal centrodestra il centrodestra, da sinistra la sinistra. Orgogliosi di aver dedicato centinaia di pagine alla poesia, alla critica letteraria, agli scrittori rifiutati dal mercato o dimenticati. Di esserci gettati a capofitto in inutili distinguo semantici, nei temi più lontani dalla quotidianità, in diatribe che non interessano più nessuno se non noi. Nel tempo della leggerezza, siamo stati pesanti. Noi che pure siamo degli inguaribili buffoni in privato, abbiamo in pubblico coltivato la serietà e la pesantezza. Che è giusto il contrario di quanto fanno gli altri: buffoni in pubblico per sottomissione alle devianze del secolo. Siamo stati pesanti e per questo non alla moda. Coscientemente pesanti per non essere alla moda. Come se la pesantezza in questo tempo non fosse un valore – soppiantata dalla vacuità del calcio e della politica in tv – ci hanno criticato per essere pesanti, non sapendo di fortificare il nostro orgoglio. Nel tempo della volgarità, della politica ignorante, della tv trash, dei miti esausti del pop, la vera cultura, quella della profondità e della conoscenza, è in disarmo. Coltivarla è un atto privato che forse non richiede neppure un settimanale. È un atto rivoluzionario, di conversione innanzitutto personale. Su questa strada abbiamo trovato numerosi anacoreti del pensiero come noi, amici e lettori che ci hanno sostenuto. Gente capace ancora di distinguere Rilke da Bob Dylan, la cattedrale di Chartes da una merda d’artista, Mozart da Tiziano Ferro, un eroe da un presentatore, il bello dal brutto, il buono dal cattivo, e di fondare la propria vita su valori tanto desueti. Molti, sbagliando, pensano che la vacuità della politica e dei mass media sia l’unica cifra della decadenza. Non è vero. Nei laboratori un nuovo pensiero forte si sta forgiando: scienziati addestrati all’arida esattezza dei numeri preparano l’evo dei titani che soppianterà politici e buffoni. I prossimi anni dominati dal titanismo della tecnica saranno sfavorevoli allo spirito e alla cultura. Eppure quanto più cresce la massificazione, scrive Jünger, tanto più grande è il valore e la forza spirituale di quei pochi capaci di sottrarvisi.
Giangiacomo
sabato 3 novembre 2007
Senza la libertà di religione non c'è democrazia
La difesa della libertà religiosa, in particolare dei cristiani che più di ogni altro difendono l’inviolabilità della persona, non è solo una questione umanitaria, bensì un criterio cruciale per interpretare tutta la politica internazionale. Alcuni recenti esempi riguardanti il Medio Oriente e il mondo musulmano lo dimostrano. Chi ha appoggiato gruppi fondamentalisti perché funzionali al suo disegno politico, infischiandosene della loro intolleranza in materia religiosa, nel lungo periodo, si è trovato di fronte ad amare sorprese. Basti pensare all’appoggio degli americani ai talebani afghani e a Bin Laden: l’intolleranza religiosa era il prodromo di una violenza a 360 gradi. E si ricordi anche l’irrisione dell’amministrazione Bush agli appelli di Giovanni Paolo II contro l’inizio del conflitto in Iraq, Paese in cui esisteva una pur non completa libertà religiosa e della Chiesa. Dopo pochi anni nel Paese mediorientale, non solo la comunità cristiana è a rischio di estinzione, ma vige una guerra civile di tutti contro tutti. Pretendere di esportare la democrazia occidentale senza far di tutto per garantire la libertà religiosa, si è rivelato totalmente astratto e ideologico. Si pensi ancora a cosa ha voluto dire, per la pace di tutti, consentire la distruzione e l’invasione di stati, come il Libano, in cui esisteva una convivenza pacifica, addirittura sancita dalla costituzione, tra cristiani e musulmani.
Ancora più deprecabile sul piano morale e più foriera di esiti disastrosi è però la posizione di chi, in nome di un multiculturalismo nichilista, continua ad abbracciare imam terroristi, a sostenere e finanziare gruppi integralisti come Hamas, Hezbollah o i governi sudanese ed iraniano, a equiparare gruppi terroristi a gruppi che vogliono la liberazione, senza tener conto della reale apertura di queste entità verso chi vive una diversa fede religiosa. Chi prende queste posizioni, di fatto diventa acquiescente verso il terrorismo e sostiene gruppi e regimi che calpestano la dignità di qualunque uomo. Perché chi si batte per la libertà religiosa e il diritto all’esistenza della Chiesa, come faceva Giovanni Paolo II, come continua a fare Benedetto XVI e come fanno i laici delle diverse religioni e posizioni culturali e politiche che hanno promosso la manifestazione del 4 luglio, non si impegna per difendere solo i “suoi”. Piuttosto è consapevole che “proprio dalla libertà di professare un’appartenenza religiosa, derivino la pace e la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo, primo fra tutti quello della sacralità della vita umana”.
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Giangiacomo
giovedì 1 novembre 2007
Un nuovo sindacato dei giovani
In un sondaggio recentemente diffuso durante Porta a Porta dal quale emerge un dato importante:
solo per il 15% degli Italiani il sindacato rappresenta adeguatamente i lavoratori.
Aggiungiamo alcuni dati che evidenziano l'urgenza di rappresentanza per le nuove generazioni, nella convinzione di poter raccogliere alcune vostre riflessioni:
- gli iscritti al sindacato hanno un'età superiore ai 40 anni (dati Ires-Cgil);
- i giovani non partecipano ai tavoli della concertazione; - i giovani con contratti atipici non sono iscritti al sindacato;
- mentre l'occupazione in Italia aumenta il numero dei lavoratori attivi iscritti al sindacato e il tasso di sindacalizzazione (rapporto tra numero di occupati in un determinato settore e il numero di iscritti di quello stesso settore) sono in progressiva diminuzione; - in Italia il tasso di sindacalizzazione dal 1980 al 2003 è sceso di oltre il 19%;
- i dati dell'Inail sugli infortuni tra i giovani lavoratori indicano una vera emergenza: solo nel 2006 ci sono stati circa 695 infortuni al giorno che riguardano i giovani lavoratori;
- aumentano le tasse sul lavoro (aliquote contributive) dei parasubordinati ma la Gestione Separata dell'Inps (il salvadanaio previdenziale dei giovani con rapporti di lavoro flessibile) continua ad erogare le pensioni di anzianità;
- i figli sono più poveri dei padri. I giovani hanno buste paga decisamente più leggere dei padri e difficoltà crescenti nel costruirsi una carriera lavorativa che consenta il pieno sviluppo delle attitudini e delle capacità individuali";
- alla fine degli anni Ottanta le retribuzioni nette medie mensili degli uomini fra i 19 e i 30 anni "erano del 20% più basse di quelle degli uomini fra i 31 e i 60 anni. Nel 2004 la differenza era quasi raddoppiata in termini relativi, salendo al 35%. (fonte Bankitalia)
- il mercato del lavoro è diviso in due: ipergarantiti e iperflessibili. I diritti dei figli si possono allineare con quelli dei padri solo eliminando l'attuale dualismo del mercato del lavoro, diviso tra garantiti, gia' occupati e sindacalizzati, e nuove generazioni a rischio di emarginazione sociale;
- dati Eurostat, che prendono in considerazione la capacità di produrre reddito, evidenziano che il 27% dei giovani under 35 e il 20% delle giovani coppie sono indigenti ( sotto la soglia di povertà).
C'è una generazione che subisce delle discriminazioni e i sindacati stanno a guardare. Solo il coraggio dei giovani, spinto anche dalla necessità di migliorare la qualità della propria vita, può spingere verso la modernizzazione, ma occorre essere presenti ai tavoli giusti. Servono scelte in grado di abbandonare l'approccio ideologico al lavoro attraverso una nuova cultura.
Non credete che sia l'ora di dare vita ad un sindacato fatto di giovani e che agisca soprattutto per i giovani? Firmate anche voi su http://www.firmiamo.it/ilsindacatodeigiovani
see u,
Giangiacomo