Il fenomeno Grillo sanziona definiticamente il fallimento del '68. Niente dittatura del proletariato, nè fine del capitalismo e dell'imperialismo americano: ed ora il comico Grillo, che per le sue demagogiche proposte monetarie di giova nientemeno che delle teorie di Giacinto Auriti.
La confusione regna sovrana e nessuna analisi contraddice le elecubrazioni del comico sulla necessità di far scomparire i partiti. Anche Duccio Galimberti nel suo progetto di Costituzione Europea prevedeva di escludere partiti, sindacati liberi e sciopero. Altra statura, altra tempra e altri tempi, si dirà, ma certe proposte possono essere il frutto colto o il malvezzo di periodi difficili per la Società. E allora invece di rispondere a demagogia con anatemi, chiniamoci a comprendere la realtà, dando risposte sagge, con respiro culturale e consapevolezza di un nuovo paradigma antropologico. Perchè il 68, sconfitto, contnua a sciogliere grumi tossici. Dobbiamo saper contrastare lo smantellamento del principio di realtà (che ha operato una mutazione genetica modificiando il modo di essere e di pensare delle persone), riaffermando la concezione della realtà nella sua dimensione oggettiva. Poste queste basi diventa agevole muovere per formare una classe dirigente adeguata alle necessità di dare risposte puntuali ed urgenti per il lavoro, per il fisco, per i governi, per la famiglia, per l'impresa, per le professioni, per la scuola, per l'università, per la ricerca, per l'arte e anche per il tempo libero.
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Giangiacomo
domenica 7 ottobre 2007
Turchi ed Europa: Battaglia di Lepanto 1571

La battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571): la libertà nei confronti dell’islam.
Il Senato veneto: "Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit" ("Non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori").
Turks and Europe: The Battle of Lepanto 1571
The Venetian Senate: "It was not generals nor battalions nor arms that brought us victory; but it was Our Lady of the Rosary".
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Giangiacomo
La Finanziaria Prodi è la madre di tutti gli inganni
Un primo commento sulla nuova manovra Finanziaria che nelle prossime settimane passerà all'esame del Parlamento.
Una manovra che è madre di tutti gli inganni. L'esecutivo è allo sbando su welfare e pensioni. Alla fine della patetica sceneggiata ci saranno solo altri aumenti fiscali e qualche elemosina da fame. Dopo avere saccheggiato le tasche degli italiani con la manovra 2007, l'esecutivo presenta una manovra fatta di detrazioni fantasma, briciole e oboli.
Tra gli inganni da evidenziare ci sono quelli relativi all'ICI (la cui riduzione annunciata sarà ampiamente annullata, a livello comunale, dalla revisione degli estimi catastali), alla mancata riduzione della pressione fiscale (aumentata del 2,5% del PIL negli ultimi due anni e ora attestata al livello record del 43,1%), al modestissimo taglio dell'Irap (già aumentata lo scorso anno), al mancato recupero dei paurosi tagli già effettuati lo scorso anno al comparto sicurezza e all'aumento delle spese a favore degli immigrati (il Ministro Ferrero ha proposto il raddoppio a 50 milioni di euro degli stanziamenti a loro riservati).
Sta andando in onda un'altra puntata della presa in giro degli Italiani!
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Giangiacomo
Una manovra che è madre di tutti gli inganni. L'esecutivo è allo sbando su welfare e pensioni. Alla fine della patetica sceneggiata ci saranno solo altri aumenti fiscali e qualche elemosina da fame. Dopo avere saccheggiato le tasche degli italiani con la manovra 2007, l'esecutivo presenta una manovra fatta di detrazioni fantasma, briciole e oboli.
Tra gli inganni da evidenziare ci sono quelli relativi all'ICI (la cui riduzione annunciata sarà ampiamente annullata, a livello comunale, dalla revisione degli estimi catastali), alla mancata riduzione della pressione fiscale (aumentata del 2,5% del PIL negli ultimi due anni e ora attestata al livello record del 43,1%), al modestissimo taglio dell'Irap (già aumentata lo scorso anno), al mancato recupero dei paurosi tagli già effettuati lo scorso anno al comparto sicurezza e all'aumento delle spese a favore degli immigrati (il Ministro Ferrero ha proposto il raddoppio a 50 milioni di euro degli stanziamenti a loro riservati).
Sta andando in onda un'altra puntata della presa in giro degli Italiani!
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Giangiacomo
sabato 6 ottobre 2007
No alle narcosale, luoghi di morte. Sì alle comunità di recupero
Se a Torino venisse approvato il progetto di istituire delle narcosale, la nostra città potrebbe assumere un volto simile a quello di città straniere come Francoforte, dove, ogni giorno, verso l’ora di pranzo, una piccola folla di tossicodipendenti, guardati a vista da poliziotti, si riunisce intorno alla stazione centrale. Sono in attesa che i medici aprano le narcosale, per la consueta distribuzione di siringhe. Una scena che si potrebbe ripetere anche qui, se passasse la mozione presentata da venti consiglieri comunali del centrosinistra, che impegna il sindaco Chiamparino a sperimentare queste “sale del consumo di droga”. Non condivido la posizione di chi afferma “che il loro scopo sia quello di non lasciare sole persone già provate, per attivare un percorso di recupero”. Le “stanze del buco” sono piuttosto, come ha affermato lo stesso psicanalista Claudio Risé, una “proposta delirante e anacronistica”, avanzata già dai ministri Ferrero e Turco. Rappresentano una condizione di resa da parte dello Stato e cedimento alla cultura della morte, rendendo i loro frequentatori tossicodipendenti cronici. Il sindaco Chiamparino dovrebbe allora pensare non alle narcosale, ma a potenziare le comunità di recupero, sul modello di San Patrignano, per il reale recupero di questi ragazzi.
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Giangiacomo
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Giangiacomo
I kamikaze in Afghanistan sono killer d’importazione
L’attentato suicida contro un bus della polizia a Kabul è stato il più letale nella storia del terrorismo in Afghanistan. Il terrore ha colpito nel cuore della capitale, mentre la grande maggioranza degli attentati suicidi era finora avvenuta nella zona di Kandahar. Il metodo dell’attentato suicida finora non è stato comune in Afghanistan. Il primo rivendicato dai talebani risale al 15 gennaio 2006 e il suo obiettivo era il console canadese Glyn Berry, ucciso a Kandahar con il suo seguito. Un analogo attacco fu tentato contro il vice-presidente americano Dick Cheney, mentre morirono un soldato americano, un sudcoreano e 19 afghani. Il precedente più diretto per l’attacco di martedì scorso risale al 16 gennaio 2006, quando un terrorista suicida si lanciò in motocicletta fra la folla uccidendo 23 persone.
Anche allora l’attacco fu rivendicato dai talebani. Ma la rivendicazione era falsa. Le indagini portarono a identificare una cellula di Al Qaida, venuta dal vicino Pakistan, in cui non c’erano afghani. La cultura afghana ha un’avversione radicata e secolare per il suicidio. L’alleanza fra il mullah Omar e Bin Laden fa spesso dimenticare che i talebani nascono da una matrice ideologica diversa da quella di Al Qaida. Mentre quest’ultima è il frutto maturo dell’ultra-fondamentalismo arabo ed egiziano, i talebani (il cui nome vuol dire «studenti») vengono dalle scuole coraniche del movimento Deobandi in Pakistan e in India, la cui ideologia non è fondamentalista ma tradizionalista. Come dimostra la rivolta della Moschea Rossa che è scoppiata in Pakistan nello scorso luglio, il tradizionalismo Deobandi può essere violento, ma le sue prime preoccupazioni sono morali, non politiche: se la prende con i negozi di videocassette pornografiche e le donne non velate, e si cura assai meno degli scenari politici globali che sono invece al cuore del progetto di Al Qaida. È l’alleanza con Bin Laden che ha importato elementi di fondamentalismo nell’ideologia dei talebani. Ma questi continuano a mescolare la legge islamica, la sharia, con il codice tribale pashtun che regge l’Afghanistan da millenni. La stragrande maggioranza degli esponenti religiosi afghani - compresi molti che sono ostili all’Occidente - esclude assolutamente che il terrorismo suicida possa trovare giustificazioni nella tradizione islamica locale.
Non si può allo stato escludere che Al Qaida sia riuscita a reclutare alcuni afghani. È però un dato di fatto che tutte le cellule identificate come responsabili di attentati suicidi in Afghanistan sono risultate composte e dirette da stranieri, e che l’opinione pubblica afghana è convinta che il terrorismo suicida sia un terrorismo d’importazione. Per fermarlo occorre quindi smantellare le linee di reclutamento di Al Qaida dove operano con maggiore successo: in Pakistan e nelle moschee europee. Con buona pace di chi pensa che la guerra al terrorismo sia finita.
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Giangiacomo
Anche allora l’attacco fu rivendicato dai talebani. Ma la rivendicazione era falsa. Le indagini portarono a identificare una cellula di Al Qaida, venuta dal vicino Pakistan, in cui non c’erano afghani. La cultura afghana ha un’avversione radicata e secolare per il suicidio. L’alleanza fra il mullah Omar e Bin Laden fa spesso dimenticare che i talebani nascono da una matrice ideologica diversa da quella di Al Qaida. Mentre quest’ultima è il frutto maturo dell’ultra-fondamentalismo arabo ed egiziano, i talebani (il cui nome vuol dire «studenti») vengono dalle scuole coraniche del movimento Deobandi in Pakistan e in India, la cui ideologia non è fondamentalista ma tradizionalista. Come dimostra la rivolta della Moschea Rossa che è scoppiata in Pakistan nello scorso luglio, il tradizionalismo Deobandi può essere violento, ma le sue prime preoccupazioni sono morali, non politiche: se la prende con i negozi di videocassette pornografiche e le donne non velate, e si cura assai meno degli scenari politici globali che sono invece al cuore del progetto di Al Qaida. È l’alleanza con Bin Laden che ha importato elementi di fondamentalismo nell’ideologia dei talebani. Ma questi continuano a mescolare la legge islamica, la sharia, con il codice tribale pashtun che regge l’Afghanistan da millenni. La stragrande maggioranza degli esponenti religiosi afghani - compresi molti che sono ostili all’Occidente - esclude assolutamente che il terrorismo suicida possa trovare giustificazioni nella tradizione islamica locale.
Non si può allo stato escludere che Al Qaida sia riuscita a reclutare alcuni afghani. È però un dato di fatto che tutte le cellule identificate come responsabili di attentati suicidi in Afghanistan sono risultate composte e dirette da stranieri, e che l’opinione pubblica afghana è convinta che il terrorismo suicida sia un terrorismo d’importazione. Per fermarlo occorre quindi smantellare le linee di reclutamento di Al Qaida dove operano con maggiore successo: in Pakistan e nelle moschee europee. Con buona pace di chi pensa che la guerra al terrorismo sia finita.
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Giangiacomo
lunedì 1 ottobre 2007
Viva il Sismi
I nostri 007 restano efficienti, nonostante a sinistra molti amino odiarli
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Giangiacomo
L’operazione militare italo-britannica che ha permesso la liberazione degli italiani rapiti in Afghanistan e l’uccisione dei loro sequestratori è stata resa possibile, come ha spiegato il ministro della Difesa, dalla capacità dell’intelligence militare di individuare con grande tempestività la “prigione” nella quale venivano tenuti incatenati i nostri connazionali.
La decisione di non cercare la strada delle trattative con i terroristi e i loro amici, ma di intervenire immediatamente in forze, esprime la considerazione di cui ancora gode il servizio di informazione militare, il Sismi, e che essa è ben riposta. Il ministro della Difesa e il presidente del Consiglio hanno resistito alle solite pressioni dell’estrema sinistra, ribadite nel dibattito parlamentare, che continua a preferire quel metodo di interlocuzione che, nel caso del rapimento di Daniele Mastrogiacomo, aveva portato alla liberazione di pericolosi assassini e al massacro degli accompagnatori del giornalista italiano.
La questione tuttavia sul piano politico resta aperta, tra Romano Prodi che, giustamente, rivendica il carattere di monito anche per il futuro della dura punizione inflitta ai rapitori e le posizioni di chi, come il sottosegretario verde Paolo Cento, insiste a chiedere che il blitz non diventi “una regola”, cioè venga ripetuto in casi analoghi.
L’efficienza dimostrata dal Sismi in queste difficili condizioni dimostra che la struttura è riuscita a mantenersi solida nonostante i colpi che ha subito, in patria, dalla magistratura e dalla politica sul caso Abu Omar, che ha comportato la decapitazione dei suoi vertici.
Anche questo fatto, oltre all’evidente necessità di disporre di un’intelligence robusta e capace di agire in una situazione che vede truppe italiane dislocate in aree assai pericolose, dovrebbe pesare sulla discussione che è in corso sulla riforma dei servizi di sicurezza e di informazione.
La tentazione, che pareva finora prevalente nelle forze di maggioranza, di accontentarsi di una sorta di servizio di polizia, privo delle prerogative tipiche di un vero servizio segreto, dopo gli ultimi avvenimenti, potrebbe essere ridimensionata. Se c’è un campo nel quale non si può certo risparmiare è il presidio della sicurezza dei cittadini insidiata dal terrorismo interno e internazionale e la protezione dei militari impegnati in missioni decise dal Parlamento. Smantellare ora il Sismi, o anche solo continuare a indebolirlo, sarebbe, come mostrano i fatti, un pessimo affare.
Il Foglio
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Giangiacomo
Benedetta ingerenza in Birmania
Suore e monaci buddisti capeggiano la rivolta contro la giunta militare
Migliaia di monaci buddisti, ora seguiti dalle loro consorelle, stanno mettendo il regime militare birmano davanti alla prova più severa che abbia mai dovuto superare.
Dando corpo e visibilità alla protesta diffusa nel paese per la negazione delle principali libertà, a cominciare da quella politica e d’espressione, i monaci rendono evidente l’intrinseca debolezza di un sistema tecnocratico che puntava a far prevalere i successi economici come metro su cui valutare l’idoneità del governo ad affrontare i problemi della Birmania.
Nonostante un richiamo, per la verità piuttosto flebile e formale delle massime autorità religiose buddiste, inefficace anche perché privo di qualsiasi minaccia di sanzioni, gli uomini e le donne che sono usciti dai conventi per mettersi in marcia con il loro popolo svolgono un’attività politica coraggiosa e profondamente coinvolgente. Nessuno può dire, ora, se da qui prenderà l’avvio il percorso che porta alla caduta del regime oppure se si aprirà una nuova fase di repressione ancora più dura.
E’ comunque indiscutibile che la pretesa dei militari di esercitare un mandato della popolazione d’ora in poi non sarà più sostenibile, che le pressioni internazionali, a cominciare da quelle sempre più esplicite degli Stati Uniti, diventeranno più corpose, che la delegittimazione di un governo che si regge esclusivamente sul monopolio della forza è ormai completa.
Nessuno mette in discussione, nel mondo democratico, il valore della rivolta dei monaci birmani per la libertà, nessuno li richiama all’esigenza di non interferire con le scelte politiche che non dovrebbero mai essere confuse con la religione. Questo, naturalmente, dipende dal fatto che l’assenza di libertà giustifica ogni iniziativa tesa a instaurarla.
Pone però una domanda, soprattutto ai censori di professione delle “ingerenze” religiose: dov’è il confine al di là del quale agli uomini di fede è lecito far pesare la loro opinione nel discorso pubblico? Solo nelle dittature militari?
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Giangiacomo
Migliaia di monaci buddisti, ora seguiti dalle loro consorelle, stanno mettendo il regime militare birmano davanti alla prova più severa che abbia mai dovuto superare.
Dando corpo e visibilità alla protesta diffusa nel paese per la negazione delle principali libertà, a cominciare da quella politica e d’espressione, i monaci rendono evidente l’intrinseca debolezza di un sistema tecnocratico che puntava a far prevalere i successi economici come metro su cui valutare l’idoneità del governo ad affrontare i problemi della Birmania.
Nonostante un richiamo, per la verità piuttosto flebile e formale delle massime autorità religiose buddiste, inefficace anche perché privo di qualsiasi minaccia di sanzioni, gli uomini e le donne che sono usciti dai conventi per mettersi in marcia con il loro popolo svolgono un’attività politica coraggiosa e profondamente coinvolgente. Nessuno può dire, ora, se da qui prenderà l’avvio il percorso che porta alla caduta del regime oppure se si aprirà una nuova fase di repressione ancora più dura.
E’ comunque indiscutibile che la pretesa dei militari di esercitare un mandato della popolazione d’ora in poi non sarà più sostenibile, che le pressioni internazionali, a cominciare da quelle sempre più esplicite degli Stati Uniti, diventeranno più corpose, che la delegittimazione di un governo che si regge esclusivamente sul monopolio della forza è ormai completa.
Nessuno mette in discussione, nel mondo democratico, il valore della rivolta dei monaci birmani per la libertà, nessuno li richiama all’esigenza di non interferire con le scelte politiche che non dovrebbero mai essere confuse con la religione. Questo, naturalmente, dipende dal fatto che l’assenza di libertà giustifica ogni iniziativa tesa a instaurarla.
Pone però una domanda, soprattutto ai censori di professione delle “ingerenze” religiose: dov’è il confine al di là del quale agli uomini di fede è lecito far pesare la loro opinione nel discorso pubblico? Solo nelle dittature militari?
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Giangiacomo
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