venerdì 10 agosto 2007

Il Papa contro la teologia "politicamente corretta"

Nell’udienza di mercoledì 8 agosto 2007 – rievocando la figura di un grande padre della Chiesa del IV secolo, san Gregorio di Nazianzo (330-390) – Benedetto XVI ha colto l’occasione per denunciare la teologia “politicamente corretta” che, anziché denunciare le malefatte dei governanti, predica una fede “politicamente utile”. È perché non accettava di predicare nel senso gradito agli uomini di governo del suo tempo che san Gregorio, eletto vescovo di Costantinopoli e come tale presidente del Concilio ecumenico, che si svolgeva in quella città, dovette subire “una forte opposizione” che lo indusse, dopo un discorso di addio “di grande effetto”, alle dimissioni.
Un commentatore malizioso potrebbe immaginare un riferimento a recenti vicende italiane, che in una settimana hanno visto dapprima il presidente del Consiglio salire in cattedra per dare istruzioni ai sacerdoti su quali temi devono trattare nelle omelie: in particolare, il dovere di pagare senza protestare le innumerevoli tasse del suo governo. C’è stato poi un fiorire di iniziative di giudici che, sulla base di testimonianze alquanto dubbie, sbattono mostri in prima pagina e accusano di abusi sessuali sacerdoti che, vedi caso, manifestano opinioni diverse da quella della sinistra. Infine, non è mancato un sermone di Eugenio Scalfari che indica nella Chiesa la radice di tutti i mali d’Italia e suggerisce anche lui per mettere a posto le cose (Prodi evidentemente ha fatto scuola) una teologia e una predicazione alternative a quelle proposte dal Papa e dai vescovi. Ma l’interpretazione sarebbe riduttiva: infatti, non c’è solo l’Italia. Anche in Cina – un Paese di cui Benedetto XVI si è occupato in una recente lettera – il governo sostiene una Chiesa scismatica che predica una religione “politicamente utile”. E in Venezuela il presidente Hugo Chavez minaccia la galera ai vescovi che rifiutino di sostenere pubblicamente il suo regime.
La Chiesa, tuttavia – è il senso del discorso del Papa – non si lascia imbavagliare. Proprio in questi giorni è stato presentato un fascicolo che raccoglie tutti gli interventi di Benedetto XVI contro il riconoscimento delle unioni civili come “piccoli matrimoni” aperti anche agli omosessuali, che si chiamino PACS, DICO o CUS. E a chi oppone le ragioni di un umanesimo laico a quelle della Chiesa nel discorso di mercoledì 8 agosto Benedetto XVI replica che “senza Dio l’uomo perde la sua grandezza, senza Dio non c’è vero umanesimo”.
Ma c’è anche dell’altro. Il monito che viene dall’esempio di san Gregorio di Nazianzo è rivolto anzitutto a quella teologia cattolica che accetta di giocare il gioco del “politicamente corretto” e. così facendo, si mette al servizio dei potenti privi di scrupoli, giustificandone le prevaricazioni e le cattive leggi. Oggi come nel IV secolo la strategia di questi teologi consiste nel presentare la fede come qualche cosa di molto complicato. Ed è attraverso quelle che il Papa chiama “complicate speculazioni” che i teologi al servizio del potere politico confondono i fedeli. Il vero teologo, invece, presenta la dottrina cattolica come semplice e alla portata di tutti, e spiega in termini chiari e accessibili “alla nostra ragione” anche le “meraviglie del mistero rivelato”. Chi siano oggi i teologi “politicamente corretti” che ingannano il popolo cattolico non è esplicitato nel discorso di Benedetto XVI. Ma una lettura delle cronache e delle opposizioni che incontrano il suo insegnamento e i suoi documenti mostrano che non vanno cercati molto lontano.


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Giangiacomo

Chavez è un "dittatore paranoico"

Intervista di Franca Giansoldati da Il Messaggero, 29 luglio 2007

Hugo Chavez è un paranoico. Per la precisione un dittatore paranoico». Come scusi? «Paranoico, ha capito benissimo». Il cardinale Josè Castillo Lara da Caracas, all’indomani dell’ennesimo scontro frontale tra il presidente venezuelano e uno dei più illustri cardinali latino-americani (l’honduregno Maradiaga definito un ”pagliaccio imperialista”), è un fiume in piena e non si sottrae a chi gli chiede di spiegare perchè i rapporti tra l’episcopato e Chavez sono così pessimi. «S’è fissato di essere il liberatore dell’America Latina dagli Usa, dall’Impero come lo chiama lui. Idea peraltro non troppo originale, copiata pari pari da Fidel Castro».
Anche lei in passato è stato offeso da Chavez..
«Sì, mi ha accusato di essere un bandito, un ipocrita. Non ho mai reagito, del resto che si potrebbe rispondere? E’ come se uno entrasse in un manicomio e venisse insultato dai matti. Mica si può replicare loro, si tira dritto e basta».
Chavez, una specie di fotocopia del Lider Maximo?
«Peggio. La paranoia gli fa perdere il senso della realtà. Vede solo quello che gli interessa. Parla del socialismo del XXI secolo ma nella sua testa è una specie di comunismo nella fase peggiore, concentrato di populismo e autoritarismo. E ora vuole pure modificare la costituzione, come se non gli bastasse il potere che ha. Io sono molto preccupato per il mio Paese».
E’ davvero così grave la situazione?
«Chavez è al lavoro per eliminare la proprietà privata. Vuole sopprimerla e lasciare solo la proprietà collettiva. Ha già fatto fallire e chiudere due terzi delle imprese in Venezuela. E’ una cosa terribile. I vescovi hanno garbatamente denunciato questa deriva. Lui reagisce in modo violento».
Lei lo ha definito un dittatore. Ma non era stato eletto?«E come no. Solo che ha tutti i poteri in mano. Quello giudiziario: non vengono emesse le sentenze sgradite. Quello legislativo: controlla l’Assemblea eletta solo col 9 per cento degli elettori. C’è stata una astensione completa, circa l’80 per cento. Alle elezioni non sono state rispettate le regole, è mancato il registro elettorale, si sono verificati problemi. Si procede a colpi di decreti e in un anno e mezzo è maturata, guarda un po’, l’idea di cambiare la Costituzione. Se non è una dittatura questa, cos’è?»
Eppure Chavez si dice cristiano...
«E’ un pagliaccio, nel senso che è quello che gli conviene. Se incontra Gheddafi si presenta musulmano. Di sè dice di essere cristiano e si fa vedere con un crocifisso in mano ma la gente non gli crede».
Perchè ce l’ha così tanto con la Chiesa?
«La ragione della sua rabbia sta nel fatto che la Chiesa in Venezuela è gode di credibilità. E’ al primo posto nei sondaggi e i vescovi non possono tacere i rischi di questa deriva populista e di tante ingiustizie».
E il Papa?
«Si sono incontrati in Vaticano l’anno scorso. Benedetto XVI gli ha consegnato una lettera nella quale implorava anche di rilasciare i prigionieri politici. Delle cinque cose chieste finora solo una: la restituzione di una università cattolica».


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Giangiacomo

La corsa alle moschee: una ogni 4 giorni!

Che strano Paese è l'Italia dove nasce una moschea ogni quattro giorni e le istituzioni si affannano a permetterne la continua crescita; dove si ha la certezza dell'attività terroristica nelle moschee e i terroristi vengono regolarmente assolti; dove si è consapevoli che l'attività dell'intelligence è fondamentale per prevenire gli attentati terroristici e si indebolisce e disincentiva l'operato dei servizi segreti. Ecco i fatti. Nella relazione del 1˚agosto del Cesis, ribattezzato Dis (Dipartimento per le informazioni per la sicurezza), si chiarisce che le moschee in Italia sono più che raddoppiate in meno di 7 anni.
Sono passate da 351 nel 2000 a 735 nel primosemestre di quest’anno. Con un’impressionante accelerazione del tasso di diffusione che registra la nascita di 39 nuove moschee negli ultimi cinque mesi. Se si considera che la percentuale dei fedeli che frequentano abitualmente le moschee potrebbe oscillare tra il 5 e l’8 per cento del circa un milione di musulmani in Italia, se ne deduce che al massimoogni 100 fedeli dispongono di una moschea. Eppure sembra che le moschee non bastino mai. È in atto una vera e propria offensiva per l’accaparramento di nuove moschee, sempre più grandi, a Genova, Firenze, Bologna, Torino, Roma, Napoli, Colle Val d’Elsa (in Toscana).
E molte di queste moschee sorgono grazie alla disponibilità delle amministrazioni locali di sinistra, pronte a concedere il terreno, lo stabile e anche i finanziamenti per la costruzione. Il caso più recente è stato documentato da Alessandra Erriquez sul Corriere del Trentino di ieri, che cita la dichiarazione del sindaco diessino Alberto Pacher: «Garantire a una comunità che opera correttamente il diritto di professare la propria religione è un segno di civiltà. Tanto più che non chiedono finanziamenti ma solo uno spazio urbanistico compatibile». Dal canto suo il sedicente imam di Trento, il vicepresidente dell’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia) Abulkheir Breigheche, ha spiegato che dal momento che la raccolta di fondi in seno alla moschea non è in grado di soddisfare la richiesta di acquisto di una nuova moschea che sia di almeno 500 metri quadri, «a questo punto il Comune dovrebbe venirci incontro e indicarci uno stabile, anche già esistente, che sia consono all’attività che svolgiamo».
Ebbene per il sindaco e l’imam l’offerta di uno stabile è da considerarsi un’operazione a costo zero. Secondo Breigheche «le moschee sono luoghi di convivenza, insegnamento, ascolto e assistenza. Per tutto questo è necessario uno spazio più grande». Peccato che non sia passato molto tempo da quando a Ponte Felcino, alle porte di Perugia, è stata scoperta l’ennesima moschea trasformata in una scuola di aspiranti terroristi islamici e in un arsenale di armi chimiche che avrebbero potuto essere utilizzate per inquinare gli acquedotti e provocare stragi tra gli italiani. Peccato che l’Ucoii sia ideologicamente l’emanazione dei Fratelli Musulmani, un movimento estremista che predica la distruzione di Israele, inneggia ai kamikaze palestinesi e persegue l’obiettivo di imporre un califfato islamico globalizzato.
Altro fatto. Due giorni fa sono stati assolti «perché il fatto non sussiste» il sedicente imam di Varese, Abdelmajid Zergout, e due suoi collaboratori, nonostante sia stato riconosciuto che tutti appartengono al Gruppo islamico combattente, e nella sentenza si sottolinea che «mostrano una chiara adesione alla ideologia islamica fondamentalista; raccolgono denaro per la causa comune e esaltano la lotta contro gli infedeli». L’assoluzione è stata conseguente al ritardo con cui è stata presentata una richiesta di rogatoria in Marocco, da addebitare al ministero della Giustizia. E per un errore burocratico ci ritroviamo in libertà tre persone di cui abbiamo la certezza che appartengono a un gruppo terrorista e di cui ne condividono il pensiero e l’attività.
E ancora. Il Sole 24 Ore di ieri preannuncia, in un’ampia inchiesta sui servizi segreti a firma di Marco Ludovico, che inizia così: «Per gli 007 italiani oggi il rischio più alto non è il terrorismo islamico o il ritorno brigatista: è quello di perdere il posto ». Si spiega che tra i 500 e gli 800 agenti, su un totale di 3.700, potrebbero essere esonerati dai loro incarichi. Si specifica che gli agenti «operativi», quelli che effettivamente sono impegnati sul terreno nell’opera di contrasto del terrorismo o dell’eversione, sono solo 400. E che oltretutto, con la riforma che ne ha modificato le sigle, i servizi segreti saranno fortemente limitati nella loro attività dal controllo del Parlamento e delle Procure.

Magdi Allam

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Giangiacomo

Iraq, update

Interessante quanto riportato da Il Foglio sulla guerra in Iraq.

Avete presente il New York Times?
E' il tempio della cultura liberal americana, da sempre ferocemente avversario di Bush e della guerra in Iraq. Bene, il 30 luglio se ne è uscito con un resoconto di alcuni suoi editorialisti, spediti in Iraq per vedere come stanno andando le cose: sono tornati raccontando di una svolta, di un clima di fiducia nei soldati, di una nuova strategia militare che funziona, dicendo che questa guerra non è ancora persa, anzi, la si può vincere.

Sarebbe la prima buona notizia dopo tante di stragi e sciagure da quelle parti, a cui ci siamo cinicamente abituati. Staremo a vedere.

Leggere qui e anche qua.

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Giangiacomo

lunedì 6 agosto 2007

Usurocrazia: mutui, arriva il debito eterno

Il mercato bancario si adegua all'invecchiamento delle generazioni e, dopo i mutui quarantennali e cinquantennali, lancia il mutuo eterno con la possibilità dunque di destinare il proprio debito agli eredi. Ubi Banca offre mutui da 50 anni e il Credito Valtellinese consente ai clienti di "girare" l'impegno agli eredi, dando così vita al credito eterno, perché sarà possibile rinnovare più volte un mutuo ventennale, fino a trasferirlo da padre in figlio alle condizioni iniziali: ecco che nasce il mutuo intergenerazionale. Le motivazioni addotte dai banchieri per l'introduzione di questo tipo di contratti possono ridursi alla necessità di assicurare alle generazioni del presente la possibilità di accedere a mutui plurimilionari e così il diritto alla casa, oppure alle mutate condizioni del mercato immobiliare o dell'innalzamento del rischio e così del costo dell'accesso al credito. In realtà, è stato creato uno strumento diabolico, che crea l'illusione nel presente di poter contrarre con facilità un mutuo senza tener conto di alcun limite di età, per porre poi in capo alla famiglia e agli eredi futuri il debito contratto dalla vita precedente. Domani non sarà sufficiente una vita per comprare una cosa o contrarre un mutuo, ma occorrerà vendere la vita delle proprie generazioni alle banche, che diventeranno creditrici eterne nei confronti della famiglia. Chi vuole contrarre un mutuo extralungo si potrebbe inoltre trovare nella situazione di dover costruire la propria garanzia mediante una polizza assicurativa contro eventi temporanei o permanenti: in questo caso può essere la banca stessa a proporre un'ampia gamma di scelta di polizze assicurative vita e multirischio, opzioni di rinvio delle rate e altri sistemi di dilazioni. In tale trucco delle banche si nasconde l'ulteriore beffa, e cioè costringere ad accettare un altro contratto di debito per pagare il primo debito. Un debito a fronte di un altro debito, dunque, che rischia di provocare, proprio in funzione della ricapitalizzazione degli interessi, un circolo vizioso di interessi e debiti che non si ferma alla nostra prima vita, ma si protrae negli anni venire in capo alle generazioni. Si tratta di un sistema di usura e di grave violazione dei diritti degli individui, in quanto diventano vittime inermi delle condizioni dettate dal mercato. In realtà un'apertura in tal senso si è avuta già anni fa, con la Finanziaria del 2005, quando fu introdotta una sorte di deregolamentazione che ha portato all'introduzione del cosiddetto mutuo vitalizio.Allora, per far fronte al problema della capitalizzazione degli interessi nei mutui ipotecari diretti a persone che hanno più di sessantacinque anni, la Finanziaria ha introdotto la VIA (valorizzazione immobiliare anticipata). Alla base del provvedimento vi è la considerazione del fatto che esiste un limite al valore del debito, che non può mai superare il valore dell'immobile. Sarà così possibile conservare la piena della proprietà da parte del mutuatario, e avere il rimborso anticipato in ogni momento: questa ricchezza creata potrà così essere messa a disposizione delle stesse generazioni future. La VIA dunque si era prefissata di creare questo ponte "di solidarietà intergenerazionale", preso proprio dal modello inglese. In particolare con il "mutuo vitalizio" della finanziaria del 2005, anche gli anziani al di sopra dei 65 anni possono richiedere un finanziamento ipotecario, che verrà poi rimborsato in un'unica soluzione alla scadenza del contratto o alla loro morte, e fino a quel momento gli interessati non dovranno pagare nulla alla banca. L'intero debito sarà poi estinto dagli eredi che potranno saldare il debito o, in alternativa, utilizzare l'abitazione per pagare il debito e realizzare la restante parte del valore della casa. E' nato dunque come un strumento per "monetizzare" il valore della casa degli anziani, in modo da creare così una sorta di sostegno all'età pensionabile, oppure per aiutare i figli per l'acquisto della casa. In un certo senso, dunque,la VIA ha gettato le basi per quelle norme bancarie che rilanciano sempre più l'aumento degli interessi, e così gli anni del debito, fino ad annullare completamente la capacità di un individuo di estinguere i propri debiti durante la sua vita.Il sistema bancario crea così una sorta di vincolo per le famiglie e le generazioni a venire, imponendo il ricatto perenne della perdita della propria abitazione.Così mentre prima era possibile lasciare in eredità una casa, un patrimonio, un domani si lascerà un mutuo e un debito da estinguere, pena la perdita di tutto ciò che è stato costruito durante un'intera vita.
"Rinascita" - Venerdi 3 Agosto 2007 - di Fulvia Novellino

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Giangiacomo

domenica 5 agosto 2007

Le sacre scritture di Prodi: i contribuenti sono schiavi

Romano Prodi si è lamentato perché i parroci italiani nelle prediche domenicali non invitano i cittadini a pagare le tasse. Giustamente, diversi teologi e vescovi lo hanno - con tutta la cortesia clericale del caso - mandato a quel paese. In particolare l’arcivescovo di Chieti Bruno Forte gli ha ricordato che per potere convincere i cittadini a pagare le tasse i governanti devono essere credibili. Prodi ha risposto con una lettera al Corriere della Sera, dove scrive: «Se non ricordo male, anche San Paolo esorta all’obbedienza nei confronti dell’autorità. Credo che utilizzi l’espressione “quoque discolis”, a significare che si deve obbedire alle regole dello Stato anche se dettate da “lazzaroni”». Come questo giornale ha già fatto rilevare, Prodi ricorda male. La citazione - che recita «etiam discolis» e non «quoque discolis» - non è di san Paolo, ma di san Pietro nella sua prima lettera (2, 18).
Ma c’è di peggio. San Pietro sta parlando dei «servi», cioè degli schiavi. Anche chi traduce «domestici» sa che ai tempi di san Pietro la maggioranza dei domestici erano schiavi. I primi cristiani non avevano ancora la forza per reclamare l’abolizione della schiavitù, un’idea che ha le sue basi nel Nuovo Testamento, ma che verrà a pratica maturazione solo gradualmente. Chiedevano ai padroni di trattare gli schiavi con umanità, e agli schiavi di obbedire ai padroni, ritenendo che le rivolte peggiorassero la loro situazione. È in questo contesto che san Pietro esorta gli schiavi a rimanere pazientemente «sottomessi ai padroni», «non solo a quelli buoni e miti», ma anche a quelli «discoli». L’implicazione che il presidente del Consiglio ne vuole trarre è che monsignor Forte ha torto: non si devono pagare le tasse solo ai governanti «buoni e miti», ma anche a quelli «discoli» o, come Prodi traduce, «lazzaroni», il che dimostra che forse non si fa illusioni su che tipo di compagine governativa si trovi a guidare.
Tuttavia don Prodi nella sua predica non riflette sull’insulto, oltre che al buon senso, ai cittadini italiani insito nel paragone. San Pietro sta parlando infatti della schiavitù, cioè di un’istituzione che considera ingiusta e che si è costretti a tollerare in attesa di poterla abolire. Oggi la Chiesa ha vinto la sua secolare battaglia e, salvo che in qualche remota zona islamica, la schiavitù non esiste più. I contribuenti italiani non sono schiavi del fisco - per quanto la cosa forse piacerebbe a Visco e ad altri fondamentalisti delle imposte - ma liberi cittadini, che non sono obbligati a seguire i governanti «discoli» e «lazzaroni», ma possono del tutto legittimamente cercare di mandarli a casa.
I cittadini cattolici possono - anzi, secondo la dottrina sociale della Chiesa, devono - anche criticare le politiche fiscali ingiuste e vessatorie e l’ipertrofia dello Stato assistenziale, che crea solo costosi carrozzoni burocratici. Anziché san Pietro confuso con san Paolo, Prodi avrebbe potuto citare per esempio questa frase significativa: «Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese» (e quindi delle tasse). Non è una frase di Berlusconi, ma di Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus.

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Giangiacomo

mercoledì 1 agosto 2007

Lo stipendio dei politici... e dei poliziotti

Mesi di discussioni, talk-show continui, interviste e indagini e inchieste, libri ("La casta")...
tutti basati sui costi, esosi, della politica.
Qualcuno si sveglia, qualcuno si sente toccato nel vivo e inscenano un disegno di legge sulla riduzione dei costi della politica, votato qualche giorno fa in qualche commissione.
E poi??

Legge sulla riforma della Giustizia, Legge Mastella.
Vengono aumentati gli stipendi ai giudici di cassazione. Legge precedente in vigore stabilisce che gli stipendi dei parlamentari vengano equiparati a quelli dei giudici "più alti" in grado.
E quindi...
da Settembre nuovo aumento in busta paga ai deputati e senatori di 815 euro!!!

Anche i poliziotti hanno avuto il loro meritato aumento... 5 euro!!

Politici, V E R G O G N A!!

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Giangiacomo