sabato 14 luglio 2007

Due libri per l'estate...

Massimo INTROVIGNE, La nuova guerra mondiale. Scontro di civiltà o guerra civile islamica?, Sugarco
Dalla strage degli italiani a Nasiriya alle elezioni irachene del 2005, passando per lestragi di Madrid e dei bambini a Beslan, questo libro ripercorre una fase cruciale della Quarta guerra mondiale (la terza è stata la guerra cosiddetta “fredda” fra mondo libero e comunismo) che l’ultra-fondamentalismo islamico ha dichiarato all’Occidente.


Massimo INTROVIGNE, Il dramma dell'Europa senza Cristo. Il relativismo europeo nello scontro delle civiltà, Sugarco
La crisi dell’Europa che deriva ultimamente dal suo ostinato rifiuto di riconoscere le sue origini cristiane. Il libro si muove come un pendolo che ritorna agli stessi temi fondamentali: l’identità cristiana dell’Europa insidiata dalla minaccia del relativismo, e il ruolo che l’Europa potrebbe svolgere – ma purtroppo non svolge – nel dialogo delle civiltà, unica alternativa ai pericoli apocalittici di un mondo dove, secondo un’espressione ripresa dallo stesso Benedetto XVI, “non a torto si è ravvisato il pericolo di uno scontro delle civiltà”.
Ed.
Sugarco

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Giangiacomo

domenica 8 luglio 2007

Fondazione Italia - Usa

Per approfondire i motivi e i contenuti dello storico e fondamentale legame di amicizia tra Italia e Stati Uniti, segnalo il sito della Fondazione Italia-USA, http://www.italiausa.org, di cui è presidente Massimo Teodori.

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Giangiacomo

Pensioni e tensioni: trema il governo Prodi

Quando Berlusconi ha detto che Veltroni è la controfigura di Prodi, vale a dire un potenziale moderato, impossibilitato ad agire come vorrebbe perchè ostaggio della sinistra dell’Unione e della CGIL, si è levato il consueto coro di critiche e di attacchi. Il punto vero è che non è possibile governare l’Italia facendo le riforme che servono per affrontare le sfide di oggi se al governo ci sono forze che hanno una visione anacronistica della società, dell’economia, della religione, della politica estera.
Lo dimostrano le polemiche dentro il governo sull’abolizione del cosiddetto "scalone", introdotto dalla nostra riforma delle pensioni con tre anni di anticipo proprio per dare modo ai cittadini di prepararsi, di fare i propri conti e di essere consapevoli di quanto li attendeva.

Ne vedremo delle belle. E lo stesso accadrà con la prossima Finanziaria e lo stiamo già vedendo con la riforma della giustizia (dove Di Pietro e Mastella non perdono occasione per litigare anche sui giornali).

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Giangiacomo

Un viaggio al Lingotto

Il lancio della candidatura di Veltroni a guidare il costituendo Partito Democratico si è concluso. Per qualche settimana i media ci hanno spinti su questo tema. Come responsabile di importanti Associazioni cattoliche sono stato colpito dall’attiva ed entusiasta partecipazione di suor Giuliana, coordinatrice del volontariato del Cottolengo. Questa almeno la percezione leggendo i titoli dei quotidiani (e.g. Suore e banchieri in fila da Walter) e osservando i generosi sorrisi in compagnia di Evelina Christillin organizzatrice delle recenti olimpiadi invernali. Pur sentendomi impegnato come cattolico non meno di Suor Giuliana, non ho sentito la necessità di portarmi al Lingotto e allora vorrei capire ed eventualmente rimediare.
Perché sui quotidiani sia stato dato questo spazio alla presenza di una religiosa attiva in una Istituzione così benemerita è abbastanza evidente. Il titolo citato sopra riassume bene le attenzioni elettorali cui guarda il neonato Partito Democratico costituito grosso modo per 2/3 da ex PCI e da 1/3 ex DC.
Ma quale potrebbe essere l’interesse per il mondo cattolico?
La risposta probabilmente è così sintetizzabile “Nel Partito Democratico ci sono i cattolici e allora bisogna rafforzare la loro presenza. Inoltre è noto e consolidato che a sinistra tutti condividono l’attenzione per i poveri, gli ultimi, gli emigrati, l’ingiustizia e quindi perché non sottolineare e dare una mano? ”.
Ma l’aiuto ai poveri, agli emigrati e in generale agli ultimi non sono esclusiva dei cattolici e neanche dei partiti della Sinistra. Infatti, se ti guardi attorno non trovi nessuno che si dichiari per l’ingiustizia e per l’incremento della povertà…
Mi viene perciò il sospetto che sia proprio il fascino dell’eguaglianza-miraggio “sinistra=solidarietà” il motore della trasferta di alcuni cattolici al Lingotto per osannare Veltroni candidato sotto le insegne del motto di don Milani “I care”.
Una passeggiata proprio dal Cottolengo al Lingotto, in una Città governata e dominata ininterrottamente da oltre 32 anni da questa Sinistra, potrà certamente verificare l’eguaglianza di sopra senza scomodare i massimi sistemi.
Il percorso è semplice, ma è assai didattico e potrebbe proprio lui, con la sua realtà fattuale, aiutarci a capire. Il vento non si vede, ma se si vedono i segni, possiamo intuire che “aria tira”.
Si parte dalla Casa della Divina Provvidenza dove la vita degli uomini, di ogni uomo (anche di quelli “difettosi”) è sacra; vita come dono di Dio e non il soddisfacimento di requisiti psicologici, genetici o morfofunzionali stabiliti da medici che giocano con la statistica.
Usciti dal Cottolengo, affrontiamo Porta Palazzo: il dominio dell’illegalità. Troviamo decine di nordafricani nulla facenti, a parte lo spaccio di stupefacenti e la vendita di merce rubata. I commercianti rimasti sono residuali e rassegnati alla “nuova legge imposta dai nulla facenti” e non osano mettere il naso fuori dal negozio. Si sale leggermente per via della Consolata dove salta all’occhio l’edificio ben curato delle Suore di Sant’Anna, quelle fondate dai Marchesi di Barolo. Curioso: un laico, un sindaco di Torino, che fonda un ordine religioso!. Le Suore ospitano la scuola fondata dal Marchese Carlo Tancredi di Barolo, scuola pubblica (aperta a tutti) paritaria (riconosciuta dallo Stato) desiderata dalle famiglie (lunghe liste di attesa). Il Contributo della Giunta comunale di Torino, che è la stessa di Roma (motto: I care), è di 4,36 euro/anno per bambino. A meno di cento metri c’è una scuola materna comunale, contributo del Comune 6000 euro/anno per bambino.
Dopo piazza Savoia non si può non notare, sempre in via della Consolata, il maestoso palazzo dei Marchesi Saluzzo di Paesana con la bella libreria delle Paoline. In vetrina immagini di arte sacra, titoli importanti: Deus Charitas est… e nel palazzo di fronte il pornoshop con i divieti per i minori di 18 anni. Per qualcuno semplicemente due proposte educative e culturali.
Proseguiamo badando a non inciampare nelle lastre di pietra sconnesse della pavimentazione di via Cernaia (il lavoro non si può fare bene una sola volta?) e prendiamo poi corso Vittorio facendo i portici. Per le Olimpiadi è stato un fatto un grande sforzo finanziario per mettere un po’ di ordine. Bene, andiamo avanti, non pensiamo né a quanto denaro è stato speso per tinteggiare i portici (10 milioni di euro), né alla loro conversione in aiuti al Cottolengo, né ai graffiti sui muri altrimenti ci vien male.
A parte i costi, questi graffiti cosa significano? Saranno i segni di un deficit educativo? A proposito di educazione guardandomi indietro mi viene in mente che anche al Cottolengo c’è una scuola con 200 allievi, anche qui, scuola pubblica paritaria e ogni anno la carità del Cottolengo ripiana un deficit di circa 500.000 euro. Contributo del Comune di Torino? 4,36 euro/bambino per anno.
Per evitare i cantieri di via Nizza facciamo via Saluzzo e passiamo San Salvario anche se sembra di essere tornati indietro a Porta Palazzo. Mi domando: perché anziché migliorare Porta Palazzo si è fatta un’altra Porta Palazzo? Misteri.
Passiamo su via Madama Cristina e ci sentiamo subito più sicuri man mano che si va verso le Molinette, il più grande ospedale d’Italia intitolato a San Giovanni Battista. Per tutti un aiuto per la salute, pagato con le nostre tasse. Ma anche al Cottolengo c’è un ospedale dove si curano i cittadini. Chi si fa carico delle spese? Lasciamo perdere, l’importante è che siano curati (we care). Meglio non interrogarsi troppo…
Percorrendo via Nizza giungiamo presto al Lingotto, ma con la coda dell’occhio da corso Spezia
vediamo là in fondo il S.Anna, l’ospedale ostetrico intitolato alla nonna di Gesù. Non sappiamo se indugiare un momento o no. Ci piacerebbe pensare alle 4500 mamme che lì ogni anno vanno a partorire il loro bimbo ma non possiamo non pensare alle 3500 mamme/anno, di fatto lasciate sole, che vanno ad abortite il loro bambino e ai 3500 bambini/anno che avremmo potuto abbracciare e che avrebbero potuto allietare le nostre case e scuole.
A questo punto penso ce ne sia abbastanza per aprire gli occhi e cogliere la differenza tra miraggio e realtà, tra gli slogan enunciati e quelli vissuti, la necessità di agire per curare il disagio e per prevenirlo, ma soprattutto per prendersi qualche responsabilità tenendo conto che anche chi tiene il sacco coopera all’impresa.
Al termine di questa passeggiata nella realtà torinese penso si capisca bene soprattutto la differenza tra un “Charitas Christi urget nos” di San Giuseppe Benedetto Cottolengo praticato e vissuto da migliaia di persone senza pubblicità e un “I care “ preso in prestito a Barbiana nella scuola cattolica di don Milani, adattato e usato come specchietto per le allodole al Lingotto.
E’ proprio vero “Charitas Christi urget nos” basta e forse può risparmiare anche la strumentalizzazione. Quindi ho fatto bene a non andare alla recita del Lingotto.

M.C.

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Giangiacomo

martedì 3 luglio 2007

Terza generazione di terroristi fai-da-te

I tentativi di attentato a Londra e a Glasgow - per fortuna senza vittime - e il discorso del nuovo premier inglese Brown hanno immediatamente riproposto il dilemma. Si tratta di Al Qaida, come sostiene il primo ministro britannico, o di dilettanti allo sbaraglio, come suggeriscono alcuni esperti, i quali pensano che la minaccia di Al Qaida sia sistematicamente sopravvalutata dalle amministrazioni inglese e americana? Forse occorre riformulare la domanda, e tornare a chiedersi anzitutto che cos'è Al Qaida.
Al Qaida è stata nella sua prima generazione - le cui attività sono culminate negli attentati dell'11 settembre 2001 - una formazione terrorista classica, una sorta di esercito disciplinato e bene addestrato (in Afghanistan) dove i capi decidevano quali attentati compiere, sceglievano gli esecutori e pianificavano le modalità. L'11 settembre è stato insieme il trionfo e l'inizio della fine per la prima generazione di Al Qaida, perché la reazione americana ha costretto la cupola a rifugiarsi in una remota clandestinità e a limitare le comunicazioni, e i campi di addestramento afghani sono stati chiusi.
Si è passati così alla seconda generazione, che ha ottenuto il suo maggiore successo con l'attentato di Madrid dell'11 marzo 2004. Dal modello esercito si è passato al modello guerriglia, dall'organizzazione verticale e gerarchica a una sorta di franchising. La cupola di Al Qaida trasmetteva parole d'ordine e istruzioni in modo indiretto - attraverso agenti ed emissari che si erano formati in gran parte ancora in Afghanistan - a cellule indipendenti, che una volta formate erano in grado di agire in qualunque momento, talora coordinando gli attentati con i capi dell'organizzazione di Bin Laden (è il caso di Madrid), talora decidendoli autonomamente.
Anche questo modello è oggi in crisi. Qualunque cosa se ne dica e se ne scriva, Bush e Blair (e il terzo «B», Berlusconi, finché è stato al governo) hanno conseguito vittorie decisive nella guerra al terrorismo di Al Qaida, anche se questa non è certo ancora finita. Ma centinaia di agenti sono stati arrestati, e la cupola è principalmente impegnata a nascondersi in qualche remota area fra Pakistan e Afghanistan, non a preparare attentati. La dirigenza della seconda generazione emersa in Irak si è rivelata inaffidabile e ribelle, tanto che Zarqawi è stato probabilmente ucciso dagli americani grazie a informazioni fatte arrivare ai marines dagli stessi capi di Al Qaida.
Ma è nato un terzo modello, dove l'organizzazione è ridotta al minimo, e tutto lo sforzo è consacrato a trasmettere propaganda e istruzioni via pubblicazioni clandestine, videocassette e Internet. La cupola non sa più nemmeno chi esattamente riceva queste istruzioni: sono messaggi in bottiglia, lanciati nel mare del cyberspazio - ma anche delle moschee radicali - che possono essere raccolti da chiunque. Chi riceve il messaggio deciderà autonomamente quando e come agire. Si tratta, certo, di un terrorismo autogestito, spesso pasticcione e che fallisce gli attentati. Ma la sua imprevedibilità rende la terza generazione di Al Qaida per altri versi ancora più pericolosa, perché se è possibile identificare gli agenti di un'organizzazione è quasi impossibile censire gli aspiranti kamikaze fai da te.
Peraltro, le tre generazioni di Al Qaida operano insieme. La cupola ha ancora uomini che sognano un grande attentato di prima generazione. Ci sono ancora cellule della seconda generazione. Ma Londra e Glasgow mostrano che è la terza che ora preoccupa.


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Giangiacomo

lunedì 2 luglio 2007

Mano tesa verso Pechino

Chi si aspettava dalla «Lettera ai cattolici cinesi» di Benedetto XVI un atteggiamento remissivo nei confronti del governo è rimasto spiazzato. Certo, la lettera è stata preparata da discussioni diplomatiche con Pechino, che trova soddisfazione su tre punti. Sono revocate le direttive pastorali, sia pubbliche sia discrete, che autorizzavano forme di disobbedienza civile nei confronti dello Stato. Si esprime disponibilità a trattare con il regime sulle province ecclesiastiche, il che significa che la Chiesa è pronta al dialogo sulla questione di Taiwan. E non si esclude «un accordo con il governo» sulle future nomine di vescovi, fermo restando che ogni nomina spetta sempre e solo al Papa. In concreto, sembra delinearsi una disponibilità alla soluzione in vigore in Vietnam, e che ha illustri precedenti storici in Europa, secondo cui la Chiesa sottopone allo Stato una rosa di candidati tra i quali è il governo a esprimere la sua preferenza.
A queste possibili concessioni fa però da pendant un fermo richiamo ai principi non negoziabili, o «irrinunciabili», che il Papa ha spesso ricordato in questi anni anche ai governi europei. Il primo riguarda la vita e la famiglia. La Chiesa non può rinunciare in nessuna parte del mondo, neppure nella Cina che ha il record mondiale degli aborti e ha preteso di limitare per legge il numero dei figli, ad annunciare «il disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia». Non ci sarebbe libertà religiosa se la Chiesa fosse lasciata libera di predicare sulla fede ma non potesse denunciare in modo «vivo e stringente» le «forze che in Cina influiscono negativamente sulla famiglia».
Il secondo principio non negoziabile riguarda la struttura stessa della Chiesa, «petrina» e «apostolica». In Cina dal 1957 esiste una «Chiesa patriottica» controllata dal governo, che ha mantenuto la successione apostolica - nel senso che la sua linea di successione episcopale è riconosciuta da Roma - ma ha rotto la comunione con Roma ed è oggettivamente scismatica. Le sue ordinazioni e i suoi riti sono considerati dal Papa validi ma illeciti. La lettera rileva la compresenza in Cina di tre tipi di vescovi: quelli clandestini fedeli a Roma; quelli della «Chiesa patriottica» che però sono stati segretamente ricevuti nella comunione con Roma (anche se non sempre lo hanno rivelato ai loro fedeli, e ora Benedetto XVI li esorta a farlo); e il «numero molto ridotto» di vescovi «patriottici» che non si sono riconciliati con Roma. I fedeli possono del tutto lecitamente partecipare alle Messe dei primi e dei secondi, e dei sacerdoti da loro ordinati; quelle dei terzi sono valide ma illecite, e il fedele può assistervi solo quando non possa «senza grave incomodo» trovare una Messa celebrata in comunione con il Papa. Quanto al «Collegio dei Vescovi Cattolici di Cina», riconosciuto dal regime e che riunisce i «patriottici», per il Papa non si tratta di una vera conferenza episcopale e professa anzi «elementi inconciliabili con la dottrina cattolica».
Per la prima volta, il Papa rende pubblica una verità nota al regime e agli specialisti: l'esperimento della Chiesa patriottica è fallito, tranne un «numero molto ridotto» i suoi vescovi si sono riconciliati segretamente con Roma. Invita il regime a prenderne atto, e a riconoscere una Chiesa unita guidata da una vera Conferenza Episcopale, che sarà disponibile al dialogo con il governo. Ma nel rispetto dei «principi irrinunciabili»: comunione con il Papa e possibilità di parlare chiaro sulla vita e sulla famiglia.

di Massimo Introvigne, Il Giornale, 1 luglio 2007

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Giangiacomo

domenica 1 luglio 2007

Ma siamo sicuri che Blair sia cattolico?

Tony Blair di qui, Tony Blair di là, bravo bravissimo, di qualità! Come di fronte a un novello Figaro, è scoppiato l'amore di un certo mondo cattolico per l'ex primo ministro inglese. Motivo? Pare che Blair voglia convertirsi alla Chiesa di Roma. Però c'è una questione che non ci convince. Va bene plaudire all'aplomb britannico di Tony, il quale maneggia questa conversione quasi si trattasse di nitroglicerina: va avanti da anni, piano piano, senza dire ancora sì o no, per non irritare la Chiesa anglicana rischiando di sconvolgere le tradizioni della Corona d'Inghilterra. Ma il punto cruciale è un altro: un uomo politico, e che ha governato una nazione importante, va giudicato in ragione della casacca che indossa, o piuttosto sulla base di ciò che fa? Detta brutalmente: Blair è bello e buono se diventa cattolico; e invece brutto e cattivo se rimane anglicano? Si tratta di capire che cosa vuol dire convertirsi per un uomo che ha esercitato il potere pubblico ai massimi livelli. Un uomo al quale la legge degli uomini e la legge di Dio affidano un compito appassionante e terribile: promuovere il bene comune. Perché governare, fare alleanze politiche, gestire una nazione, scrivere leggi significa in una sola parola questo: lavorare per il bene del tuo popolo. Ora, qui bisognerà intendersi una volta per tutte: Tony Blair o Angela Merkel, Romano Prodi o Luis Zapatero, non meritano dieci con lode o quattro in pagella in ragione della fede che professano, o che non professano. Il voto dovranno guadagnarselo sul campo. Altrimenti certi battimani un po' infantili per il Blair che si converte servono solo ad aumentare la confusione nello stesso accampamento cattolico. Alimentando quel mostro concettuale che è il «prodismo clericale»: cioè l'idea - che tanti danni ha fatto e continua fare al nostro povero Paese - in base alla quale Romano Prodi «è uno di noi, è cattolico, va a messa la domenica, ergo va votato». Un'assurdità che copre come un velo pietoso le contraddizioni e gli svarioni infilati dal nostro uomo in tutti gli snodi etico-giuridici più clamorosi, dalla fecondazione artificiale alle coppie gay, passando per l'aborto.Ora, si dà il caso che la Gran Bretagna del «convertito» Tony Blair sia oggi uno dei Paesi più permissivi al mondo in materia di manipolazioni sulla vita umana. Apripista dell'aborto legale nel 1967 con l'Abortion Act, l'Inghilterra è la patria della fecondazione artificiale, che è stata disciplinata con generosa larghezza nel 1990. È nella terra di Albione che negli anni Ottanta fu inventato dal Comitato di Lady Mary Warnock il concetto di pre-embrione, funzionale a dare il via libera all'uso di esseri umani come cavie di laboratorio. Ora, non risulta che Blair abbia mostrato segni di un pur pallido ripensamento su questa linea, che è lontana anni luce dalla dottrina sociale della Chiesa in campo bioetico. Nulla ha fatto o ha detto quando era un potente e popolarissimo primo ministro; nulla ha detto o fatto ora, che sembra avvicinarsi alla sua «conversione». Intendiamoci: non è che per riconoscere l'umanità del concepito ci voglia il battesimo o la fede cattolica. Però, mister Blair, un pochino di coerenza, please. Perché qui sta il nocciolo della questione: se Blair desidera abbracciare sinceramente il Credo cattolico, che qualcuno spieghi a lui e ai suoi fans che non si tratta di iscriversi al Circolo degli amici del Bridge, o al Club dei politici golfisti. E che sarebbe segno di una vera conversione ascoltare Tony Blair che sconfessa pubblicamente quegli atti e quelle leggi che, obiettivamente, fanno a pugni con la sua nuova fede. Thomas Stearns Eliot, inglese e cattolico, aveva ben compreso che la cosa più importante per un politico è la capacità di pensare e agire secondo categorie cristiane, anche senza esserlo: «Un uomo di Stato - scrive Eliot nel '39 - scettico o indifferente che operi in un quadro di riferimento cristiano potrebbe essere molto più efficace di un uomo di Stato praticante costretto a conformarsi a un quadro di riferimento secolarizzato». Ogni riferimento a fatti e personaggi reali è puramente voluto.
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Il Giornale, 30 giugno 2007

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Giangiacomo